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mercoledì 22 settembre 2010

Allenati per la vita?


Un protocollo di intesa fra i Ministeri della (d)Istruzione e della Difesa ha portato all'attivazione di un corso teorico e pratico rivolto agli studenti della scuola secondaria superiore. Il corso si chiama "allenati per la vita", ed e' gia' stato sperimentato gli scorsi anno dalle scuole lombarde.
E cosa serve secondo i ministri Gelmini e La Russa per essere allenati per la vita? Il rispetto dell'altro, specie se diverso da noi? Lo spirio di servizio? La responsabilita' verso i beni comuni? Certo che no!
Dopo le lezioni teoriche “che possono essere inserite nell’attività scolastica di “Diritto e Costituzione” seguiranno corsi di primo soccorso, arrampicata, nuoto e salvataggio e “orienteering”, vale a dire sopravvivenza e senso di orientamento, (ma l’autore della circolare scrive orientiring, coniando un neologismo). Non solo, ma agli studenti si insegnerà a tirare con l’arco e a sparare con la pistola (ad aria compressa). E in più “percorsi ginnico-militari”.
La circolare prova a spiegare il perché bisogna insegnare la vita e la Costituzione a uno studente liceale facendolo sparare con una pistola ad aria compressa: “Le attività in argomento permettono di avvicinare, in modo innovativo e coinvolgente, il mondo della scuola alla forze armate, alla protezione civile, alla croce rossa e ai gruppi volontari del soccorso”. Non solo, sparare permettera' anche di "evidenziare l’importanza del benessere personale e della collettività attraverso il contrasto al “bullismo” grazie al lavoro di squadra che determina l’aumento dell’autostima individuale ed il senso di appartenenza ad un gruppo”. Almeno con una pistola ci si potra' fare giustizia da soli, evidentemente. Seguirà, a fine corso, “una gara pratica tra pattuglie di studenti”, probabilmente per selezionare i migliori per partecipare alle ronde padane.
Il tutto mentre non ci sono i soldi per insegnanti di sostegno, tempo pieno, supplenti. Ecco dove finiscono i soldi che risparmiano... libro e moschetto come ai vecchi tempi di Benito.

giovedì 5 novembre 2009

Eutanasia della Repubblica


Per sviare l'attenzione da problemi e scandali ben piu' seri, ormai nel paese si discute solo della sentenza UE sui crocifissi, peraltro esiste gia' un precedente della Cassazione italiana nel 2000 che bollava come incostituzionale il tutto. Tralascio considerazioni sugli effetti deliranti della discussione su membri "autorevoli" del governo, mi limito a notare come questa sia una di quelle classiche polemiche inventate di proposito per sviare, provocare lacerazioni profonde in seno alle chiese cristiane e nella società italiana, e per essere strumentalizzate da chi si erge a parole a paladino della cristianita'. Lo scopo è quello di strumentalizzare sentimenti e simboli che sono molto lontani da ciò che i partiti sostenitori della campagna sul crocifisso praticano quotidianamente nelle loro azioni di governo, con leggi in radice anticristiane, come la legge sull’immigrazione e il pacchetto sicurezza, che anziché cercare il bene comune e in speciale modo quello dei deboli e degli ultimi preferiscono tutelare e proteggere gli interessi dei forti e potenti. E poi la Croce non dovrebbe essere proprio “scandalo per i Giudei e stoltezza per i gentili” (1 Cor 1,23)?
Per fortuna qualcuno anche in seno alla chiesa continua a ricordare queste contraddizioni: all'annuale cerimonia organizzata dall'Anpi in memoria dei caduti partigiani al Campo della gloria del cimitero Maggiore di Milano qualche giorno fa, l'intervento più applaudito è stato quello di monsignor Gianfranco Bottoni, responsabile delle relazioni ecumeniche e interreligiose della Diocesi di Milano. Ha spiegato che "si assiste in questo periodo a una caduta senza precedenti della democrazia e dell'etica pubblica" e ha parlato di "continui colpi al sistema democratico" oltre che di "uno stato padrone a gestione personale". "È in corso - ha aggiunto - una morte lenta e indolore della democrazia, una progressiva eutanasia della repubblica nata dalla Resistenza". L'intervento di don Gianfranco Bottoni ha provocato la reazione ringhiosa della destra di Milano con una aggressione verbale virulenta, e commenti fortemente negativi da parte della giunta.
Chi volesse comunicare il proprio sostegno a don Gianfranco Bottoni - in un momento in cui nella "chiesa gerarchica" rifulge invece il silenzio, o peggio la complicita', come metodo - può scrivere a: ecumenismo@diocesi.milano.it. Di seguito il testo integrale dell'intervento:

La memoria dei morti qui, al Campo della Gloria, esige che ci interroghiamo sempre su come abbiamo raccolto l'eredità spirituale che Caduti e Combattenti per la Liberazione ci hanno lasciato. Rispetto a questo interrogativo mai, finora, ci siamo ritrovati con animo così turbato come oggi. Siamo di fronte, nel nostro paese, ad una caduta senza precedenti della democrazia e dell'etica pubblica. Non è per me facile prendere la parola e dare voce al sentimento di chi nella propria coscienza intende coniugare fede e impegno civile. Preferirei tacere, ma è l'evangelo che chiede di vigilare e di non perdere la speranza. È giusto riconoscere che la nostra carenza del senso delle istituzioni pubbliche e della loro etica viene da lontano. Affonda le sue radici nella storia di un¹Italia frammentata tra signorie e dominazioni, divisa tra guelfi e ghibellini. In essa tentativi di riforma spirituale non hanno potuto imprimere, come invece in altri paesi europei, un alto senso dello stato e della moralità pubblica. Infine, in questi ultimi 150 anni di storia della sua unità, l'Italia si è sempre ritrovata con la "questione democratica" aperta e irrisolta, anche se solo con il fascismo l¹involuzione giunse alla morte della democrazia. La Liberazione e l'avvento della Costituzione repubblicana hanno invece fatto rinascere un¹Italia democratica, che, per quanto segnata dal noto limite politico di una "democrazia bloccata" (come fu definito), è stata comunque democrazia a sovranità popolare. La caduta del muro di Berlino aveva creato condizioni favorevoli per superare questo limite posto alla nostra sovranità popolare fin dai tempi di Yalta. Infatti la normale fisiologia di una libera democrazia comporta la reale possibilità di alternanze politiche nel governo della cosa pubblica. Ma proprio questo risulta sgradito a poteri che, già prima e ancora oggi, sottopongono a continui contraccolpi le istituzioni democratiche. L'elenco dei fatti che l¹attestano sarebbe lungo ma è noto. Tutti comunque riconosciamo che ad indebolire la tenuta democratica del paese possono, ad esempio, contribuire: campagne di discredito della cultura politica dei partiti; illecite operazioni dei poteri occulti; monopolizzazioni private dei mezzi di comunicazione sociale; mancanza di rigorose norme per sancire incompatibilità e regolare i cosiddetti conflitti di interesse; alleanze segrete con le potenti mafie in cambio della loro sempre più capillare e garantita penetrazione economica e sociale; mito della governabilità a scapito della funzione parlamentare della rappresentanza; progressiva riduzione dello stato di diritto a favore dello stato padrone a conduzione tendenzialmente personale; sconfinamenti di potere dalle proprie competenze da parte di organi statali e conseguenti scontri tra istituzioni; tentativi di imbavagliare la giustizia e di piegarla a interessi privati; devastazione del costume sociale e dell'etica pubblica attraverso corruzioni, legittimazioni dell'illecito, spettacolari esibizioni della trasgressione quale liberatoria opportunità per tutti di dare stura ai più diversi appetiti. Di questo degrado che indebolisce la democrazia dobbiamo sentirci tutti corresponsabili; nessuno è esente da colpe, neppure le istituzioni religiose. Differente invece resta la valutazione politica se oggi in Italia possiamo ancora, o non più, dire di essere in una reale democrazia. È una valutazione che non compete a questo mio intervento, che intende restare estraneo alla dialettica delle parti e delle opinioni. Al di là delle diverse e opinabili diagnosi, c¹è il fatto che oggi molti, forse i più, non si accorgono del processo, comunque in atto, di morte lenta e indolore della democrazia, del processo che potremmo definire di progressiva "eutanasia" della Repubblica nata dalla Resistenza antifascista. Fascismo di ieri e populismo di oggi sono fenomeni storicamente differenti, ma hanno in comune la necessità di disfarsi di tutto ciò che è democratico, ritenuto ingombro inutile e avverso. Allo scopo può persino servire la ridicola volgarità dell¹ignoranza o della malafede di chi pensa di liquidare come "comunista" o "cattocomunista" ogni forma di difesa dei principi e delle regole della democrazia, ogni denuncia dei soprusi che sono sotto gli occhi di chiunque non sia affetto da miopia e che, non a caso, preoccupano la stampa democratica mondiale. Il senso della realtà deve però condurci a prendere atto che non serve restare ancorati ad atteggiamenti nostalgici e recriminatori, ignorando i cambiamenti irreversibili avvenuti negli ultimi decenni. Servono invece proposte positivamente innovative e democraticamente qualificate, capaci di rispondere ai reali problemi, alle giuste attese della gente e, negli attuali tempi di crisi, ai sempre più gravi e urgenti bisogni del paese. Perché finisca la deriva dell¹antipolitica e della sua abile strumentalizzazione è necessaria una politica nuova e intelligente. Ci attendiamo non una politica che dica "cose nuove ma non giuste", secondo la prassi oggi dominante. Neppure ci può bastare la retorica petulante che ripete "cose giuste ma non nuove". È invece indispensabile che "giusto e nuovo" stiano insieme. Urge perciò progettualità politica, capacità di dire parole e realizzare fatti che sappiano coniugare novità e rettitudine, etica e cultura, unità nazionale e pluralismi, ecc. nel costruire libertà e democrazia, giustizia e pace. Solo così, nella vita civile, può rinascere la speranza. Certamente la speranza cristiana guarda oltre le contingenza della città terrena. E desidero dirlo proprio pensando ai morti che ricordiamo in questi giorni. La fede ne attende la risurrezione dei corpi alla pienezza della vita e dello shalom biblico. Ma questa grande attesa alimenta anche la speranza umana per l'oggi della storia e per il suo prossimo futuro. Pertanto, perché questa speranza resti accesa, vorrei che idealmente qui, dal Campo della Gloria, si levasse come un appello a tutte le donne e gli uomini di buona volontà. Vorrei che l'appello si rivolgesse in particolare a coloro che, nell'una e nell'altra parte dei diversi e opposti schieramenti politici, dentro la maggioranza e l¹opposizione, si richiamano ai principi della libertà e della democrazia e non hanno del tutto perso il senso delle istituzioni e dell¹etica pubblica. A voi diciamo che dinanzi alla storia - e, per chi crede, dinanzi a Dio - avete la responsabilità di fermare l'eutanasia della Repubblica democratica. L'appello è invito a dialogare al di là della dialettica e conflittualità politica, a unirvi nel difendere e rilanciare la democrazia nei suoi fondamenti costituzionali. Non è tempo di contrapposizioni propagandistiche, né di beghe di basso profilo. L'attuale emergenza e la memoria di chi ha combattuto per la Liberazione vi chiedono di cercare politicamente insieme come uscire, prima che sia troppo tardi, dal rischio di una possibile deriva delle istituzioni repubblicane. Prima delle giuste e necessarie battaglie politiche, ci sta a cuore la salute costituzionale della Repubblica, il bene supremo di un¹Italia unitaria e pluralista, che insieme vogliamo "libera e democratica".