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venerdì 14 ottobre 2011

99%

Aumenta il numero di persone accampate in via Nazionale a Roma sui gradini del palazzo delle Esposizioni a pochi metri dalla sede della Banca d'Italia...

lunedì 8 agosto 2011

Bignamone


di Lapo Pistelli, su Facebook:
 

Per la maggioranza dell’opinione pubblica, “globalizzazione” significa che oggi viaggiare costa meno di ieri, che le merci sono prodotte prevalentemente in Asia e sono più economiche, che l’informazione e la rete hanno reso il mondo al tempo stesso più grande (del ristretto mondo di ieri) ma anche più piccolo (cioè più facile da conoscere).
Tutto vero. Ma si tratta di effetti, fra i tanti, della definizione vera della globalizzazione. Che è altra cosa.
La globalizzazione è la fuoriuscita dell’economia dalla sfera di dominio della politica, la sua progressiva autonomizzazione. Sembra una definizione tecnica e priva di conseguenze ma è proprio l’esatto contrario. La globalizzazione non arriva per caso; essa è figlia naturale di fatti e di scelte politiche, due in particolar modo: la caduta del muro di Berlino e la fine della guerra fredda che ingessava il mondo, e gli accordi di libero commercio del WTO.
Dalla prima delle due date, dal 1989, il prodotto interno lordo del mondo si è moltiplicato per 3, il volume degli scambi commerciali si è moltiplicato per 25, quello degli scambi finanziari addirittura per 80. Già quest’ultimo dato dovrebbe dire molto di quanto sta accadendo, e cioè – all’interno della sfera dell’economia – del golpe della finanza sull’economia reale, del dominio della ricchezza di carta, della ricchezza della matematica su quella dei beni e dei servizi che si possono vedere, toccare, consumare.
L’economia reale – per carità – si è appoggiata molto all’economia finanziaria; le famiglie hanno chiesto denaro in prestito per finanziare mutui immobiliari e consumi privati, le aziende hanno fatto ricorso al mercato borsistico per finanziare nuove idee e investimenti imprenditoriali, gli Stati hanno dilatato il loro debito sovrano per pagare stipendi, costruire infrastrutture, erogare servizi ai cittadini.
Ma c’è dell’altro, purtroppo. Infatti, sul mercato finanziario, solo per ricordare un esempio recente le banche che avevano molti clienti con mutui hanno impacchettato il rischio di quei mutui in nuovi prodotti finanziari a loro volta collocati sul mercato. E altri ancora hanno re-impacchettato quei prodotti “derivati” in altri prodotti, aggiungendoci dentro altri ingredienti, qualche titolo buono e qualche altro meno buono ma ben mescolato e dunque poco riconoscibile. Si è proceduto così, scatola cinese dentro scatola cinese, con un tasso crescente di rischio su quegli investimenti ed un buio altrettanto crescente sul contenuto reale di quel nuovo prodotto. Il seguito è tristemente noto: quando questa fragile impalcatura è crollata rovinosamente e si è scoperto (ma davvero non si sapeva prima?) che si trattava in realtà di carta senza valore, di titoli spazzatura, qualcuno si è interrogato su chi dovesse esercitare il controllo e soprattutto su chi avesse “certificato” quei prodotti.
Ed ecco planare nel mondo di noi terrestri le mitiche agenzie di rating. Le prime tre agenzie americane – Moody’s, Standards and Poor, Fitch – hanno il 90% del mercato, sono possedute da privati e con i propri comunicati decretano la “classificazione” di un bilancio societario, di un debito sovrano, di una emissione di nuovi titoli.
Le stesse agenzie di rating che avevano emesso giudizi di affidabilità su Lehman Brothers o AIG – qualcuno fallito, qualcun altro salvato a suon di miliardi di dollari – sono quelle che da mesi decidono concretamente (poiché influenzano gli investitori) con i propri comunicati sul debito greco o su quello irlandese o adesso su quello italiano se governi e parlamenti devono adottare misure straordinarie. Misure, ovviamente, che per fronteggiare oneri di indebitamento futuro che paghino il nuovo rischio del “mercato” devono nel frattempo tagliare prestazioni reali, salari, pensioni, servizi.
Vi ricordate la definizione della globalizzazione ? L’autonomizzazione dell’economia dalla politica. Dove è finita allora la sovranità ? A chi appartiene ? Al popolo che la esercita nelle forme definite dalla Costituzione o alle analisi dei doppiopetti grigi nascosti dietro le vetrate dei grattacieli di Standard and Poor ? Siamo certi che quelle analisi non servano altre logiche e altri padroni ?
All’annuncio del declassamento del debito americano - un’operazione che costerà circa 200 miliardi di dollari fra minori spese o maggiori tasse per finanziare il costo aggiuntivo del debito – l’economista Paul Krugman ha tuonato sul NYT “E’ una decisione vergognosa non perché l’America sia solida, ma perché queste persone non sono nella posizione di giudicare”.
Din don dan.
Qualcuno si era posto la stessa domanda quando la speculazione aveva attaccato l’economia greca o quella irlandese o quella portoghese ?
Non ho purtroppo il potere di fermare questa giostra ma so che c’è differenza fra l’abbattimento delle frontiere politiche e tecnologiche che consentono nel mondo la libera circolazione di idee, persone, beni, servizi e capitali e questa maionese impazzita che permette a dei simpatici giovanotti di vendere on line algoritmi di rischio scambiati per ricchezza salvo poi fare dei botti a 9 zeri senza assumersi alcuna responsabilità.

Un’altra parolina sul conformismo dominante, sui diti che indicano la luna e…..
Abbiamo talmente criticato la politica economica del governo italiano in questi due anni da diventare rauchi: la crisi negata, la balla che era tutta una questione di ottimismo, l’invito a consumare, l’affermazione che avevamo già la crisi alle spalle, che stavamo meglio di altri. Poi ieri l’altro, il commissariamento per telefono da parte di Stati Uniti, Francia e Germania, con l’odiata Bruxelles a fare da guardiana alla serietà delle nostre promesse, pena il mancato intervento della Banca Centrale Europea ad acquistare i nostri titoli pubblici.
Come Cassandre infelici per il tempo perduto dicamo “noi lo avevamo detto”: la crisi c’era,  pioveva e noi non aprivamo l’ombrello. Così abbiamo perso 6 punti di Pil in tre anni, cioè il doppio degli altri, e ne abbiamo recuperato poco meno di due mentre i partner europei stanno ricominciando a crescere. Più rapidi a cadere, noi italiani, più lenti a risalire. Ma nel Paese imperava il bunga bunga, il processo lungo, la prescrizione breve, il minuetto di Scilipoti.
Mentre l’opposizione diceva queste cose – eccome se le diceva, tutti i giorni – i due principali quotidiani italiani dell’establishment moderato hanno dedicato buona parte del mese di maggio a dibattere il tema della ripresa tramite, udite udite, l’abbattimento delle tasse, uno dei tanti specchietti per le allodole buttati dal ministro dell’economia fra un piano Sud e un piano Casa, sicuramente uno specchiettone che avrebbe richiesto qualche decina di miliardi di disponibilità per sostenere lo squilibrio iniziale in attesa dei presunti benefici.
Sono passati solo 60 giorni e le stesse pensose barbe sono passate dalla discussione sull’abbattimento delle tasse a quella sul rischio del default, due temi che implicano scenari economici antitetici ma che vengono trattati con la stessa disinvoltura e – mi permetto – talvolta con la stessa approssimazione.

L’establishment di questo Paese, è evidente, non ha alcuna voglia di andare a votare. Ha scaricato platealmente Berlusconi (dopo che gli ambienti internazionali lo avevano già fatto) ma non si fida dell’alternativa. Così ricomincia a giocare con i governi tecnici, con l’apertura di un nuovo commissariamento della politica che, archiviato Berlusconi, rimetta in moto il meccano dei partiti e delle alleanze. E’ lo stesso film che vedo andare in scena dal 1994. Talvolta il copione sembra riuscire, talvolta meno. C’è sempre un deus ex machina all’orizzonte variamente evocato (oggi Monti o, come spererebbe lui, Montezemolo) e c’è sempre casualmente – con la complicità miope di pezzi di qualunquismo di sinistra – una campagna stampa che improvvisamente attacca il Parlamento, i politici, i loro privilegi. Molte cose vere per carità ma che stranamente diventano di stringente attualità quando serve distrarre l’opinione pubblica dalla vera partita che si sta giocando. In questo teatro delle ombre cinesi, fra una cortina fumogena e un falso bersaglio, mi permetto di far notare il doppiopesismo che accompagna la vicenda del Ministro dell’Economia: il terrore dell’establishment di aprire una fase nuova senza la certezza di governarla ancora una volta obbliga a perdonare comportamenti (mi riferisco alle vicende dell’on Milanese, consigliere del Ministro) che non sarebbero stati perdonati a nessuno. Ma, si sa, l’Italia è in Paese generoso. E tutti hanno qualcosa da farsi perdonare, prima o poi.

giovedì 28 ottobre 2010

Un'opportunita'?


Mentre Plaza de Mayo (nella foto) si riempie di gente in lacrime, il Wall Street Journal bibbia degli investitori d'oltreoceano gioisce cosi' dell'improvvisa scomparsa dell'ex presidente argentino Néstor Kirchner:

"But Argentine asset prices surged Wednesday on investors' optimism that Mr. Kirchner's passing will pave the way for the country to shift to more market-friendly policies"

Inutile dire che market-friendly fa rima con people unfriendly. Per adesso anche a Wall Street dovranno rassegnarsi al fatto che per un anno ancora alla Casa Rosada ci sara' la moglie di Nestor, Cristina Fernández de Kirchner, alla quale in queste ore sta arrivando la solidarieta' di tutti i democratici d’America per la scomparsa del segretario generale di quella UNASUR, l’Unione delle Nazioni Sudamericane, che in poco tempo si è imposta come il principale consesso regionale sfidando l'influenza nordamericana e multinazionale sull'economia e sulla politica sudamericana. Oltre ai suoi meriti nella politica economica del continente, Kirchner nel suo mandato si caricò del peso e del rischio politico di abrogare le leggi dell’impunità volute dopo la dittatura per i militari violatori dei diritti umani responsabili dei 30.000 desaparecidos. Cosi' Gennaro Carotenuto commenta la scomparsa: "Oggi che finisce la corsa di Néstor Kirchner si aprono grandi interrogativi. Il kirchnerismo, il presidente, Cristina Fernández, hanno davanti a loro ancora un anno di governo per superare l’assenza del candidato naturale alla presidenza della Repubblica nelle elezioni del prossimo anno. La nuova America latina deve superare la prima scomparsa di un suo leader storico. La continuità dei processi popolari non è assicurata, ma le premesse, anche per l’azione di personaggi come Néstor Kirchner, ci sono tutte."

lunedì 5 luglio 2010

Gini


Roberto Mania su Repubblica riporta cosi' i dati OCSE sul coefficiente di Gini applicato al reddito in 27 paesi. E si scopre che dagli anni 90 la tendenza verso una societa' di ricchi sempre piu' ricchi e di poveri sempre piu' poveri invece di invertirsi si e' aggravata, colpendo con piu' determinazione i giovani. E l'ultima finanziaria ne e' lo specchio fedele:

Forse non è neanche più un caso che l'indice per misurare il tasso di diseguaglianza nella distribuzione del reddito sia stato definito nel secolo passato da uno statistico-economista italiano: Corrado Gini. Forse era già quello un segno premonitore. Ecco, il "coefficiente Gini" ci dice quanto siamo peggiorati. E peggioreremo ancora se è vero che la discesa ha subito un'accelerazione con la recessione precedente, quella dei primi anni Novanta. Meno profonda di questa e più celere nell'abbandonarci, però. "L'esperienza del 1992-93 quando l'economia italiana attraversò una fase severamente negativa, suggerisce che a una crisi economica può seguire un persistente aggravamento della diseguaglianza", ha scritto l'economista della Sapienza di Roma Maurizio Franzini, nel suo recente libro "Ricchi e poveri" (Università Bocconi editore). Basterà aspettare i prossimi mesi. Più basso è l'indice Gini più eguale è la società. Il nostro indice Gini arriva a 35. In Polonia è 37, negli Stati Uniti 38, in Portogallo 42, in Turchia 43 e in Messico 47. La Francia ha un coefficiente del 28 per cento e la Germania, nonostante gli effetti della riunificazione est-ovest, è al 30. In alto i paesi dell'uguaglianza, l'Europa del nord: la Danimarca e la Svezia con un coefficiente Gini del 23 per cento.
C'è anche un altro modo per misurare la diseguaglianza, dividendo la popolazione in decili: il 10 per cento più ricco e il 10 per cento più povero per poi calcolare quante volte il reddito del primo gruppo supera il secondo. Anche qui siamo messi male, malissimo: gli italiani più ricchi hanno un reddito superiore di dodici volte quello dei più poveri. Certo, in Messico questo rapporto sale a 45, ma nella vecchia Europa ci supera solo la Gran Bretagna con un rapporto che sfiora il 14, mentre la Germania è al 6,9, la Spagna al 10,3, la Svezia al 6,2. Conclusione di una ricerca dell'Ires appena uscita ("Un paese da scongelare", di Aldo Eduardo Carra e Carlo Putignano, edito da Ediesse): "In Italia i ricchi sono più ricchi, il ceto medio è più povero e i poveri sono molto più poveri". E così, in un decennio le diseguaglianze si sono accresciute di oltre cinque punti. Il coefficiente Gini era 29 nel 1991, poi è salito al 34 nel 1993. E ora - si è visto - è al 35. Ma nulla fa pensare che si fermi lì. Anzi: tutto fa pensare il contrario. Altri paesi - la Spagna, per esempio - si sono mossi in direzione esattamente opposta [...]
[...] Nemmeno la recessione è stata, ed è, uguale per tutti. I giovani stanno pagando più caro. È l'Istat che lo certifica nel suo Rapporto annuale: "La crisi ha determinato nel 2009 una significativa flessione dei giovani occupati (300 mila in meno rispetto all'anno precedente), i quali hanno contribuito per il 79 per cento al calo complessivo dell'occupazione". Un giovane su tre è senza lavoro. Un giovane - ricordano Tito Boeri e Vincenzo Galasso nel loro "Contro i giovani" (Mondadori) - guadagna il 35 per cento in meno di chi ha tra i 31 e i 60 anni (era il 20 per cento negli anni Ottanta). Ecco: così, partendo dal basso, si costruisce un paese diseguale.

giovedì 25 marzo 2010

Zerozerocinque


Parte da oggi anche in Italia la Campagna internazionale di raccolta di firme per sollecitare i capi di Stato e di Governo del G20 a varare - nel prossimo meeting fissato per giugno in Canada - una tassa sulle transazioni finanziarie il cui gettito possa essere destinato a pagare parte dei costi della crisi innescata dalla finanza speculativa. La tassa e' di importo molto contenuto, compreso tra lo 0,01 e lo 0,1 per cento di ogni transazione, e potrebbe finanziare politiche sociali ed ambientali efficienti e necessarie nei Paesi sviluppati e ridare ossigeno alla cooperazione internazionale per lo sviluppo dei Paesi del Sud mondo, vittime di una crisi della cui genesi non hanno alcuna responsabilità.

La Campagna - lanciata oggi in occasione del summit dei Capi di Stato e di Governo dell'UE e del meeting delle Nazioni Unite dedicato a Finanza e Sviluppo - è promossa in Italia da Social Watch (che riunisce Campagna per la Riforma della Banca Mondiale, Ucodep, Fcre, Lunaria, WWF Italia, Acli, ARCI/ARCS, Mani Tese), Sbilanciamoci, Sistema Banca Etica, ATTAC Italia, FIBA CISL, CISL, Consorzio Goel, Lega Missionaria studenti, CVX, Coalizione Italiana contro la Poverta-GCAP Italia, FOCSIV - Volontari nel Mondo, Comitato Italiano per la Sovranità Alimentare, Valori, AMISnet, Azione Cattolica.

Le firme raccolte saranno inoltrate al Governo Italiano e in particolare al ministro dell'Economia On. Giulio Tremonti per chiedergli di farsi promotore, a livello nazionale e in tutte le sedi internazionali appropriate, dell'introduzione di una Tassa sulle Transazioni finanziarie. Tasse di questo tipo già esistono in alcuni Paesi e l'idea di adottarle su scala globale si sta facendo sempre più strada tra i leader di molti Paesi Europei e non solo. Si stima che tassando dello 0,05% (un valore intermedio nella forbice tra le proposte più severe che puntano allo 0,1 e le più morbide che propongono lo 0,01) ogni compravendita di titoli e strumenti finanziari nella sola UE si potrebbe registrare un gettito tra i 163 e i 400 miliardi di dollari annui, mentre a livello mondiale il gettito sarebbe compreso tra 400 e 946 miliardi di dollari l'anno. Cifre importanti, che permetterebbero agli Stati di colmare gradualmente quelle voragini che si sono aperte nei conti pubblici con i salvataggi delle grandi banche e con le misure di sostegno all?economia rese necessarie per contrastare la pesante crisi economica provocata dagli eccessi della finanza speculativa (secondo stime recenti del Fondo Monetario Internazionale il costo globale della crisi avrebbe raggiunto i 13.620 miliardi di dollari a livello globale).

Il gettito di una piccola tassa sulle transazioni finanziarie potrebbe permettere agli Stati di avere risorse a disposizione per attuare politiche sociali, ambientali e di cooperazione internazionale efficaci ed efficienti e più che mai necessarie visto l'elevatissimo costo sociale della crisi.

«Non solo - spiega Andrea Baranes, ricercatore della Campagna per la Riforma della Banca Mondiale e di Social Watch - la tassa sulle transazioni finanziarie sarebbe anche un ottimo strumento per permettere alla politica di regolamentare i mercati finanziari. Una tassazione dello 0,05%, infatti, non scoraggerebbe certo quegli investitori che operano sui mercati con ottica di lungo periodo e che mettono i propri risparmi a disposizione di aziende che operano nel mondo dell'economia reale. Essa sarebbe tuttavia un valido deterrente per chi usa la finanza solo per speculare: quegli operatori che comprano e vendono strumenti finanziari centinaia o anche migliaia di volte in un giorno, rendendo i mercati instabili e volatili, sarebbero costretti a pagare lo 0,05% su ogni transazione».

«Il ricorso imponente alla finanza speculativa da parte delle grandi banche d'affari è diventato elemento prevalente rispetto al ruolo di sostegno al lavoro, alle famiglie e allo sviluppo. Il sistema finanziario ha creato un evidente squilibrio economico con un rischio che è stato caricato alla collettività, ai contribuenti - sottolinea Maurizio Petriccioli, segretario della Cisl - che ancora una volta sono stati chiamati ad intervenire per salvare le stesse banche. La tassa sulle transazioni finanziarie di carattere speculativo avrebbe il pregio, come affermato dall'economista Paul De Grauwe, di far pagare un prezzo assicurativo contro tale rischio. Ne sosteniamo con forza l'introduzione per investire in coesione sociale, nel lavoro e per contrastare la povertà».

Qui per firmare l'appello al G20, e il sito zerozerocinque.it per tutte le informazioni.

domenica 14 febbraio 2010

The spirit level


"La misura dell'anima" (titolo italiano di "The spirit level" di R. Wilkinson e K. Pickett, due economisti britannici) non e' un libro mistico, ma un volumetto piuttosto concreto che parla di economia e di societa'. Lo fa a un livello accessibile, a tratti pure troppo, pur contenendo una bella mole di dati e di informazioni. Tutte tese a dimostrare il perche' siano le disuguaglianze a rendere le societa' piu' infelici, piu' che il ristagno dell'economia. Infatti gli autori dimostrano pagina dopo pagina come la differenza di reddito fra i piu' ricchi e i piu' poveri di diversi paesi del mondo correla con i tassi di violenza, l'ignoranza, il maggiore disagio psichico, orari di lavoro piu' lunghi, la salute precaria, il numero di detenuti, di tossicodipendenti, ragazze-madri, obesi... Mentre i piu' sono abituati a pensare che la crescita economica abbia l'effetto automatico di rendere una nazione più sana e più soddisfatta (il famoso Wall Street Pissing di Paoliniana memoria), scopriamo invece che e' possibile dimostrare dati alla mano che i malesseri generati dalla diseguaglianza coinvolgono tutti. Non solo i ceti più svantaggiati, ma anche quanti si collocano al vertice della scala sociale. La prospettiva aperta dal libro è chiara: se si vuole avviare un nuovo ciclo di crescita che ponga al centro la qualità della vita e non solo il Pil, occorre intervenire immediatamente per ridurre la forbice sociale cresciuta a dismisura tra anni ottanta e novanta, redistribuendo reddito e opportunità prendendo ispirazione da Scandinavia e Giappone, esempi virtuosi di egualitarismo sebbene basati su modelli completamente diversi.
Oltre ad analizzare i dati raccolti in piu' di 30 anni di ricerche, gli autori nei capitoli finali cercano di individuare anche qualche strumento pratico per aiutare a creare una societa' piu' egualitaria, puntando sulle nuove tecnologie, le cooperative, abbattendo i salari dei supermanager, aumentando la progressivita' delle imposte, creando una "carta CO" a scalare per misurare i consumi ambientali di ognuno, investire in innovazione e istruzione. E soprattutto puntano il dito sulla parte politica che in questi anni si e' piu' battuta contro il liberismo economico sfrenato e il consumeismo, colpevole di aver perso di vista un ideale di societa' a cui ispirarsi. E nel loro piccolo provano a rimediare. Questo il finale del libro:


Speriamo di aver dimostrato che esiste una migliore società per cui lottare: una società fondata sull’uguaglianza, in cui le persone non siano divise dallo status e dalla gerarchia; una società in cui sia possibile ritrovare un senso di comunità, superare le sfide del riscaldamento globale, possedere e controllare democraticamente il proprio lavoro insieme a comunità di colleghi, e partecipare ai benefici di un crescente settore non monetizzato dell’economia. La nostra non è un’utopia: i dati dimostrano che anche una minuscola diminuzione della disuguaglianza, che è già realtà in alcune delle democrazie benestanti, può cambiare in meglio la qualità della vita di tutti. Adesso il compito è lavorare per una politica che riconosca il tipo di società che dobbiamo creare e che si impegni a far leva sulle opportunità tecnologiche e istituzionali per realizzarla. [...]
Dopo aver vissuto per diversi decenni con la sensazione opprimente che non vi siano alternative al’insuccesso sociale è ambientale delle società moderne, oggi possiamo finalmente ritrovare quel sentimento di ottimismo che nasce dal sapere che i problemi possono essere risolti. Sappiamo che la promozione dell’uguaglianza ci aiuterà a tenere a freno il consumismo e agevolerà l’introduzione di provvedimenti atti a fronteggiare il riscaldamento globale […] Siamo sul punto di creare una ocieta' qualitativamente migliore e veramente accogliente per tutti.
Per sostenere la necessaria volonta' politica, dobbiamo ricordare che sulla nostra generazione incombe la responsabilità di produrre una delle maggiori trasformazioni della società dell’uomo. Abbiamo visto che nei paesi ricchi la crescita economica non è più in grado di contribuire all’innalzamento della vera qualità della vita, e anche il nostro futuro sta nel migliorare la qualità dell’ambiente sociale nelle comunità in cui viviamo. Il ruolo di questo libro è sottolineare che l’uguaglianza costituisce le fondamenta materiali su cui costruire migliori relazioni sociali.


Una nota finale. Oggi, dopo aver finito il libro, ho scoperto a Messa che il Vangelo di oggi erano le Beatitudini secondo Luca, quelle in cui non solo Gesu' spiega che e' dei poveri il regno di Dio, ma in cui mette anche i guardia i ricchi, i sazi e quelli in alto nella scala sociale, perche' saranno afflitti. In altre parole, quello che il libro appena concluso si sforzava di dimostrare con dati, grafici e tabelle. Peccato pero' che trppo spesso la Chiesa invece di farsi portatrice di questo messaggio rivoluzionario si sia seduta troppo spesso dalla parte della difesa a oltranza dello status quo e del conservatorismo...

domenica 8 novembre 2009

Sorpassi


Raul Minetti spiega perche' la storia del sorpasso ai danni della Gran Bretagna sul PIL strombazzato da Berlusconi sia in realta' una panzana merito esclusivamente di Prodi. Qualche informazione in piu' anche su noisefromamerika.

Mi sono svegliato stamane e ho trovato scritto a caratteri cubitali come prima notizia della prima pagina del Corriere della Sera online che il premier Silvio Berlusconi ha annunciato in conferenza stampa che l’economia italiana non solo “galoppa” ma ha superato quella del Regno Unito e si colloca ora al sesto posto al mondo nella classifica del PIL nominale. Quella dei sorpassi nella classifica del PIL è storia (barzelletta?) vecchia, e qui bisogna dire che Berlusconi non è più colpevole o ingenuo di tanti suoi predecessori italiani e internazionali. Si sa che gli esempi sono sempre più utili di mille spiegazioni e allora per capire la inutilità di questa notizia che riempie oggi i nostri maggiori giornali riporto qui questo divertente aneddoto dalla edizione inglese del People’s Daily (uno dei maggiori quotidiani cinesi).

Anche i bambini sanno che la Cina sperimenta ormai da anni tassi di crescita dell’economia fenomenali, da prime pagine dei giornali. Durante il 2003 il PIL della Cina crebbe ad un tasso spettacolare del 9.1%; la nostra lumachella Italia sperimentò sempre nel 2003 una modestissima crescita del suo PIL dello 0.3%. Lo riscrivo per chiarezza in formato calcistico: Cina +9.1%-Italia +0.3%, cioè nel 2003 l’economia cinese crebbe 30 volte (30) più di quella Italiana. Eppure, alla fine del 2002 la Cina era al sesto posto nella classifica mondiale del PIL davanti all’Italia e, incredibilmente, alla fine del 2003 l’Italia (che in quell’anno era cresciuta 30 volte meno) sorpassò la Cina e divenne di nuovo la sesta economia del mondo davanti alla Cina! A cosa fu dovuto questo miracoloso sorpasso della lumachella Italia ai danni del dragone Cina? Come ci spiega nell’articolo il bravo Mr. Zhu (executive director per la Cina presso la Banca Mondiale), il “sorpasso dopato” fu dovuto ai forti cambiamenti dei tassi di cambio durante il 2003. Quando confrontati a livello internazionale i PIL dei vari paesi vengono convertiti in dollari USA al tasso di cambio corrente. Durante il 2003 l’Euro (in cui si misura il PIL nominale italiano) si apprezzo’ del 20% rispetto al dollaro mentre il tasso di cambio RMB (la valuta cinese) rispetto al dollaro rimase praticamente invariato durante il 2003. In sintesi: a causa del massiccio apprezzamento dell’Euro, nonostante il suo PIL fosse cresciuto solo dello 0.3% rispetto all’anno precedente, l’Italia si trovo’ ad avere un tasso di crescita del suo PIL valutato in dollari di circa il 20%. Il drago cinese sperimento sì una crescita fenomenale del PIL del 9.1% rispetto all’anno precedente ma essendo il tasso di cambio RMB/Dollaro rimasto invariato quella fu anche la crescita del suo PIL stimato in dollari. Morale: grazie alle fluttuazioni del tasso di cambio la lumaca Italia crebbe in termini di dollari USA al 20% e il drago Cina al 9%. E l’Italia sorpassò temporaneamente la Cina nella classifica mondiale del PIL (poi il drago ha continuato la corsa e recentemente ha superato anche il Giappone…).

L’estenuante storia-barzelletta dei sorpassi del PIL Italia su UK e viceversa che ci raccontano da ormai 25 anni è in buona parte spiegabile proprio con le vistose fluttuazioni nei tassi di cambio dell’Euro rispetto alla Sterlina. La Sterlina è da tempo molto debole rispetto all’Euro e questo trascina al ribasso il valore del PIL del Regno Unito rispetto a quello dell’Italia. Ovviamente il discorso vale anche al contrario: quando negli anni ’90 i giornali inglesi trionfalmente annunciavano il sorpasso del PIL inglese su quello italiano esso era dovuto non solo ad una brillante performance al tempo dell’economia inglese ma anche ad una forza notevole della Sterlina rispetto alla Lira. La verità più amara per entrambi i paesi è che (al netto delle illusioni ottiche dei tassi di cambio) la crescita dell’economia italiana è mediocre (vergognosa?) da 20 anni, e quella inglese dopo una buona performance negli anni ’90 segna anch’essa da qualche tempo il passo (il Regno Unito è anche uno dei paesi che piu’ ha risentito della crisi globale).

Tre riflessioni in conclusione: 1) Berlusconi potrebbe al limite fare una telefonata di ringraziamento a Prodi per aver aiutato a suo tempo l’Italia ad entrare nell’Euro, se oggi annuncia l’ennesimo ri-sorpasso; 2) Se e quando il Regno Unito adotterà l’Euro, ci libereremo per sempre di questa barzelletta dei reciproci sorpassi Italia-Uk; 3) I nostri maggiori quotidiani potrebbe fare un uso più accurato delle loro prime pagine.

domenica 2 agosto 2009

Ricatti e consenso



Dinanzi al ricatto di costituire un Partito del Sud, Berlusconi ha dovuto concedere in fretta e furia circa 4 miliardi di euro a favore della Sicilia, quale anticipazione di un successivo e non ben identificato Piano per il Meridione rinviato per ora a data da destinarsi. Con il risultato di mettersi contro un'altra fetta della sua coalizione che sta facendo del logoramento di Berlusconi la sua vera battaglia politica, dimostrando il teorema che dividere e mettere tutti contro tutti puo' aiutare a prendere il potere, ma non a governare.
Anche i fatti parlano piu' chiaro dei proclami su giornali e tv: i 4 miliardi erano gia' stati stanziati tramite Cipe e poi bloccati, quindi in pratica non ha concesso nulla di nuovo, e il governo Berlusconi che oggi appare paladino del sud (!!) aveva di fatto destinato 20 miliardi stanziati dal precedente governo per lo sviluppo del meridione a tutt'altro scopo. Ma l'importante si sa non e' la sostanza, e' il messaggio per raccogliere consenso. Se un piano serio e complesso per il meridione non richiama consenso immediato, lasciamolo da parte, meglio 4 miliardi a pioggia come una goccia nell'oceano per ingrassare i soliti sorci, e chi s'e' visto s'e' visto. Quella che L'Antonio chiama "furia del consenso" sta di fatto negando al paese qualunque piano di largo respiro: meglio poco e inutile subito, che qualcosa di costruttivo i cui effetti si vedranno domani. Lo sa bene il governo precedente mandato a casa da promesse demagogiche e dalla volonta' di rimettere in sesto il paese, poi subito fatto naufragare dai colleghi venuti a sostituirlo: il bilancio di Tito Boeri dei primi 15 mesi di governo e' implacabile e preoccupante. Non c'è stata alcuna riforma vera, se non quella ancora tutta in fieri della pubblica amministrazione e il tentativo di demolire la scuola pubblica. Molti provvedimenti ad hoc, ad personam, transitori, in deroga o in proroga, che lasceranno e stanno gia' lasciando un'eredità pesante nel paese delle eccezioni e delle complessità normative, con il debito pubblico mai cosi' fuori controllo. Se ne è già accorto l'esecutivo perché nella legge di assestamento di bilancio ha dovuto rifinanziare per 10 miliardi misure la cui entità era stata in origine sottostimata.
Paradigmatico anche il caso dei fondi per ricerca e sviluppo nelle imprese tagliati e distribuiti solo per un totale di 1 miliardo di euro e solo a quelle imprese in cima a una speciale graduatoria. Peccato che non si volesse premiare il merito, ma solo la velocita': chi all'apertura del bando il 6 Maggio scorso cliccava per primo per l'invio della domanda otteneva gli agognati fondi, una vera assurdita'. 22000 imprese sono rimaste fuori, senza un criterio per premiare davvero chi vuole innovare e innovarsi. Resta da capire perche' nonostante tutto gli industriali continuino a spellarsi le mani nel sostenere il governo in ogni occasione, nonostante si navighi a vista inanellando assurdita' e ingiustizie palesi. Forse la risposta e' purtroppo molto semplice e molto triste, la non politica della destra pur danneggiando le imprese produttive e il paese, ne facilita molte senza meriti particolari attraverso forme meno visibili e meno dicibili ma molto concrete: nuova tolleranza verso l'evasione, ammorbidimento delle regole sulla sicurezza e sul lavoro nero, aiutini negli appalti pubblici...

martedì 3 marzo 2009

Disuguaglianze e compagni ombra


Mentre la nave affonda, il Governo tira dritto per la sua strada fatta di Paura, di ronde, di caccia al capro espiatorio. In USA Obama vara un piano per finanziare l'assicurazione sanitaria per tutti aumentando le tasse ai piu' ricchi, mentre in Italia aumentano le code alla Caritas insieme alle ronde, nel paese dove la disuguaglianza di redditi cresce maggiormente dagli ultimi 20 anni fra i paesi Ocse. Cosi' Gianni Cuperlo:

L’America (come l’Europa) affronta la crisi economica più devastante degli ultimi decenni con un linguaggio spiazzante se confrontato ai rituali della stagione trascorsa. Ruolo centrale degli Stati, redistribuzione delle risorse, sostegno pubblico alla domanda, misure anticicliche nazionali e non solo: è quasi paradossale che l’Italia (nel nostro splendido isolamento) appaia così estranea al contesto. C’è un “mondo morale” della destra economica e politica che frana come un castello di carte mentre qui da noi la destra prosegue imperterrita nel suo cammino. Limita le intercettazioni, recluta le ronde, viola la deontologia dei medici, scambia la clandestinità per un reato, e soprattutto non investe un euro su questa benedetta crisi (gli aiuti pubblici italiani, a differenza di quanto accade altrove, sono tutti coperti, vale dire che non sono interventi in deficit ma vengono compensati da aumenti di tasse o riduzione di spese). Come si dice, siamo degli straordinari “portoghesi”. Seguiamo lo sviluppo degli eventi. Aspettiamo che americani, tedeschi e francesi spendano le risorse (loro) per invertire il segno del declino. Nella convinzione che se il convoglio riparte noi saliremo sul vagone di coda con un saltello agile, come nei vecchi film in bianco e nero. Ma è difficile che le cose vadano così. Certo, i numeri fanno colpo. Il presidente Sarkozy ha stanziato per Renault e Peugeot una somma pari, più o meno, al capitale che il governo italiano ha stanziato da settembre a oggi per fronteggiate la crisi di famiglie e imprese. Quanto all’estensione degli ammortizzatori (i famosi 8 miliardi di euro) sono coperti come il resto delle misure dal Fas (il Fondo per le Aree Sottoutilizzate) e dunque sono risorse sottratte a politiche di investimento. Una quota parte poi deriva dal fondo sociale europeo col risultato che si tratta comunque di una cifra insufficiente. Almeno se teniamo conto delle indicazione del governatore Draghi, l’altro giorno a Milano: due milioni e mezzo di lavoratori a termine che resteranno senza assegno entro la fine dell’anno.

Almeno l'opposizione si sveglia, e a sorpresa e comincia a fare proposte semplici e puntuali su temi seri, proposte che costringono lo stesso governo a rispondere. Pare che finalmente il PD abbia una linea, o almeno mostri di averla, e che invece di seguire l'agenda del governo pensata per distrarre e spaccare, impone la sua su cose importanti per tutti. Anche i segni della domenica di campionato parlano a favore. Vuoi vedere che il compagno ombra Franceschini...

mercoledì 22 ottobre 2008

Se non ora, quando? Il 25?


Secondo l'OCSE l'Italia e' uno dei paesi peggiori per la disuguaglianza economica tra chi ha e chi non ha, al sesto posto per il gap tra le classi sociali dopo Messico, Turchia, Portogallo, Stati Uniti e Polonia. E la ricchezza è distribuita in modo anche più diseguale delle entrate: infatti in Italia il 10 per cento dei più abbienti possiede il 42 per cento della ricchezza totale e il 28 per cento delle entrate globali. La mobilità tra le classi sociali è in Italia tra le piu' basse, i figli di genitori poveri hanno molte meno probabilità di accedere alla ricchezza e a classi sociali piu' agiate che nella maggior parte degli altri paesi OCSE. Con ovvie conseguenze non solo di ingiustizia, ma anche di ristagno sociale e mancata innovazione.
Come se non fosse abbastanza, ritorna selvaggia l'evasione fiscale dei ricchi, dopo la rimozione di tutti gli organo di controllo e vigilanza voluti dal precedente governo.

Gli editoriali dell'ultimo numero di Nature, la piu' prestigiosa rivista scientifica internazionale, comincia cosi': "Nearly 2,000 Italian researchers will lose promised permanent positions under a law that is expected to come into force by the end of the year. They may have to leave public research altogether", e proseguono: "The Berlusconi government may feel that draconian budget measures are necessary, but its attacks on Italy's research base are unwise and short-sighted. The government has treated research as just another expense to be cut, when in fact it is better seen as an investment in building a twenty-first-century knowledge economy". In madrepatria, nonostante le minacce antidemocratiche del Biscione, continuano cortei, occupazioni, lezioni in piazza, mobilitazioni e iniziano le prime repressioni poliziesche del dissenso. Mobilitazioni che vedono fianco a fianco da un lato studenti e giovani ricercatori preoccupati e estenuati da mancanza di prospettiva e di riconoscimento del merito, dall'altra professori e baroni, purtroppo ansiosi nella maggior parte dei casi solo di mantenere i loro privilegi e clientelismi, e non di cambiare in meglio. Solo a Firenze in 40000 sfilano contro gli attacchi incrociati del "ministro unico" Brunetta-Mariastar: "SE PENSATE CHE L'ISTRUZIONE SIA COSTOSA, PROVATE CON L'IGNORANZA". Con le giovani generazioni che si vedono messe ancora peggio di chi pensava, come la mia, di aver gia' toccato il fondo. con una scuola gia' classista e razzista che sta per essere istituzionalizzata come tale.

Dilaga infatti senza freno l'emergenza razzismo, a Padova compare anche il primo bar ariano, con "Vietato l’ingresso ai negri. Irregolari e pregiudicati".
Preoccupata di distribuire privilegi e risorse a banche e famiglie industriali, il governo fa retromarcia anche su ogni impegno su clima e ambiente, isolandosi dall'UE. Commenta Sarkozy: "abbandonare il pacchetto dell'Unione Europea è irresponsabile e drammatico. La situazione ambientale del mondo non è migliorata in conseguenza della crisi finanziaria. Il pacchetto è fondato sulla convinzione che il mondo va incontro alla catastrofe se continua a produrre nelle stesse condizioni. Non vedo alcuna argomentazione che mi dica che il mondo va meglio dal punto di vista ambientale solo perché c'è la crisi economica". Tocca anche dargli ragione.

Il PD, malgrado un’iniziativa politica rivoluzionaria, moderna, e creativa come quella messa in piedi durante la sua creazione e la successiva campagna elettorale, ha perso le elezioni ed e' quindi sparito a leccarsi le ferite e a guardarsi l'ombelico. Dando l'immagine di un partito allo sbando, che ha la necessita' immediata di rialzarsi, smettere di spartirsi poltrone e poltroncine contando le correnti e cominciare a unirsi sui punti cardine e a proporre cose invece di sfinirsi su battaglie inspiegabili e perse, o cincischiare su opportunita' e strategie ovvie. Per esempio, non puo' permettersi di perdere l'occasione storica della crisi dei mercati (o meglio, della deregolamentazione che il capitalismo ha voluto contro il mercato) per spiegare che le cose non sono cosi' semplici come tutti ci vogliono far credere sempre di piu', che si puo' e si deve uscire dalla crisi con un piano che sia anche e soprattutto per i cittadini, e far proprie e rilanciare con forza e fermezza le tante e disperse proposte per un nuovo patto sociale reso possibile dalla crisi (qui un esempio).

Non bastano queste (ma qui tante altre) come ragioni per essere in piazza Sabato a Roma?

domenica 12 ottobre 2008

Spolpare il cadavere


Indovina un po' da dove il nuovissimo decreto salva banche prende i soldi? A chi indovina ricchi tagli. La soluzione piu' sotto, nel DECRETO-LEGGE 9 ottobre 2008, n. 155 "Misure urgenti per garantire la stabilità del sistema creditizio e la continuità nell'erogazione del credito alle imprese e ai consumatori, nell'attuale situazione di crisi dei mercati finanziari internazionali":

Articolo 7. Con decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri, su proposta del Ministro dell'economia e delle finanze, sono individuate per ciascuna operazione di cui al presente articolo le risorse necessarie per finanziare le operazioni stesse. Le predette risorse, da iscrivere in apposito capitolo dello stato di previsione del Ministero dell'economia e delle finanze, sono individuate in relazione a ciascuna operazione mediante:
a) riduzione lineare delle dotazioni finanziarie, a legislazione vigente, delle missioni di spesa di ciascun Ministero, con esclusione delle dotazioni di spesa di ciascuna missione connesse a stipendi, assegni, pensioni e altre spese fisse; alle spese per interessi; alle poste correttive e compensative delle entrate, comprese le regolazioni contabili con le regioni; ai trasferimenti a favore degli enti territoriali aventi natura obbligatoria; del fondo ordinario delle università; delle risorse destinate alla ricerca; delle risorse destinate al finanziamento del 5 per mille delle imposte sui redditi delle persone fisiche; nonche' quelle dipendenti da parametri stabiliti dalla legge o derivanti da accordi internazionali;
b) riduzione di singole autorizzazioni legislative di spesa;
c) utilizzo mediante versamento in entrata di disponibilità esistenti sulle contabilità speciali nonche' sui conti di tesoreria intestati ad amministrazioni pubbliche ed enti pubblici nazionali con esclusione di quelli intestati alle Amministrazioni territoriali con corrispondente riduzione delle relative autorizzazioni di spesa e contestuale riassegnazione al predetto capitolo;
d) emissione di titoli del debito pubblico.

Come sempre, come per l'ICI, da Universita' e Ricerca: le vere ruote di scorta di ogni politica che si rispetti, e gia' da tempo oltre la canna del gas. Ma ai camionisti, ai carrozzieri e ai banchieri stessi mai? E per giunta con quei soldi le banche le salviamo anche a scatola chiusa, senza una minima discussione sulle regole del gioco. Ole'. Altro siluro...

sabato 11 ottobre 2008

Sempre piu' giu'


Il giochino si e' rotto. Le borse crollano sempre piu' giu', l'occidente coi soldi e' nel panico. Nonostante gli encomiabili sforzi ieri a cena di un'amica banchiera, nonostante ottimi bignami in rete (ad esempio le raccolte di link per capire la crisi di Corrado qua e qua), i contorni del dissesto finanziario globale rimangono nebulosi. Qualche convinzione me la porto pero' dietro: la globalizzazione della finanza ha fatto si' che la crisi principalmente concentrata negli stati Uniti si sia portata dietro tutto l'occidente (se l'America starnutisce il mondo si ammala, purtroppo: sarebbe quasi giusto che il presidente tra poche settimane lo votassimo anche noi); che l'inizio della crisi, quando ancora si parlava solo di mutui, e' stato scatenato dall'aumento del divario tra chi ha i soldi e chi fa fatica; che la crisi energetica sta facendo da volano alla crisi finanziaria, e che non risolveremo niente continuando a ignorare questa verita'. Magari mi sbaglio, ma mentre tutti rassicurano, probabilmente a ragione, sul destino dei nostri risparmi (che non ho), io mi preoccupo per qualcosa di molto piu' grosso che potrebbe covare, come dopo la grande crisi del '29. E se invece fosse l'occasione per ripartire da capo, secondo uno svioluppo sostenibile e sociale, con regole piu' chiare e applicate, con un'attenzione maggiore a chi stiamo lasciando indietro e a quel che resta delle risorse del pianeta? L'occasione sarebbe unica, e la speranza e' l'ultima a morire...

giovedì 2 ottobre 2008

Il crollo dei giganti


Stasera ho cercato di capirci qualcosa in piu' della grande crisi che ha investito l'intero sistema finanziario americano, con gravi ripercussioni sui mercati di tutto il mondo. Evito accuratamente di addentrarmi in un'analisi oltre le mie possibilita', e mi limito a segnalare qualche link. Qui 1911 fa un riassunto breve breve che ha il pregio di andare subito al nocciolo della questione, la negligenza e la superficialità di un sistema che, per sopravvivere, e' da tempo costretto ad autoalimentarsi. Raul Minetti cerca invece qui di sfatare alcuni delle affermazioni piu' facili che si leggono sui giornali, tipo che la colpa e' del libero mercato USA, attribuendo connotati unicamenti ideologici a un fenomeno economico complesso, che la colpa e' tutta della globalizzazione e si stava meglio quando si stava peggio, e che almeno siamo giunti alla caduta di Sodomo e Gomorra. Qua su laVoce.info si fa vedere come piu' che l'avidita' e la voglia di giocare d'azzardo siano state le previsioni euforiche (e sbagliate) sul mercato immobiliare a generare il processo a catena che ha portato al crollo del sistema. Qui invece su noiseFromAmeriKa (grazie ad Andrea) l'economista Michele Boldrin fa la storia della crisi, partendo da una spiegazione di cosa sono questi benedetti derivati, da dove e' nata la crisi, e per finire i problemi, eventuali soluzioni e la rassicurazione che il cielo non ci sta cadendo sulla testa. Non e' di semplicissima lettura e a tratti abbastanza tecnico, ma vale la penna di scorrere i tre articoli anche ricchi di esempi e di spiegazioni su molte delle cose incomprensibili di cui si parla sui giornali. Stefano Fassina su l'Unita' cerca invece di andare oltre le ragioni prettamente economiche, pountando l'indice sull'abnorme concentrazione di ricchezza in poche mani e l'affanno anche della classe media costretta ad indebitarsi per mantenere il proprio tenore di vita, proprio come prima della grande crisi del '29.
Quel che e' certo e' che ci sono state senz'altro grosse mancanze nella regolamentazione e nella vigilanza di istituzioni e mercati finanziari, ingigantite da uno squilibrio sempre maggiore fra ricchi e poveri e dalla nascita di una "cultura del debito". Ed e' certo che per iniziare a correre ai ripari serve uno dei piu' grossi investimenti pubblici di sempre (1000 Alitalia in un colpo solo) per salvare le grandi banche e per far credere al cittadino medio, americano e non, di poter continuare a vivere sotto le luci del "sogno americano". E pensare che solo un decimo dei soldi necessari per salvare la grande finanza USA sarebbero bastati per finanziare misure urgenti per sconfiggere alcune cause nodali del sottosviluppo nel terzo mondo entro il 2015, ed erano stati ovviamente rifiutati ai paesi poveri. Il card. Oscar Rodríguez Maradiaga, presidente di Carita Internationalis si e' domandato se "c'è un'emergenza maggiore di 10 milioni di bambini che muoiono ogni anno per cause ampiamente prevenibili?". Evidentemente si', mentre attendiamo che si moltiplichino in tutto il mondo le iniziative di solidarietà verso la popolazione civile degli Stati Uniti colpita dalla crisi finanziaria.

mercoledì 30 luglio 2008

La grande selezione e l'assedio


Nulla di fatto ai negoziati dell'organizzazione mondiale del commercio (WTO), affossati dallo scontro dallo scontro tra i paesi ricchi e quelli in via di sviluppo, capitanati da Cina e India. In cambio della riduzioni dei sussidi protezionistici all'agricoltura nell'occidente, i paesi in via di sviluppo mettevano sul piatto la riduzione dei dazi sull'export da occidente. Un ginepraio di veti incrociati e interessi contrapposti
La marcia trionfale della globalizzazione si e' fermata? Da tempo in realta' l'idea che l'economia mondiale fosse inevitabilmente destinata a crescere sempre piu' con benefici a cascata per tutti, ha perso credibilita' e utilita'. Il mito del libero mercato si sta invece rivelando sempre piu' per quello che e' (o e' stato), uno strumento dei ricchi per diventare ancora piu' ricchi, per operare una gigantesca selezione, per rompere l'unita' del mondo. Scriveva Raniero La Valle in "Prima che l'amore finisca", nel 2003:

Se infatti tutto il mondo non si puo' sviluppare, perche' nel mercato globale sono finite le illusioni di uno sviluppo universale e continuo, che cresca e si arricchisca solo una parte. Gli appagati e gli esclusi. Se il cibo non si puo' distribuire a tutti, e nemmeno per il 2015 si potra' dimezzare il numero di quel miliardo e trecento milioni di persone che vivono nella poverta' piu' assoluta, con meno di un dollaro al giorno, che almeno siano abbondanti le mense degli altri. I sazi e gli affamati. Se il lavoro umano deve essere distrutto, perche' il fattore piu' caro tra i costi di produzione , lo si conservi solo per coloro che non possono essere sostituiti dalle macchine. I necessari e gli esuberi. Se tutta la Terra non si puo' salvare, perche' i mari si innalzeranno, e ci sono isole, e continenti e popoli a perdere, che si attrezzi, e si cinga di mura, e si riempia di armi quella che deve sopravvivere, che non deve naufragare. I sommersi e i salvati. Questa e' la scelta fatta dall'attuale sistema dinanzi alla crisi da esso stesso prodotta. Il mondo non si puo' aggiustare per tutti? La risposta e' la Grande Selezione. Il Mercato non e' forse efficace proprio perche' selettivo? E oggi, appunto, tutto e' Mercato"

Eppure qualcuno dei giganti che stavano sotto ha provato ad alzare la testa, a costi in vite e dignita' umana indicibili, e vuole partecipare da attore protagonista al grande show del libero Mercato, proprio alla vigilia di una crisi mondiale senza precedenti. La Grande Selezione comincia a fare acqua. Per correre ai ripari si cambiano allora le regole: aiuti di stato, dazi, aumento dei prezzi, ricorso alle armi. E se i nuovi venuti non ci stanno, peggio per loro. Tanto le regole le facciamo noi. E infatti il ministro dell'Agricoltura (del governo sulla carta paladino del libero /mercato) esalta il fallito accordo perche' "protegge i prodotti italiani". E' cominciato l'assedio?

mercoledì 16 luglio 2008

Il precipizio dei 3monti


Grazie a Cosimo per questo articolo di Raniero La Valle dalla rubrica "Resistenza e pace", in uscita sul prossimo numero del quindicinale di Assisi Rocca.

Ha scritto Famiglia cristiana" a proposito "dell'indecente proposta razzista di prendere le impronte digitali ai bambini Rom": "Stiamo assistendo al crepuscolo della giustizia e alla nascita di un diritto penale straordinario per gli stranieri poveri"; addirittura un ministro (Maroni) "propone il concetto di razza nell'ordinamento giuridico. Perché di questo si tratta. Come quando i bambini ebrei venivano identificati con la stella gialla al braccio, in segno di pubblico ludibrio". Lo scandalo espresso dalla rivista cristiana è perfettamente giustificato, e interpreta anche i sentimenti di molti che purtroppo sono restati in silenzio. Ma le cose stanno in modo assai più grave di quanto è stato qui rappresentato. Infatti non si tratta di un rigurgito di razzismo nei confronti di una sola "razza", di una sola etnia. Le misure contro i Rom sono l'annuncio e l'emblema di una nuova cultura razzista, che per la prima volta un governo italiano fa propria, che si rivolge contro tutte le razze e contro tutte le etnie che sono sentite come minacciose e straniere nei confronti delle nostre sicurezze, e di una nostra barcollante identità: "nostra" nel senso di "italiana", "europea" e, più in generale, "occidentale" ovvero, per chiamarla col suo nome politico, "atlantica". In questo senso l'impronta presa ai bambini Rom è in realtà la vera impronta di questo governo e della cultura che la nuova destra vorrebbe imporre all'intera società. Per capire di che cosa si tratti, basta andare a leggere il libro da poco pubblicato, non senza successo di vendite, dal più autorevole ministro dell'attuale governo, Giulio Tremonti. Perché tutto era già scritto, e tutto è scritto di quello che si vuole per il nostro futuro; purtroppo la sinistra (e non solo) non sa leggere; altrimenti non se ne starebbe tanto tranquilla, o non si occuperebbe solo di Berlusconi. Quello che è scritto non è altro che Oriana Fallaci che avanza. Nel suo libro, "La paura e la speranza", Tremonti rivendica la figura dell'intellettuale nella politica: "Il politico, se non è intellettuale, non è". E lui aspira ad essere per tutta la destra di governo quell'intellettuale che Gianfranco Miglio fu per la Lega. Il punto da cui muove Tremonti è una critica feroce alla globalizzazione, quale da nessun "no global" si era mai sentita. La globalizzazione ci sta consegnando "a un futuro senza futuro", a causa del fatto che "abbiamo firmato una cambiale mefistofelica con il 'dio mercato' ". L'utopia mercatista, il mito del mercato unico sarebbe la causa di tutto il male. Questo male Tremonti lo chiama "mercatismo": "la fanatica forzatura del mondo nel liberismo economico, la fede illusoria in cui tantissimi hanno creduto negli ultimi anni": ma questo è il capitalismo, ragazzi! Forse che Tremonti, e tutta la sua destra, sono diventati socialisti? No, sono ancora più radicalmente reazionari. Perché "la paura" è che tutti vogliano consumare come noi. Pensate che "i cinesi, per esempio, che nel 1985 consumavano mediamente 20 chili di carne all'anno, oggi ne consumano 50"!. Ed è ragione di autentico "terrore" che (sempre "per esempio") "200 o 300 milioni di cinesi abbiano nei prossimi anni la loro automobile". Il rimedio è di "fermare ovunque il mercatismo": cioè chiudere il mercato, che sia solo per noi. L'Europa deve mettere dogane e frontiere sigillate. Deve difendere la sua identità, che poi sta nelle famose "radici giudeo-cristiane". Perché senza valori, non c'è identità, non c'è un "noi". Invece il problema è proprio quello di salvare "noi" e buttare a mare gli altri: "L'inclusione degli 'altri' in Europa può proseguire, però solo se gli 'altri' cessano di essere 'altri' e diventano 'noi'. Quindi: o sono gli 'altri' a rinunziare alla loro identità, venendo in Europa, o è l'Europa stessa che perde la sua identità e va così a porte aperte incontro alla sua disintegrazione". E anche nei confronti degli 'altri' esterni occorre un potere che imponga i propri valori ("non necessariamente valori universali") "dentro un programma di pura difesa". Dunque la guerra. Il cancro che devasta l'Occidente, secondo Tremonti, avrebbe la sua origine nel '68, e consiste nel pensare che gli "altri" sono come "noi". Occorre perciò "una politica opposta alla dittatura 'sfascista' del relativismo". Quando il Papa cominciò la sua battaglia contro il relativismo, chi mai avrebbe potuto pensare che nella sua ultima traduzione politica il relativismo da combattere sarebbe stato individuato dalla destra nell'idea che gli altri sono come noi, e hanno il diritto di vivere come noi? Ciò che oggi propone la destra per fronteggiare gli spiriti selvaggi del mercato da lei stessa scatenati, è dunque la difesa del nostro possesso ("identità, valori, consumi e ricchezza) contro quello degli "altri". Non è un rimedio, è un precipizio.