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domenica 13 novembre 2011

Ma siamo sicuri sicuri?

[...] In Italia, data la maggiore influenza avuta dalla cultura marxista e la quasi assenza di una cultura liberale, si è protratta più a lungo, in una parte dell' opinione pubblica e della classe dirigente, la priorità data alla rivendicazione ideale, su basi di istanze etiche, rispetto alla rivendicazione pragmatica, fondata su ciò che può essere ottenuto, anche con durezza ma in modo sostenibile, cioè nel vincolo della competitività.
Questo arcaico stile di rivendicazione, che finisce spesso per fare il danno degli interessi tutelati, è un grosso ostacolo alle riforme. Ma può venire superato. L'abbiamo visto di recente con le due importanti riforme dovute a Mariastella Gelmini e a Sergio Marchionne. Grazie alla loro determinazione, verrà un po' ridotto l'handicap dell'Italia nel formare studenti, nel fare ricerca, nel fabbricare automobili. [...]
[...] Soprattutto, di fronte al magnetismo comunicativo del premier, molti credono che l'Italia — oltre ad avere, anche per merito del governo, riportato indubbiamente meno danni di altri Paesi dalla crisi finanziaria — davvero non abbia gravi problemi strutturali irrisolti, anche per insufficienze di questo e dei precedenti governi. [...]

Mario Monti, in un editoriale del Corriere del 2 Gennaio 2011

mercoledì 31 agosto 2011

Fare e disfare manovre

via L'Espresso, di Alesssandro Capriccioli

lunedì 8 agosto 2011

Bignamone


di Lapo Pistelli, su Facebook:
 

Per la maggioranza dell’opinione pubblica, “globalizzazione” significa che oggi viaggiare costa meno di ieri, che le merci sono prodotte prevalentemente in Asia e sono più economiche, che l’informazione e la rete hanno reso il mondo al tempo stesso più grande (del ristretto mondo di ieri) ma anche più piccolo (cioè più facile da conoscere).
Tutto vero. Ma si tratta di effetti, fra i tanti, della definizione vera della globalizzazione. Che è altra cosa.
La globalizzazione è la fuoriuscita dell’economia dalla sfera di dominio della politica, la sua progressiva autonomizzazione. Sembra una definizione tecnica e priva di conseguenze ma è proprio l’esatto contrario. La globalizzazione non arriva per caso; essa è figlia naturale di fatti e di scelte politiche, due in particolar modo: la caduta del muro di Berlino e la fine della guerra fredda che ingessava il mondo, e gli accordi di libero commercio del WTO.
Dalla prima delle due date, dal 1989, il prodotto interno lordo del mondo si è moltiplicato per 3, il volume degli scambi commerciali si è moltiplicato per 25, quello degli scambi finanziari addirittura per 80. Già quest’ultimo dato dovrebbe dire molto di quanto sta accadendo, e cioè – all’interno della sfera dell’economia – del golpe della finanza sull’economia reale, del dominio della ricchezza di carta, della ricchezza della matematica su quella dei beni e dei servizi che si possono vedere, toccare, consumare.
L’economia reale – per carità – si è appoggiata molto all’economia finanziaria; le famiglie hanno chiesto denaro in prestito per finanziare mutui immobiliari e consumi privati, le aziende hanno fatto ricorso al mercato borsistico per finanziare nuove idee e investimenti imprenditoriali, gli Stati hanno dilatato il loro debito sovrano per pagare stipendi, costruire infrastrutture, erogare servizi ai cittadini.
Ma c’è dell’altro, purtroppo. Infatti, sul mercato finanziario, solo per ricordare un esempio recente le banche che avevano molti clienti con mutui hanno impacchettato il rischio di quei mutui in nuovi prodotti finanziari a loro volta collocati sul mercato. E altri ancora hanno re-impacchettato quei prodotti “derivati” in altri prodotti, aggiungendoci dentro altri ingredienti, qualche titolo buono e qualche altro meno buono ma ben mescolato e dunque poco riconoscibile. Si è proceduto così, scatola cinese dentro scatola cinese, con un tasso crescente di rischio su quegli investimenti ed un buio altrettanto crescente sul contenuto reale di quel nuovo prodotto. Il seguito è tristemente noto: quando questa fragile impalcatura è crollata rovinosamente e si è scoperto (ma davvero non si sapeva prima?) che si trattava in realtà di carta senza valore, di titoli spazzatura, qualcuno si è interrogato su chi dovesse esercitare il controllo e soprattutto su chi avesse “certificato” quei prodotti.
Ed ecco planare nel mondo di noi terrestri le mitiche agenzie di rating. Le prime tre agenzie americane – Moody’s, Standards and Poor, Fitch – hanno il 90% del mercato, sono possedute da privati e con i propri comunicati decretano la “classificazione” di un bilancio societario, di un debito sovrano, di una emissione di nuovi titoli.
Le stesse agenzie di rating che avevano emesso giudizi di affidabilità su Lehman Brothers o AIG – qualcuno fallito, qualcun altro salvato a suon di miliardi di dollari – sono quelle che da mesi decidono concretamente (poiché influenzano gli investitori) con i propri comunicati sul debito greco o su quello irlandese o adesso su quello italiano se governi e parlamenti devono adottare misure straordinarie. Misure, ovviamente, che per fronteggiare oneri di indebitamento futuro che paghino il nuovo rischio del “mercato” devono nel frattempo tagliare prestazioni reali, salari, pensioni, servizi.
Vi ricordate la definizione della globalizzazione ? L’autonomizzazione dell’economia dalla politica. Dove è finita allora la sovranità ? A chi appartiene ? Al popolo che la esercita nelle forme definite dalla Costituzione o alle analisi dei doppiopetti grigi nascosti dietro le vetrate dei grattacieli di Standard and Poor ? Siamo certi che quelle analisi non servano altre logiche e altri padroni ?
All’annuncio del declassamento del debito americano - un’operazione che costerà circa 200 miliardi di dollari fra minori spese o maggiori tasse per finanziare il costo aggiuntivo del debito – l’economista Paul Krugman ha tuonato sul NYT “E’ una decisione vergognosa non perché l’America sia solida, ma perché queste persone non sono nella posizione di giudicare”.
Din don dan.
Qualcuno si era posto la stessa domanda quando la speculazione aveva attaccato l’economia greca o quella irlandese o quella portoghese ?
Non ho purtroppo il potere di fermare questa giostra ma so che c’è differenza fra l’abbattimento delle frontiere politiche e tecnologiche che consentono nel mondo la libera circolazione di idee, persone, beni, servizi e capitali e questa maionese impazzita che permette a dei simpatici giovanotti di vendere on line algoritmi di rischio scambiati per ricchezza salvo poi fare dei botti a 9 zeri senza assumersi alcuna responsabilità.

Un’altra parolina sul conformismo dominante, sui diti che indicano la luna e…..
Abbiamo talmente criticato la politica economica del governo italiano in questi due anni da diventare rauchi: la crisi negata, la balla che era tutta una questione di ottimismo, l’invito a consumare, l’affermazione che avevamo già la crisi alle spalle, che stavamo meglio di altri. Poi ieri l’altro, il commissariamento per telefono da parte di Stati Uniti, Francia e Germania, con l’odiata Bruxelles a fare da guardiana alla serietà delle nostre promesse, pena il mancato intervento della Banca Centrale Europea ad acquistare i nostri titoli pubblici.
Come Cassandre infelici per il tempo perduto dicamo “noi lo avevamo detto”: la crisi c’era,  pioveva e noi non aprivamo l’ombrello. Così abbiamo perso 6 punti di Pil in tre anni, cioè il doppio degli altri, e ne abbiamo recuperato poco meno di due mentre i partner europei stanno ricominciando a crescere. Più rapidi a cadere, noi italiani, più lenti a risalire. Ma nel Paese imperava il bunga bunga, il processo lungo, la prescrizione breve, il minuetto di Scilipoti.
Mentre l’opposizione diceva queste cose – eccome se le diceva, tutti i giorni – i due principali quotidiani italiani dell’establishment moderato hanno dedicato buona parte del mese di maggio a dibattere il tema della ripresa tramite, udite udite, l’abbattimento delle tasse, uno dei tanti specchietti per le allodole buttati dal ministro dell’economia fra un piano Sud e un piano Casa, sicuramente uno specchiettone che avrebbe richiesto qualche decina di miliardi di disponibilità per sostenere lo squilibrio iniziale in attesa dei presunti benefici.
Sono passati solo 60 giorni e le stesse pensose barbe sono passate dalla discussione sull’abbattimento delle tasse a quella sul rischio del default, due temi che implicano scenari economici antitetici ma che vengono trattati con la stessa disinvoltura e – mi permetto – talvolta con la stessa approssimazione.

L’establishment di questo Paese, è evidente, non ha alcuna voglia di andare a votare. Ha scaricato platealmente Berlusconi (dopo che gli ambienti internazionali lo avevano già fatto) ma non si fida dell’alternativa. Così ricomincia a giocare con i governi tecnici, con l’apertura di un nuovo commissariamento della politica che, archiviato Berlusconi, rimetta in moto il meccano dei partiti e delle alleanze. E’ lo stesso film che vedo andare in scena dal 1994. Talvolta il copione sembra riuscire, talvolta meno. C’è sempre un deus ex machina all’orizzonte variamente evocato (oggi Monti o, come spererebbe lui, Montezemolo) e c’è sempre casualmente – con la complicità miope di pezzi di qualunquismo di sinistra – una campagna stampa che improvvisamente attacca il Parlamento, i politici, i loro privilegi. Molte cose vere per carità ma che stranamente diventano di stringente attualità quando serve distrarre l’opinione pubblica dalla vera partita che si sta giocando. In questo teatro delle ombre cinesi, fra una cortina fumogena e un falso bersaglio, mi permetto di far notare il doppiopesismo che accompagna la vicenda del Ministro dell’Economia: il terrore dell’establishment di aprire una fase nuova senza la certezza di governarla ancora una volta obbliga a perdonare comportamenti (mi riferisco alle vicende dell’on Milanese, consigliere del Ministro) che non sarebbero stati perdonati a nessuno. Ma, si sa, l’Italia è in Paese generoso. E tutti hanno qualcosa da farsi perdonare, prima o poi.

mercoledì 6 luglio 2011

Giustificazioni

La giustificazioni del Ministro della Repubblica Roberto Calderoli, interrogato sulla norma salva-Mediaset inserita di soppiatto nella manovra economica, e' da guinnes dei primati. Per evitare di essere accusato di aver favorito un'azienda del premier con l'ennesima norma ad-personam, si scusa dicendo di non aver neppure letto la manovra econimica appena approvata dal suo Consiglio dei Ministri.
Al cospetto, il compagno al liceo che ha giustificato l'assenza per tre volte di seguito col funerale della nonna era un principiante...

venerdì 29 aprile 2011

Cattive leggi, scritte male


«Devono essere immediatamente scarcerati gli extracomunitari clandestini che sono stati arrestati in flagranza, per violazione dell’articolo 14 comma 5 della legge sull’immigrazione 285/98 così come modificata nel 2009 dal cosiddetto pacchetto-sicurezza» . Si tratta — secondo un calcolo empirico fatto dal giudice — nella sola Milano, di tre quattro persone al giorno, una ventina a settimana e quindi circa un migliaio l’anno. E i processi? «Devono essere tutti chiusi con formule assolutorie»

Una sentenza della Corte di Giustizia Europea ha restituito la libertà a un cittadino tunisino di nome Hassen El Dridi condannato a un anno di reclusione in base al nuovo reato di clandestinita' inventato dal Governo Italiano e ha cancellato quella stessa legge con effetto immediato. A luglio del 2010 la Corte Costituzionale aveva gia' dichiarato illegittima l’aggravante di clandestinità.

martedì 14 dicembre 2010

Scilipoti libero!


Mentre in aula il deputato gia' IdV Onorevole Scilipoti dichiarava:

Noi del movimento di responsabilità nazionale e consegniamo alla storia una scelta dolorosa e traumatica ma rivoluzionaria, giusta e significativa, che va oltre il limite della comprensione.


cittadini provenienti da ogni dove (!!) si sono "spontaneamente" riuniti a piazza San Silvestro a Roma per manifestare in maniera disinteressata il proprio sostegno alla battaglia di Scilipoti contro le banche (?) e a sostegno del governo. Ecco il comunicato di Scilipoti, inspiegabilmente insultato sulla sua pagina Facebook, a riguardo:

Circa duecento persone stanno manifestando dalle 10 di questa mattina in piazza San Silvestro, proprio di fronte a Palazzo Marini e altrettante ne continuano ad arrivare da tutta Italia”, lo annuncia in una nota Domenico Scilipoti parlando di “un corteo pacifico a sostegno dell’on. Scilipoti e della liberta’ di voto dei parlamentari”. “Comuni cittadini, provenienti da ogni dove, per sostenere la tesi dell’on. Scilipoti secondo cui – si legge ancora – un parlamentare deve avere la liberta’ di votare secondo coscienza, nell’interesse del Paese e dei cittadini e non per la casacca che indossa o per gli ‘ordini’ del proprio partito. Su alcuni striscioni campeggia la scritta ‘on. Scilipoti = Liberta’. Liberta’ dallo Strapotere delle Banche’.


Cominciate a raccogliere la saliva...

giovedì 24 giugno 2010

Doppioni


C'era ancora qualche ingenuo che giorni fa si chiedeva a che servisse un Ministro doppione, anzi triplone: Aldo Brancher era stato nominato da Berlusconi Ministro per l'Attuazione del Federalismo. Poco importa se il Ministro per il Federalismo gia' c'era (Bossi), e pure quello per l'attuazione del programma (Rotondi). Eppure la Lega si era anche arrabbiata, quindi non sono stati loro a imporre la nomina forti di chi sa quale ricatto, che costera' al contribuente circa un milione di Euro.
Qualche malpensante suggeriva che la nomina del tangentomane ed ex sacerdote Brancher fosse da ricercare nella lunga frequentazione in Fininvest con Berlusconi e nei suoi guai giudiziari: e' stato indagato a Milano per ricettazione nell’indagine sullo scandalo della Banca Antonveneta e la scalata di Gianpiero Fiorani all’istituto creditizio. Il processo avrebbe dovuto iniziare tra 2 giorni, ma il neoministro ha fatto subito valere il "Legittimo" Impedimento, facendo slittare finche' e' in carica il giudizio sulla sua posizione a data da destinarsi. Pochi se lo sarebbero aspettato!
E meno male che Berlusconi aveva promesso che i ministri sarebbero stati solo 12: questo e' il 23esimo, senza contare il posto vacante allo sviluppo economico (non sarebbe stato piu' urgente nominare questo di Ministro?) e la pletora di sottosegretari e viceministri...

sabato 5 giugno 2010

La fine della scuola e dell'Italia


Nessun paese in difficoltà rispetto al futuro taglierebbe i fondi di scuola e ricerca: l'Italia sì. Ma è una cosa che agli italiani interessa solo se hanno figli al tempo pieno. Da Il Post:

L’Italia convive da tempo con alcuni grandi mostri civili: alcuni, come la mafia, li combatte con esigue forze e ampie rinunce; altri, come la rovina della sua scuola, addirittura li incentiva con volenterose forze e altrettanto ampie rinunce.

Nessun paese in difficoltà rispetto al proprio futuro, che si tratti della propria sopravvivenza economica ma anche civile e culturale, taglierebbe sul fronte della scuola. Sarebbe come essere preoccupati di perdere un appuntamento domattina presto e buttare via la sveglia. Ma l’Italia lo fa, sistematicamente, da anni: butta la via sveglia. E la mattina dopo dorme, salvo lamentarsene poi. E l’attuale maggioranza di governo si sta premurando di distruggere a martellate ogni orologio di casa, e prendere dei sonniferi. Con la connivenza di mezzo paese.

Perché gli italiani che si preoccupano della scuola sono solo una minoranza di quelli che hanno dei figli a scuola, a loro volta minoranza. Poche cose dimostrano l’egoismo di questo paese e l’incapacità degli italiani di guardare oltre se stessi e oltre il pomeriggio di domani quanto l’atteggiamento sulla scuola. Tutti allenatori della nazionale quando si tratta di dare lezioni agli insegnanti su come trattare nostro figlio, tutti preoccupati di altro quando la funzione della scuola viene smantellata: scandalizzati dalle tasse, dai politici ladri, dal bavaglio e da qualunque cosa fuorchè dalla distruzione della sveglia. Dormiremo tutta la mattina, e anche di più, e chissenefrega.

La semplificazione che vede nell’atteggiamento dell’attuale governo sulla scuola un deliberato progetto di sottrazione di fondi all’educazione e crescita degli italiani attraverso la scuola pubblica per ingrassare i sistemi clientelari e i modelli culturali delle scuole private – lo “svuotamento della scuola pubblica” – può sembrare dietrologa e ideologica e a volte è usata superficialmente per spiegare questioni diverse tra loro. Ma ciò a cui si riferisce esiste, di fatto, nelle intenzioni e nei risultati. Ammesso che il finanziamento delle scuole private di uno stato che ha un servizio scolastico potenzialmente eccellente possa avere delle giustificazioni in tempi di vacche grasse – non le ha, secondo noi, e quei tempi non sono mai esistiti – come possono quelle indulgenti giustificazioni diventare più pesanti della riduzione di qualità del servizio scolastico pubblico? Come si possono giustificare i soldi dati alle scuole private – che godono di standard meno elevati e accolgono studenti privilegiati – nel momento in cui la mancanza di soldi peggiora la qualità dell’offerta scolastica principale?

Il criterio che muove il governo in questi giorni di ulteriori tagli – la nostra è una scuola che chiede ai genitori di comprare la carta igienica, ricordiamocelo sempre – è uno solo, semplice: servono soldi, togliamoli da lì, che non c’è nessun potere privato a lamentarsene, anzi. Protestano gli insegnanti, ma ormai sono rassegnati (e di sinistra), e borbottano i genitori ma gli passa: hanno altro da fare.

Perché ci sono tre modi di relazionarsi con il peggioramento del progetto educativo italiano, che non ha a che fare con chi lavora nelle scuole ma con le scelte di governo e ministero e col consenso dei partiti – anche quelli di opposizione, a volte indifferenti altre addirittura conniventi – che conoscono la tolleranza degli italiani su questi temi. E quando anche il lavoro nelle scuole peggiora è solo e ovviamente perché le condizioni e i modi della formazione sono stati a loro volta svuotati da scelte governative. Ci sono tre modi, dicevamo, e tre generi di italiani. Quelli che della scuola se ne fregano, non li riguarda e il loro orticello contiene altro. Quelli per cui la scuola deve tenergli i figli nel tempo che non hanno e dar loro l’alibi che c’è qualcuno che li educa al posto loro. Quelli che si preoccupano delle condizioni della scuola solo quando i loro figli ne risentono palesemente. Quelli che pensano che una scuola mal gestita e senza investimenti sia la tomba delle ambizioni di miglioramento di un paese, altro che lodo Alfano. Un gruppo e mezzo su quattro, e i più esigui, difficilmente potranno fare il lavoro per tutti.


Qui anche una bella lettera di un'insegnante di una periferia di Palermo al ministro Tremonti.

venerdì 4 giugno 2010

Misure anticrisi



In Extramadura invece promuovono l'autoerotismo, 14000 euro per la campagna "El placer está en tus manos": mi sa che la differenza di approccio dipenda dal nome della regione...

mercoledì 19 maggio 2010

La paura dei vinti


Nella discussione alla Camera sull'uccisione di due militari italiani a Herat, e su un'eventuale modifica della missione italiana in Afghanistan, ha prevalso come sempre l'opportunismo e la speculazione sulla ragedia. Se la nostra missione verrà rivista, purtroppo sarà in peggio.
Brilla fra tutti l'intervento del deputato Pdl Giancarlo Lehner, che ha chiesto direttamente di riformare l’articolo 11 della Costituzione “dettato dalla e paura dei vinti” e di “autorizzare finalmente i nostri soldati alla guerra preventiva contro i terroristi afghani”. Guerra preventiva, come Bush. Al posto del Lince un nuovo carrarmato piu' grosso e piu' caro, il Freccia, nessuna valutazione oggettiva degli obittivi e dalla situazione reale nel paese, nessuna autocritica: solo rabbia contro l'attacco "vigliacco e subdolo". Se qualche parlamentare del PD ha provato a dire qualcosa di sensato, e' caduto nel vuoto. D'altronde qualcuno nella maggioranza, Antonio Martino, qualche tempo fa si e' rifiutato di votare la finanziaria perche' a suo dire destiava troppi pochi fondi alla difesa: "La difesa non è uno dei compiti dello Stato, la difesa è lo Stato! Per millenni lo Stato è esistito senza sanità pubblica, senza scuola pubblica, senza pensioni pubbliche, ma non è mai esistito uno Stato senza difesa! È una contraddizione in termini! Non possiamo spendere soltanto lo 0,8 per cento del PIL!". Ecco perche' tagliano su tutto per comprare i Freccia.

sabato 1 maggio 2010

Lavoro, festa e diritti


Poco prima della Festa dei Lavoratori, il PD manda sotto il governo su un emendamento relativo al famoso arbitrato. Saranno i lavoratori a poter scegliere, caso per caso, se ricorrere alla giustizia ordinaria o all’arbitrato, senza doverlo specificare (sotto ricatto) al momento dell'assunzione.

venerdì 12 marzo 2010

Prima la famiglia


L’immigrato “irregolare” (irregolare?) sarà espulso anche se i figli vanno a scuola. Lo dice la Cassazione, rovesciando una precedente sentenza che aveva ammesso come prioritario «il sano sviluppo psicofisico dei bambini». Nel nuovo responso l'applicazione della legge che ha introdotto il reato di clandestinità. Che sia allora rispedito in Albania il padre di due bambini iscritti alle scuole di Busto Arsizio. Pazienza se la moglie, in regola col permesso di soggiorno, ha in corso le pratiche per ottenere la nostra cittadinanza: dovrà spiegare a quei figli che papà è un irregolare, non ha i requisiti per vivere con i suoi cari in terra varesotta. E se i bambini le chiederanno che giustizia è quella che li separa dal padre, magari userà le parole dei giudici: non volevano “legittimare l’inserimento di stranieri strumentalizzando l’infanzia”.
Il governo ripete che prima di tutto viene la sicurezza della famiglia, ma deve avere un concetto di sicurezza diverso da quello del resto del mondo. Infatti il ministro Gelmini dichiara: "Ritengo giusta la sentenza dei giudici. Il nostro sistema d'istruzione ha sempre incluso e mai escluso e le colpe dei genitori non possono ricadere sui figli. La legge è chiara e va rispettata. Per questo i giudici hanno ragione quando affermano che si finirebbe col legittimare l'inserimento di famiglie di clandestini strumentalizzando l'infanzia". Di quale colpe parla ministro? La colpa di non essere nati a Busto Arsizio?

giovedì 11 marzo 2010

Illegittimo aggiramento


L'intervento del Senatore Nicola Latorre ieri in Senato durante le dichiarazioni di voto che hanno portato all'approvazione della 30esima fiducia al governo per il "legittimo impedimento", un provvedimento che congela per 18 mesi i processi di premier e ministri. Un provvedimento incostituzionale, che sara' valido a orologeria in attesa di altre toppe per l'ingiudicabilita' del Sultano. Mentre la diciannovesima norma ad personam, ad uso e consumo del presidente Berlusconi, diventa legge al Senato, nell'aula Bachelet sede del plenum del Consiglio superiore della magistratura, il parlamento dei giudici approva un documento (due soli voti contrari) che afferma che il premier è un rischio per la democrazia per «i suoi continui ed infondati attacchi alle toghe, mina l’equilibrio tra poteri che è alla base della democrazia». Quello che e' certo è che i due processi in cui Berlusconi è imputato – Mills e compravendita diritti tv –saranno congelati pr la seconda volta in due anni.
Di seguito l'intervento di ieri di Nicola Latorre in Senato per le dichiarazioni di voto:

LATORRE (PD). Domando di parlare per dichiarazione di voto.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

LATORRE (PD). Signor Presidente, signor Ministro, colleghe e colleghi, sono tante le ragioni per cui, con assoluta convinzione e determinazione, voteremo contro la fiducia al Governo e contro questo assurdo provvedimento.Da voi ci aspettavamo di tutto, ma che sareste arrivati sino al punto di chiedere la fiducia su un atto che voi stessi sapete essere incostituzionale, tanto che la durata del suo contenuto è pari al tempo necessario per il pronunciamento della Corte costituzionale; un atto la cui urgenza è dettata non da un bisogno del Paese, ma dal calendario delle udienze di ben precisi processi penali; un atto che non ha precedenti nella nostra vita parlamentare, tant'è che nessuno esponente di Governo ci ha spiegato perché sia stata posta la questione di fiducia; che sareste arrivati fino a questo punto proprio non l'avremmo immaginato. Sta accadendo qualcosa di una inaudita gravità. Lo abbiamo spiegato in questo dibattito, con gli interventi di tanti autorevoli colleghi. Sino ad oggi, se un uomo di Governo doveva presentarsi al giudice, ma dimostrava di avere un impegno legato alla propria funzione, documentandolo poteva ottenere un rinvio per il tempo strettamente necessario. Da oggi non sarà più così: il Presidente del Consiglio o un Ministro potranno decidere a proprio piacimento di sottrarsi a qualunque giudizio per un tempo lungo sino a 18 mesi, senza dover dimostrare nulla, senza che il giudice possa valutare, in barba al più elementare principio costituzionale per cui siamo tutti uguali di fronte alla legge. (Applausi dal Gruppo PD). Altro che legittimo impedimento: questo è un illegittimo aggiramento della norma, care colleghe e cari colleghi! Un modo francamente spudorato per far rientrare dalla finestra, con legge ordinaria, quella impunità che la Corte costituzionale aveva fatto uscire dalla porta dichiarando incostituzionale il lodo Alfano. L'ennesima prova di una maggioranza e di un Governo che agiscono sempre e soltanto per difendere i propri privilegi. Le istituzioni, il Parlamento, il Governo per voi non devono servire il Paese; in questo momento, anzi, come noi crediamo, dovrebbero servire innanzitutto la parte più debole, più indifesa di questo Paese; no: per voi le istituzioni devono servire il sovrano. Vedete, è come se il Paese non esistesse. Vorrei farvi notare, cari colleghi, che dal 1° gennaio di quest'anno ad oggi questa Assemblea ha dedicato 13 sedute e 46 ore prima per il processo breve, ora per l'illegittimo aggiramento, per risolvere uno ed un unico problema, sempre lo stesso, e non ha dedicato un minuto a chi sta perdendo oggi il posto di lavoro, un minuto a chi il posto di lavoro non lo trova, a chi non sa come mandare avanti la propria azienda! (Applausi dai Gruppi PD e IdV). Oddio, è vero che quando vi siete occupati di lavoro, come è avvenuto la scorsa settimana, in quest'Aula, lo avete fatto per vanificare le tutele dei lavoratori. (Applausi dal Gruppo PD. Commenti dal Gruppo LNP). Per consentire anche i licenziamenti ingiusti, per svuotare l'articolo 18, per alimentare il precariato, cose queste non consentite neanche negli ordinamenti più liberisti, come quello inglese o americano.

DIVINA (LNP). E i sindacati d'accordo! (Commenti dal Gruppo LNP).

LATORRE (PD). Io mi chiedo e vi chiedo, sinceramente, cari colleghi: dove si va a finire seguendo questa strada? E smettetela, smettiamola di raccontare la favola che state riformando la giustizia. Dio solo sa quanto bisogno c'è in questo Paese di riformare la giustizia, di renderla più rapida, più efficiente ed io dico anche più giusta, ma tutto quello che state facendo non ha nulla a che vedere con la giustizia al servizio del cittadino. State andando nella strada esattamente opposta: con una mano, il Governo fa balenare ai cittadini italiani il miraggio del processo breve, con l'altra mano allunga i tempi del processo che riguarda il Presidente del Consiglio, e l'unico risultato che produrrà questa altalena tra il falso processo breve e l'illegittimo aggiramento è che i processi riguardanti i comuni cittadini resteranno tali e quali, cioè insopportabilmente lunghi, mentre i processi di alcuni potenti saranno rinviati alle calende greche. (Applausi dal Gruppo PD). Pagheremo l'impunità del Governo con la moneta sonante e costosissima di una giustizia ancora più lenta ed ancora più inefficiente; una giustizia, quella che piace a voi, come la descrisse Solone molti secoli fa: una tela di ragno che trattiene gli insetti piccoli, mentre i grandi la trafiggono e restano liberi. Questa giustizia non ci piace! (Applausi dai Gruppi PD e IdV). Certo, ci stiamo rendendo sempre più conto che questo modo di agire così arrogante ed ingiusto è ormai la cifra di questa maggioranza, e traspare ormai non solo negli atti, ma anche nei comportamenti politici. Penso al pasticcio di questi giorni sulle liste per le elezioni regionali. La prima cosa che, per la verità, tutti ci siamo chiesti è stata: come è possibile che a governare un grande Paese come l'Italia ci sia una forza politica che non sa neanche presentare le liste alle elezioni regionali? (Applausi dai Gruppi PD e IdV). Ma poi si blocca un Paese, si sequestra il dibattito pubblico e si convoca d'urgenza il Consiglio dei ministri, quasi di notte, perché il partito del Presidente del Consiglio nel Lazio e in Lombardia ha presentato le liste senza rispettare le regole. Dunque, occorre fare un provvedimento, che peraltro si è rivelato inutile, per poterle riammettere abusivamente. Ma in che Paese siamo? Ma chi glielo spiega a quel giovane escluso da un concorso pubblico perché è arrivato un minuto dopo la scadenza? Chi glielo spiega a quella impresa esclusa dalla gara d'appalto perché manca un timbro? (Applausi dal Gruppo PD. Commenti dal Gruppo PdL). Chi glielo spiega che in questo Paese c'è chi le regole le deve rispettare e chi invece non ha questo problema, perché le può cambiare come e quando vuole, a proprio uso e consumo? Non illudetevi di poter utilizzare come scudo il Presidente della Repubblica. (Applausi dal Gruppo PD). È noto a tutti che non è nelle disponibilità del Presidente della Repubblica il contenuto dei decreti che adotta un Governo. Al Presidente della Repubblica spetta il ruolo di garante delle nostre istituzioni, di interprete dell'unità degli italiani, di custode dei valori democratici. Il presidente Napolitano ha operato e opera sempre nel rispetto di questi principi (Applausi dal Gruppo PD), ed anche in questa occasione ha agito con grande correttezza e grande responsabilità di fronte a un atto irresponsabile del Governo; non è caduto in nessuna trappola in buona fede. (Applausi dal Gruppo PD). Cogliamo questa occasione per esprimere al presidente Napolitano tutta la nostra vicinanza e tutto il nostro apprezzamento, e lo facciamo oggi come lo abbiamo fatto ieri, signor Presidente. (Applausi dal Gruppo PD. Commenti dal Gruppo PdL). Per voi nell'ottobre scorso il presidente Napolitano era espressione della vecchia maggioranza di sinistra, uno di parte; oggi, dopo quattro mesi, è un uomo al di sopra delle parti. Eravate falsi allora o siete ipocriti oggi? (Applausi dal Gruppo PD e del senatore Pardi). La verità è che voi conoscete solo un principio: quello della convenienza, del chi non è con me è contro di me, di chi crede che una maggioranza elettorale può legittimare e fare qualsiasi cosa. Questa è l'idea di democrazia che avete voi. Noi ne abbiamo un'altra: noi abbiamo l'idea di una democrazia che ha consentito al nostro Paese di crescere, di emanciparsi ed unirsi, persino nei momenti più drammatici, attorno a questa Costituzione. (I senatori del Gruppo PD si alzano in piedi e mostrano una copia della Costituzione. Commenti dai Gruppi PdL e LNP).

PARAVIA (PdL). Pensate alle banche, Latorre! Abbiamo una banca, abbiamo una banca! Pagliaccio!

LATORRE (PD). Signor Presidente, questa Costituzione non è solo un complesso di regole, ma è il riconoscersi in una storia divenuta comune.

PRESIDENTE. Senatore Latorre, la invito a concludere.

LATORRE (PD). Mi avvio a concludere, se me lo consente.

PRESIDENTE. Le ho già concesso un minuto in più. Colleghi, per cortesia! Prego, senatore Latorre, concluda il suo intervento.

LATORRE (PD). Dietro questa Costituzione... (Commenti dai Gruppi PdL e LNP). Signor Presidente, le chiedo di richiamare l'Aula a un atto di rispetto nei confronti della Costituzione.

PRESIDENTE. Tutti abbiamo rispetto per la Costituzione, ci mancherebbe senatore. (Vivaci proteste dai banchi del Gruppo PD).

LATORRE (PD). Dietro questa Costituzione, come diceva Calamandrei, si sentono voci lontane, si sentono voci di tanti grandi protagonisti, ma anche umili voci di lotta e di speranza di quanti hanno dato anche la vita per restituirci la democrazia. In nome di quei valori noi oggi difendiamo lo Stato di diritto contro questo Governo e contro questo ignobile provvedimento. (Vivi, prolungati applausi dai Gruppi PD, IdV e del senatore Astore. Molte congratulazioni. Commenti dal Gruppo PdL).

domenica 7 marzo 2010

Vieni avanti decretino


La “necessità e l’urgenza” di questo decreto è la tipica necessità e urgenza del governo Berlusconi: salvare se stesso e i suoi sodali. Per tutto il resto il paese puo' attendere. Mi pare scontato ricordare che un decreto in questa materia (elettorale) non si poteva fare, meno che mai a ridosso delle elezioni e con valore retroattivo, e da parte dei soggetti direttamente interessati agli effetti. E' semplicemente scandaloso, un abuso del forte sul debole. Mi pare poi evidente come la finzione dell'interopretazione di leggi gia' esistenti sia del tutto insostenibile, tanto che ci ha creduto solo il Presidente Napolitano. Presidente che in una lettera allucinante sul sito del Quirinale risponde ai cittadini imbufaliti per la sua firma sul decreto d'urgenza, sostenendo che "il problema da risolvere era, da qualche giorno, quello di garantire che si andasse dovunque alle elezioni regionali con la piena partecipazione dei diversi schieramenti politici. Non era sostenibile che potessero non parteciparvi nella più grande regione italiana il candidato presidente e la lista del maggior partito politico di governo, per gli errori nella presentazione della lista contestati dall'ufficio competente costituito presso la corte d'appello di Milano". E chi se ne importa di regole, leggi, vincoli, tutele. Chi e' piu' potente ha sempre ragione, non e' pensabile altrimenti. Poco importa che il maggior partito di governo non sia stato in grado di raccogliere entro i termini 3500 firme, dimostrando che in fondo tutto questo seguito non ce l'ha, signor Presidente. Quel decreto e quella firma sono uno schiaffo a chi onestamente ogni santo giorno lotta alle prese con inderogabili scadenze di lavoro e burocratiche: per la scadenza del prossimo concorso ci sara' un decreto interpretativo che mi consente di mandare la domanda con meta' dei documenti necesari e fuori tempo massimo? Si e' mandato al macero il diritto di competere ad armi pari per il governo del paese, il diritto dei cittadini ad essere rappresentati da chi li rappresenta e non da chi e' gia' la' o possiede tre televisioni e qualche gornale. Lo si e' fatto peraltro anche senza prendere una decisione definitiva, ma rimandando "l'interpretazione autentica e infallibile al TAR, che sara' costretto a gioudicare esponendosi all’accusa di partigianeria qualunque sia l'esito finale: irresponsabile. Tra l'altro, non vedo come il decretino possa sanare la posizione di Formigoni, che ha presentato firme false. Da quel che capisco, dovrebbe essere ammesso, salvo poi annullare le elezioni, una follia.
L'umorista del giorno e' Claudio Scajola: “Se ad essere stata esclusa fosse stata una lista non nostra? Avremmo fatto la stessa cosa. Noi siamo un partito di moderati, di cattolici, riformisti, laici. Siamo persone di buon senso. Fa parte della nostra storia”. Anche perche' e' gia' successo, e il sindaco del centrodestra di Monte Porzio Catone ha vinto senza avversari per una questione di timbri. Mi pare che della loro storia faccia parte solo l'interesse privato del Capo, le lotte per le poltrone sfociate in un pasticcio colossale, e' lo sdoganamento di Stato alla tendenza italica al tarallucci e vino, al condono, alla scappatoia, al "lo fanno tutti e quindi e' giusto". A quelli che sanno che presentare firme false o fuori tempo e' questione di sostanza, non di forma. E questo decretino e' semplicemente l'ennesimo, e forse il piu' grave, abuso di potere.
E adesso vedremo di basare la campagna elettorale su due soli punti ben chiari: stracciano le regole per se stessi, e sono degli incapaci ai quali non bisognerebbe affidare nemmeno la gestione di un condominio. Ma il problema ormai e' che la differenza fra il bene e il male in questo paese e' diventata indistinguibile fra gli interessi miei e quelli di tutti. Ma speriamo che funzioni. Sempre che il prossimo non sia un decreto interpretativo della vera volonta' degli elettori, nonostante il risultato delle urne.

giovedì 4 marzo 2010

Manovre di aggiramento


Il Senato approva il disegno di legge collegato alla Finanziaria, che include la norma che allarga il ricorso all'arbitrato. Secondo l'opposizione e i sindacati, il testo potrebbe indebolire o vanificare l'art.18 dello Statuto dei Lavoratori. Dopo lo scoglio della mega-manifestazione del 2002, ci riprovano con l'aggiramento. Cosi' Gianni Cuperlo sul suo blog:

Insisto sul lavoro perché credo sia la cifra della crisi ma anche la chiave per cogliere le differenze di visione tra noi e gli altri. In questo senso le norme previste nel Ddl in discussione al Senato e che intervengono di fatto sull’articolo 18 (torniamo ancora lì) prevedendo la soluzione delle vertenze tra lavoratore e datore attraverso il ricorso a un arbitrato sono più esplicite di mille convegni. Come ha spiegato Tiziano Treu, l'articolo 31 del testo governativo prevede due possiblita' per ricorrere all'arbitrato. La prima e' attraverso contratti collettivi, ed e' la strada piu' sicura. In questo modo, infatti, le parti possono stabilire i limiti in cui l'arbitrato puo' essere esercitato. C'e' poi una seconda possibilita' consentita dalla norme volute dal governo e dalla maggioranza. E cioe' che il singolo lavoratore accetti un accordo secondo cui il proprio contratto di assunzione preveda il ricorso all'arbitrato per risolvere le controversie, incluso il ricorso all'arbitrato secondo equita'. Cosa quest'ultima che implica la possibilita' di scavalcare le norme inderogabili di legge e quindi diritti come appunto l'articolo 18 o come le retribuzioni o le ferie. Chiaro no? Quando l’aspirante lavoratore deve “trattare” la propria assunzione (e dunque quando è più debole sul piano contrattuale), sarà spinto a firmare l’impegnativa che rimette nelle mani del suo datore un potere ad oggi escluso da quel sistema di garanzie che si pretende di rimuovere. Tutto ciò è parte di una vera e propria contro-riforma del mercato del lavoro che il governo persegue da tempo e con una non invidiabile coerenza. Pensiamo alle deroghe e all’indebolimento delle sanzioni in materia di sicurezza, alla rimozione dei limiti per i contratti a termine e al reinserimento di quelli a chiamata, alla cancellazione della responsabilità in solido dell’appaltatore con il sub-appaltatore per arginare il lavoro nero….l’impressione è di avere a che fare con un piano a largo raggio le cui conseguenze, però, sono sotto gli occhi di tutti. Ora, è ben difficile pensare che un mercato del lavoro fortemente deregolato possa rappresentare una valvola di sicurezza per un sistema complessivamente indebolito, con interi settori produttivi piegati dalla congiuntura. Insomma, l’idea che in tempi di vacche magre si debbano ridurre i confini delle tutele e delle garanzie della categoria più debole e colpita non si spiega se non dentro una lettura più generale dove i principi di legalità e rispetto delle regole lasciano il passo al culto delle deroghe e delle scorciatoie normative da giustificare a posteriori tramite l’uso e l’abuso del condonismo. Ragione in più per considerare la campagna elettorale una buona chance di informazione e lotta politica. Certo, non si vota per mandare a casa il governo, ma se il segnale dovesse andare nella direzione giusta sarà più difficile anche per loro scardinare ogni due settimane quell’impianto di sicurezza sociale e di diritto del lavoro che avrebbe bisogno di rinforzi e non di demolizioni.

Quello che non dice Gianni e che il decreto itroduce anche la possibilità di assolvere l'ultimo anno di obbligo di istruzione (dai 15 anni di età) attraverso un apprendistato in azienda, dopo un'intesa tra Regioni, ministero del Lavoro e dell'Istruzione. Studiare meno prima per farsi mandare a casa piu' facilmente dopo.

lunedì 8 febbraio 2010

Valorizzazioni


"La nuova campagna di comunicazione del MiBAC, con lo slogan “Se non lo visitate lo portiamo via”, punta a far riscoprire agli italiani il patrimonio artistico del nostro Paese ed invertire il trend negativo dei visitatori"

Qua la nuova campagna, sotto formo di minaccia mafiosa, del Ministero dei Beni Culturali per la promozione dei luoghi turistici italiani. Minaccia, per altro, tutt'altro che campata in aria.

venerdì 29 gennaio 2010

Meglio sfruttati che regolari


Il Senato ha stralciato ieri l'articolo 48 della legge delega al governo per l'attuazione della Direttiva comunitaria 2009/52/CE, relativo a sanzioni e provvedimenti nei confronti di chi impieghi alle proprie dipendenze cittadini stranieri in condizioni di soggiorno irregolare. Secondo le motivazioni ufficiali, il Governo starebbe preparando un provvedimento articolato in materia, ma pare asai poco probabile. Resta il fatto che applicando le norme comunitarie, che prevedono il rilascio di un permesso temporaneo a chi denuncia lo sfruttamento in nero, si sarebbe potuto fare qualcosa di concreto nei confronti di questa piaga, ma ma si e' preferito eludere la questione, lasciando praticamente via libera allo sfruttamento per timore di una regolarizzazione seppur temporanea. Di seguito l'analisi dettagliata dell'accaduto da parte dell'ASGI (Associazione per gli Studi Giuridici sull'immigrazione):

L'Aula del Senato ha deciso lo stralcio dell'articolo 48 del disegno di legge comunitaria nel quale si attribuiva al governo una delega di attuazione della Direttiva 2009/52/CE. La Direttiva, pubblicata sulla Gazzetta ufficiale dell'Unione europea del 30 giugno 2009 introduce norme minime relative a sanzioni e a provvedimenti nei confronti di datori di lavoro che impiegano cittadini di paesi terzi irregolarmente soggiornanti. Nella delega si prevedeva un intervento del governo nel senso della possibilita' di rilascio di un permesso di soggiorno temporaneo a favore dei lavoratori extracomunitari che avessero denunciato alle autorita' competenti la loro posizione irregolare e la non applicazione delle sanzioni per i datori di lavoro che, autodenunciandosi, avessero regolarizzato i dipendenti stranieri irregolari. Nonostante il voto favorevole della maggioranza in commissione, il capogruppo del Popolo delle Libertà Maurizio Gasparri, e' intervenuto in Aula annunciando il voto contrario del gruppo all'articolo cosi' formulato specificando che ''riteniamo opportuno non varare l'articolo 48, ma legiferare su tutta la materia in termini generali'' .(...) Non ci sarà nessuna affrettata sanatoria per extracomunitari o lavoratori in nero. Abbiamo stralciato l'articolo 48 della legge comunitaria affinchè su questi aspetti si continui ad agire nel solco della legge Fini-Bossi, ingresso di quote limitate e regole specifiche per il lavoro stagionale e delle norme ulteriori introdotte a contrasto della clandestinità e per l'integrazione". L'attuazione della direttiva sulle sanzioni contro il lavoro irregolare appariva fondamentale sia per combattere efficacemente il lavoro nero, sia per incentivare gli stranieri irregolari a denunciare: in particolare gli artt. 6 e 13 della direttiva prevedono il rilascio di permessi di soggiorno agli sfruttati in condizione di irregolarità di soggiorno, oltre che il recupero dei contributi evasi e delle retribuzioni non pagate mediante azioni sindacali, il che appare un ottimo disincentivo al ripetersi di tragedie piccole e grandi.(commento a cura di Paolo Bonetti)

Qui il testo completo dell'articolo stralciato.

sabato 16 gennaio 2010

Regali


Natale e' passato, ma il governo continua a fare regali con i nostri soldi a chi davvero non ne avrebbe bisogno. Bondi pensa alla SIAE, con l'incredibile tassa "un tanto a giga", che chiama equo compenso mentre in realta' si tratta di un'iniqua rapina: non e' chiaro perche' dovrei pagare preventivamente la possibilita', piu' o meno remota, di copiere del materiale coperto da copyright su una memeria, cellulare o lettore mp3: e se sul mio disco esterno metto solo dati del lavoro?
Sacconi invece omaggia gentilmente la Novartis con un contratto capestro (per lo stato) per gli inutili vaccini della temibile (?) pandemia suina. Contratto stipulato trattando la "suina" come fosse un pericolo di natura terroristica, scarica tutti i rischi e gli oneri sui contribuenti, lasciando esente l'azienda privata produttrice del farmaco.

giovedì 19 novembre 2009

No alla vendita dei beni confiscati


Ho appena firmato e invito a firmare questo appello promosso da Libera contro la norma contenuta in finanziaria per la vendita dei beni confiscati alla mafia per fare cassa, anziche' destinarli con forte significato simbolico e pratico a progetti sociali.

Tredici anni fa, oltre un milione di cittadini firmarono la petizione che chiedeva al Parlamento di approvare la legge per l'uso sociale dei beni confiscati alle mafie. Un appello raccolto da tutte le forze politiche, che votarono all'unanimità le legge 109/96. Si coronava, così, il sogno di chi, a cominciare da Pio La Torre, aveva pagato con la propria vita l'impegno per sottrarre ai clan le ricchezze accumulate illegalmente.

Oggi quell 'impegno rischia di essere tradito. Un emendamento introdotto in Senato alla legge finanziaria, infatti, prevede la vendita dei beni confiscati che non si riescono a destinare entro tre o sei mesi. E' facile immaginare, grazie alle note capacità delle organizzazioni mafiose di mascherare la loro presenza, chi si farà avanti per comprare ville, case e terreni appartenuti ai boss e che rappresentavano altrettanti simboli del loro potere, costruito con la violenza, il sangue, i soprusi, fino all'intervento dello Stato.

La vendita di quei beni significherà una cosa soltanto: che lo Stato si arrende di fronte alle difficoltà del loro pieno ed effettivo riutilizzo sociale, come prevede la legge. E il ritorno di quei beni nelle disponibilità dei clan a cui erano stati sottratti, grazie al lavoro delle forze dell'ordine e della magistratura, avrà un effetto dirompente sulla stessa credibilità delle istituzioni.

Per queste ragioni chiediamo al governo e al Parlamento di ripensarci e di ritirare l'emendamento sulla vendita dei beni confiscati.
Si rafforzi, piuttosto, l'azione di chi indaga per individuare le ricchezze dei clan. S'introducano norme che facilitano il riutilizzo sociale dei beni e venga data concreta attuazione alla norma che stabilisce la confisca di beni ai corrotti. E vengano destinate innanzitutto ai familiari delle vittime di mafia e ai testimoni di giustizia i soldi e le risorse finanziarie sottratte alle mafie. Ma non vendiamo quei beni confiscati che rappresentano il segno del riscatto di un'Italia civile, onesta e coraggiosa. Perché quei beni sono davvero tutti "cosa nostra"

don Luigi Ciotti
presidente di Libera e Gruppo Abele


Tra i primi firmatari: Andrea Campinoti, presidente di Avviso Pubblico - Paolo Beni, presidente Arci - Vittorio Cogliati Dezza, presidente Legambiente - Andrea Olivero, presidente ACLI - Guglielmo Epifani, segretario CGIL - Luigi Angeletti, segretario UIL - Filippo Fossati, presidente UISP - Marco Galdiolo - presidente US Acli, Paola Stroppiana e Alberto Fantuzzo, presidenti del comitato nazionale Agesci - Flavio Lotti, coordinatore nazionale della Tavola della Pace - Loretta Mussi, presidente di "Un ponte Per" - Michele Curto, presidente di FLARE (Freedom, Legality and Rights in Europe) - Michele Mangano, presidente Auser - Oliviero Alotto, presidente di Terra del Fuoco, - Giuliana Ortolan, Donne in Nero di Padova - Giulio Marcon, portavoce campagna Sbilanciamoci - Tito Russo, coordinatore nazionale UDS (Unione degli Studenti), Claudio Riccio, referente Link-coordinamento universitario, Sara Martini e Emanuele Bordello - presidenti FUCI.

E inoltre: Nando Dalla Chiesa, Salvo Vitale, Rita Borsellino, Sandro Ruotolo, Roberto Morrione, Enrico Fontana, Tonio Dell'Olio, on. Pina Picerno, Francesco Forgione, Luigi De Magistris, Raffaele Sardo, David Sassoli, sen. Francesco Ferrante, sen. Rita Ghedini, Petra Reski...

mercoledì 18 novembre 2009

L'oro blu


Per evitare troppe attenzioni e lungaggini burocratiche, il governo ha posto la fiducia sul decreto salva-infrazioni, che contiene nascosto nelle sue pieghe la privatizzazione dell'acqua e dei rifiiuti, spacciata per una norma europea, che pero' europea non e'. Il ministro definisce la polemica sull’acqua «inesistente», in quanto «il bene resta pubblico, mentre la gestione andrà affidata a chi, «soggetto pubblico o privato, offre condizioni di efficienza e di costo più convenienti per il cittadino. Servizio che, peraltro, richiede investimenti infrastrutturali consistenti». Se davvero fosse così, non ci sarebbe stato bisogno di un intervento legislativo, visto che già oggi il servizio si può affidare a gara. Stessa cosa per gli altri servizi, come la gestione dei rifiuti, altro capitolo delicato del decreto. Il testo Ronchi invece di fatto obbliga gli enti a dare in gestione i servizi, escludendo la possibilità della gestione diretta e imponendo limiti alla presenza pubblica in caso di società quotate (il 40% che diventa 30% tra 5 anni). Solo in casi particolarissimi si potrà mantenere la gestione cosiddetta «in-hoise», casi da dimostrare attraverso un iter particolare, sottoposto all’autorizzazione dell’Antitrust. La scelta è invece chiarissima: aprire un nuovo ricco mercato ai privati, e scrollarsi di dosso una voragine impressionante nelle infrastrutture della rete idrica. I lavori necessari necessari ammonterebbero a 62 miliardi di euro, come dieci ponti sullo Stretto. Questo mentre 8 milioni di cittadini non hanno accesso all' acqua potabile, 18 milioni bevono acqua non depurata e le perdite del sistema sono salite al 37%, con punte apocalittiche al Sud. Sono più di vent' anni che si investe al lumicino, non si costruiscono acquedotti e la manutenzione di quelli esistenti è quasi scomparsa dai bilanci. Cosa c'e' di meglio che scaricare finalmente sugli utenti anche i giganteschi costi di decennali carenze infrastutturali? E nessuno ci dice che abbiamo le tariffe dell'acqua piu' basse d'Europa, ma quelle di luce e gas sono le piu' alte del continente... Si inizia alle 15, mentre il voto finale è previsto per le ore 13 di giovedì, dopo le dichiarazioni di voto in diretta tv. Cosi' Paolo Rumiz su Repubblica:

Dunque oggi alla Camera si va alla fiducia sull'acqua. Che bisogno aveva il governo di questo mezzo estremo per trasformare in legge un decreto, avendo i numeri di una larga maggioranza? Che fretta c'è su un tema di simile portata? È abbastanza intuibile. Se si affronta un iter normale, le cose vanno per le lunghe visto che il Pd è intenzionato a dar battaglia con l'Italia dei valori.

Entrambi i partiti hanno annunciato un fuoco di sbarramento a suon di emendamenti. Ma se accade, la storia comincia a far rumore; e se fa rumore c'è il rischio che gli italiani mangino la foglia. Cadrebbe la cortina di silenzio che negli ultimi anni ha avvolto il business legato alla distribuzione del più universale e strategico dei beni nazionali.

Il nodo è semplice. Lo Stato è in bolletta, da vent'anni non investe più come si deve sulla rete e oggi meno che mai ha soldi per un'azione di ammodernamento che costerebbe come otto ponti sullo stretto di Messina. Meglio dunque lasciare la patata calda ai privati, che con meno remore politiche potrebbero scaricare sulle tariffe il costo di un'operazione indilazionabile, e che per la mano pubblica è una delle ultime ghiotte occasioni di far cassa. Da qui un decreto che, caso unico in Europa, obbliga a mettere in gara tutti i servizi legati all'acqua e accelerarne la trasformazione in Spa, dimenticando che, quasi ovunque le grandi società sono entrate nel gioco, le tariffe sono aumentate in assenza di investimenti sulla rete.

Ovvio che meno se ne parla, meglio è. Se in Parlamento scatta la bagarre, c'è il rischio che i Comuni virtuosi (inclusi quelli con i colori della maggioranza), che hanno tenuto duro nel non cedere i loro servizi alle società di Milano, Genova, Bologna e Roma, creino un'alleanza per proteggere "l'acqua del sindaco", cioè il loro ultimo territorio di autogoverno e autonomia dopo la perdita dell'Ici.
Se se ne parla, può succedere che gli utenti apprendano che, laddove le grandi società sono entrate in campo, le perdite della rete sono rimaste le stesse, i controlli di qualità sono spesso diminuiti e magari le tariffe sono aumentate . Magari si capisce che vi sono servizi che non possono essere privatizzati oltre un certo limite, perché allora l'acqua passa al mercato finanziario, diventa quotazione in borsa, e il cittadino non ha più un sindaco con cui protestare dei disservizi, ma solo un sordo "call center" piazzato magari a Sydney, Pechino o New York. No, non si deve sapere che siamo di fronte a un passaggio epocale, di quelli che cambiano tutto, come la recinzione dei pascoli liberi nell'Inghilterra del Settecento.

Non è un caso che si sia tentato di buttare una riforma simile nel pentolone di un decreto omnibus riguardante tutti i pubblici servizi, e non è un caso che - durante la discussione - si sia scorporato dal decreto medesimo il discorso il gas, i trasporti e il nodo delle farmacie. Gas, trasporti e farmacie erano la foglia di fico. Se oggi nel decreto su cui si pone la fiducia rimane solo l'acqua con i rifiuti, significa che l'acqua e i rifiuti sono il grande affare indilazionabile, l'accoppiata perfetta su cui si reggono i profitti delle multi-utility, e parallelamente le ingordigie della criminalità organizzata. Non è un caso che si parli tanto di "oro blu".

La storia dell'umanità lo dice chiaro. Chi governa l'acqua, comanda. Le prime forme di compartecipazione democratica dal basso sono nate in Italia attorno all'uso delle sorgenti, quando i paesi e le frazioni hanno pensato ad affrancarsi grazie all'acqua. Lo scontro non è tra pubblico e privato, ma tra controllo delle risorse dal basso e delega totale dei servizi, con conseguente, lucroso monopolio di alcuni. Oggi potremmo dover rinunciare a un pezzo della nostra sovranità.