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domenica 14 febbraio 2010

The spirit level


"La misura dell'anima" (titolo italiano di "The spirit level" di R. Wilkinson e K. Pickett, due economisti britannici) non e' un libro mistico, ma un volumetto piuttosto concreto che parla di economia e di societa'. Lo fa a un livello accessibile, a tratti pure troppo, pur contenendo una bella mole di dati e di informazioni. Tutte tese a dimostrare il perche' siano le disuguaglianze a rendere le societa' piu' infelici, piu' che il ristagno dell'economia. Infatti gli autori dimostrano pagina dopo pagina come la differenza di reddito fra i piu' ricchi e i piu' poveri di diversi paesi del mondo correla con i tassi di violenza, l'ignoranza, il maggiore disagio psichico, orari di lavoro piu' lunghi, la salute precaria, il numero di detenuti, di tossicodipendenti, ragazze-madri, obesi... Mentre i piu' sono abituati a pensare che la crescita economica abbia l'effetto automatico di rendere una nazione più sana e più soddisfatta (il famoso Wall Street Pissing di Paoliniana memoria), scopriamo invece che e' possibile dimostrare dati alla mano che i malesseri generati dalla diseguaglianza coinvolgono tutti. Non solo i ceti più svantaggiati, ma anche quanti si collocano al vertice della scala sociale. La prospettiva aperta dal libro è chiara: se si vuole avviare un nuovo ciclo di crescita che ponga al centro la qualità della vita e non solo il Pil, occorre intervenire immediatamente per ridurre la forbice sociale cresciuta a dismisura tra anni ottanta e novanta, redistribuendo reddito e opportunità prendendo ispirazione da Scandinavia e Giappone, esempi virtuosi di egualitarismo sebbene basati su modelli completamente diversi.
Oltre ad analizzare i dati raccolti in piu' di 30 anni di ricerche, gli autori nei capitoli finali cercano di individuare anche qualche strumento pratico per aiutare a creare una societa' piu' egualitaria, puntando sulle nuove tecnologie, le cooperative, abbattendo i salari dei supermanager, aumentando la progressivita' delle imposte, creando una "carta CO" a scalare per misurare i consumi ambientali di ognuno, investire in innovazione e istruzione. E soprattutto puntano il dito sulla parte politica che in questi anni si e' piu' battuta contro il liberismo economico sfrenato e il consumeismo, colpevole di aver perso di vista un ideale di societa' a cui ispirarsi. E nel loro piccolo provano a rimediare. Questo il finale del libro:


Speriamo di aver dimostrato che esiste una migliore società per cui lottare: una società fondata sull’uguaglianza, in cui le persone non siano divise dallo status e dalla gerarchia; una società in cui sia possibile ritrovare un senso di comunità, superare le sfide del riscaldamento globale, possedere e controllare democraticamente il proprio lavoro insieme a comunità di colleghi, e partecipare ai benefici di un crescente settore non monetizzato dell’economia. La nostra non è un’utopia: i dati dimostrano che anche una minuscola diminuzione della disuguaglianza, che è già realtà in alcune delle democrazie benestanti, può cambiare in meglio la qualità della vita di tutti. Adesso il compito è lavorare per una politica che riconosca il tipo di società che dobbiamo creare e che si impegni a far leva sulle opportunità tecnologiche e istituzionali per realizzarla. [...]
Dopo aver vissuto per diversi decenni con la sensazione opprimente che non vi siano alternative al’insuccesso sociale è ambientale delle società moderne, oggi possiamo finalmente ritrovare quel sentimento di ottimismo che nasce dal sapere che i problemi possono essere risolti. Sappiamo che la promozione dell’uguaglianza ci aiuterà a tenere a freno il consumismo e agevolerà l’introduzione di provvedimenti atti a fronteggiare il riscaldamento globale […] Siamo sul punto di creare una ocieta' qualitativamente migliore e veramente accogliente per tutti.
Per sostenere la necessaria volonta' politica, dobbiamo ricordare che sulla nostra generazione incombe la responsabilità di produrre una delle maggiori trasformazioni della società dell’uomo. Abbiamo visto che nei paesi ricchi la crescita economica non è più in grado di contribuire all’innalzamento della vera qualità della vita, e anche il nostro futuro sta nel migliorare la qualità dell’ambiente sociale nelle comunità in cui viviamo. Il ruolo di questo libro è sottolineare che l’uguaglianza costituisce le fondamenta materiali su cui costruire migliori relazioni sociali.


Una nota finale. Oggi, dopo aver finito il libro, ho scoperto a Messa che il Vangelo di oggi erano le Beatitudini secondo Luca, quelle in cui non solo Gesu' spiega che e' dei poveri il regno di Dio, ma in cui mette anche i guardia i ricchi, i sazi e quelli in alto nella scala sociale, perche' saranno afflitti. In altre parole, quello che il libro appena concluso si sforzava di dimostrare con dati, grafici e tabelle. Peccato pero' che trppo spesso la Chiesa invece di farsi portatrice di questo messaggio rivoluzionario si sia seduta troppo spesso dalla parte della difesa a oltranza dello status quo e del conservatorismo...

giovedì 31 dicembre 2009

Il futuro colorato di speranza


di Enzo Bianchi, priore della Comunità di Bose – 24 dicembre, La Stampa (via Chiccodisenape):

Il bilancio che ciascuno di noi fa sui dodici mesi trascorsi è sempre condizionato dalle aspettative che aveva nutrito nell’anno precedente e, specularmente, orienta le speranze per l’anno a venire, soprattutto quando ci veniamo a trovare alla fine di un decennio: allora attese e disillusioni si fanno più forti, quasi che il misurare il tempo in cifre tonde e simboliche – gli anni «zero» del terzo millennio – sia percepito con maggiore intensità e che le svolte impresse al corso della storia debbano assumere un carattere più marcato. Così, il dover constatare anche alla chiusura di quest’anno che ben poco è stato fatto per sanare situazioni negative nella convivenza umana, in ambito nazionale come a livello planetario, risulta fonte di particolare amarezza.

Non solo, sembra quasi che il protrarsi indefinito di profonde ferite inferte all’umanità e al creato finiscano per trasformarsi in ineluttabili calamità, cui si è fatta l’abitudine e che si derubricano a problemi cronici, non più degni di attenzione e di impegno. È il caso delle guerre e delle patenti violazioni dei diritti umani in certe aree del globo: i conflitti vengono dimenticati, le vittime ignorate, le sofferenze banalizzate, come se si trattasse di ciclici eventi naturali, analoghi all’alternarsi delle stagioni.

La crisi economica, per esempio, ha solo superficialmente scalfito la fiducia nell’autoregolamentazione del mercato globale, suggerendo al massimo alcuni accorgimenti per una maggiore vigilanza, mentre le ingiustizie di fondo che pervadono i rapporti produttivi e commerciali non sono state considerate degne di seria attenzione. Anche la mancanza di legalità o l’irrisione dello stato di diritto, il non rispetto delle minoranze e dei più deboli e indifesi, il diradarsi delle strutture di solidarietà e di integrazione sociale paiono ormai atteggiamenti passivamente acquisiti, la cui disumanità non interpella più le coscienze. A poco a poco ci si assuefa alla barbarie quotidiana, si rinuncia alla sana indignazione contro gli attentati portati alla dignità di ogni essere umano, si considera scontata l’impossibilità del dialogo civile, ci si rassegna a una sorda lotta di tutti contro tutti.

Eppure l’animo umano fatica a rinunciare alle aspettative di miglioramento, è portato a «sperare contro ogni speranza», soprattutto là dove percepisce che non è in gioco solo il mero interesse personale, ma il futuro delle generazioni che si affacciano oggi all’esistenza e di fronte alle quali saremo considerati responsabili: il desiderio di riconsegnare la società civile in condizioni migliori di quelle nelle quali ci è stata affidata da quanti ci hanno preceduto anima il cuore e l’intelligenza di ogni essere umano degno di tal nome. Per i cristiani, in particolare, cittadini come gli altri e solidali con loro nelle vicende quotidiane, questo desiderio assume anche i tratti dell’annuncio di verità in cui si crede: non dogmi astratti, ma convinzioni che muovono il pensare e l’operare. Allora non è utopia sperare che l’annuncio evangelico delle beatitudini, il disarmo di ogni inimicizia, il prendersi cura di chi è nel bisogno, il perdono per le offese ricevute possano trovare fecondo terreno di crescita non solo nei cuori dei singoli, ma nel tessuto stesso dalla convivenza civile: queste speranze non sono il non-luogo dei nostri sogni, ma l’anelito insopprimibile che rende sopportabile anche un presente intristito nel suo ripiegarsi su se stesso.

Cesserà l’imbarbarimento dei rapporti quotidiani? Rinascerà la solidarietà tra le generazioni e le popolazioni della terra? Si concretizzerà la cura e la custodia per un creato affidato alla mano sapiente dell’uomo? I più deboli troveranno nei più forti sostegno e non oppressione? Le carestie, le guerre e le pandemie finiranno di essere considerate ineluttabili e verranno contrastate nelle loro cause e nei loro effetti? La pace ritroverà nel concreto della storia il suo significato di vita piena e ricca di senso? E ancora, crescerà il dialogo franco e autentico all’interno della chiesa e tra le chiese? Ci si aprirà all’ascolto dell’altro, al rispetto delle sue convinzioni, al discernimento delle sue attese, indipendentemente dal suo credere o meno? A questo dovremmo pensare quando ci scambiamo gli auguri: non a un gesto formale e scaramantico, ma a una promessa di impegno e a un’assunzione di responsabilità. Perché lo sguardo critico e sereno sul grigiore del passato è già apertura a un futuro colorato di speranza.

giovedì 4 giugno 2009

A new beginning


"We meet at a time of tension between the United States and Muslims around the world – tension rooted in historical forces that go beyond any current policy debate. The relationship between Islam and the West includes centuries of co-existence and cooperation, but also conflict and religious wars. More recently, tension has been fed by colonialism that denied rights and opportunities to many Muslims, and a Cold War in which Muslim-majority countries were too often treated as proxies without regard to their own aspirations"

Inizia cosi' l'attesissimo discorso di Barack Obama al Cairo (qui il testo completo), che sicuramente segna una svolta nei rapporti fra gli Stati Uniti, e l'Occidente in generale, con i paesi musulmani. Obama ha richiesto che nella sala dell'Universita' del Cairo fossero presenti delegazioni di tutte le correnti dell’Islam, Fratelli Musulmani compresi, e ha parlato direttamente di problemi aperti e spinosi come Israele e Palestina, Iraq, Afghanistan, Iran, democrazia e liberta' religiosa, diritti delle donne. Obama stesso riconosce che il cambiamento non puo' avvenire in una notte, ma certamente potremmo essere di fronte a un nuovo inizio, fondato sul rispetto e sulla ricerca delle basi comuni anziche' delle differenze e delle diffidenze reciproche. Un nuovo inizio che pare promettente come testimonia il nervosismo di chi invece ha fatto della tensione fra i due mondi la sua fortuna...


martedì 20 gennaio 2009

All this we can do, all this we will do


Oggi e´stato il giorno di chi, per dirla con le parole di Obama nel discorso di insediamento "has chosen hope over fear, unity of purpose over conflict and discord".
Oggi e´stato il giorno di chi ha voluto credere che si potesse cambiare, che si potesse "meet the demands of a new age".
Oggi e´ stato il giorno anche di chi "Obama non potra´ cambiare nulla", di chi "tanto sono tutti uguali", di chi giustamente pensa che su di lui poggiano cosi´ tante speranze, che inevitabilmente molte saranno deluse.
Oggi e´ il giorno di chi e´ sempre stato escluso, discriminato per la sua appartenenza sociale, per le sue convinzioni, per la sua speranza, per il colore della sua pelle. Oggi Obama dimostra a loro e a tutti noi una volta di piu´ che tutto questo non e´ mai stato ne´ inevitabile, ne´ duraturo. Fosse anche solo per questo, oggi sarebbe comunque un grande giorno.

This is the meaning of our liberty and our creed - why men and women and children of every race and every faith can join in celebration across this magnificent mall, and why a man whose father less than sixty years ago might not have been served at a local restaurant can now stand before you to take a most sacred oath


mercoledì 5 novembre 2008

Time for Change


And to all those who have wondered if America's beacon still burns as bright: Tonight we proved once more that the true strength of our nation comes not from the might of our arms or the scale of our wealth, but from the enduring power of our ideals: democracy, liberty, opportunity and unyielding hope

Una notte grande, per l'America e per il mondo. Il primo presidente afroamericano, figlio di un migrante dalla pelle nera, a testimoniare che i muri della discriminazione e del pregiudizio possono essere abbattuti. La sconfitta del neoconservatorismo, che fino a pochi mesi fa si sentiva investito dall'alto per guidare il mondo a colpi di liberismo selvaggio, sfruttamento, discriminazioni e sfruttamento indiscriminato delle limitate risorse del pianeta. Da stanotte e' tempo di cambiare (change), di vedere di nuovo prevalere la speranza (hope) alla paura. Anche se la presidenza di Obama non sara' all'altezza delle speranze e delle attese dei suoi sostenitori in America e nel mondo, la discontinuita' col passato e' gia' cosi' grande che la sua presidenza e' gia' nella storia come un punto di svolta epocale. Mentre dallo schermo della CNN stamattina all'alba passavano immagini di folle in delirio a festeggiare come da noi solo per uno scudetto, mentre gli sconfitti dicevano "fino a ieri era il mio avversario, da oggi il mio presidente" invece di gridare ai brogli, l'Italia sembrava davvero lontana. Il discorso di Obama a Chicago dopo l'annuncio della vittoria.




This is your victory. And I know you didn't do this just to win an election. And I know you didn't do it for me. You did it because you understand the enormity of the task that lies ahead. For even as we celebrate tonight, we know the challenges that tomorrow will bring are the greatest of our lifetime - two wars, a planet in peril, the worst financial crisis in a century. Even as we stand here tonight, we know there are brave Americans waking up in the deserts of Iraq and the mountains of Afghanistan to risk their lives for us. There are mothers and fathers who will lie awake after the children fall asleep and wonder how they'll make the mortgage or pay their doctors' bills or save enough for their child's college education. There's new energy to harness, new jobs to be created, new schools to build, and threats to meet, alliances to repair. The road ahead will be long. Our climb will be steep. We may not get there in one year or even in one term. But, America, I have never been more hopeful than I am tonight that we will get there. I promise you, we as a people will get there.

venerdì 29 agosto 2008

More than a ten percent chance on change

With profound gratitude and great humility, I accept your nomination for the presidency of the United States



Ieri a Denver, nello stesso giorno in cui 45 anni fa Martin Luther King di fronte a Lincoln Memorial spiegava il suo sogno di uguali opportunità fra bianchi e neri, Barack Obama ha accettato la candidatura per i Democrats a presidente degli Stati Uniti. L'ha accettata parlando della sua idea per una nuova America, sfidando frontalmente il suo avversario, lobbisti e poteri forti, dimostrando di essere in grado di trasformare la voglia di cambiamento che e' riuscito a catalizzare in un insieme di politiche concrete, capaci di risollevare il paese dalla sue contraddizioni, dalla sua crisi economica e di immagine. Qui il testo completo (sempre in inglese).

You understand that in this election, the greatest risk we can take is to try the same old politics with the same old players and expect a different result [...]
For over two decades, John McCain has subscribed to that old, discredited Republican philosophy - give more and more to those with the most and hope that prosperity trickles down to everyone else. In Washington, they call this the Ownership Society, but what it really means is - you're on your own. Out of work? Tough luck. No health care? The market will fix it. Born into poverty? Pull yourself up by your own bootstraps - even if you don't have boots. You're on your own.
Well it's time for them to own their failure. It's time for us to change America [...]


"Capite che il maggiore rischio che possiamo prenderci in queste elezioni e' tentare le stesse vecchie politiche con gli stessi vecchi protagonisti e aspettarci un risultato diverso". Chissa' se Veltroni, Fassino, Ruttelli e il resto dei dinosauri del PD sconfitto pochi mesi fa che lo ascoltavano a Denver hanno preso qualche appunto...

lunedì 31 marzo 2008

Speranza


Se non sperassimo, a dispetto di tutto, in un mondo migliore, chi ce lo farebbe fare di andare dal dentista?

Gianni Rodari, da Grammatica della Fantasia

domenica 23 marzo 2008

No está aquí. Ha resucitado, como dijo.


"Venga il tuo regno", non è la preghiera dell'anima devota del singolo che vuole fuggire il mondo, non è la preghiera dell'utopista fanatico, dell'ostinato riformatore del mondo; è la preghiera solo della comunità dei figli della terra che non si isolano, che non hanno da imporre particolari progetti per migliorare il mondo, che non sentono loro stessi migliori del mondo, ma che perseverano uniti in mezzo al mondo, nella sua profondità, nella sua banalità quotidiana, nel suo asservimento, perché appunto sono fedeli in maniera mirabile a questa vita terrena e tengono lo sguardo fisso verso lo stesso punto nel mondo, dove apprendono con meraviglia che la maledizione è stata spezzata, che Dio dice il suo sì più radicale a questo mondo, quel punto in cui, in mezzo a questo mondo moribondo, dilaniato, assetato, appare qualcosa a chi crede nella Resurrezione - e questo punto è la resurrezione di Gesù Cristo.
D. Bohnoeffer

Grazie a Domenico per gli auguri e il bel brano di Bohnoffer. Ha resucitado, a Santiago tambien. Suggestiva la veglia Cilena con solo il cero acceso nella chiesa buia durante le letture bibliche. Ma domani (oggi) sveglia alle 5.00 per salire al Paranal.

mercoledì 5 marzo 2008

Per non sprecarsi


[...] Da arte di governo per pochi - secondo l'ideologia per cui questi pochi sono investiti di potere dall'alto -, da arte di saper comandare, la politica deve divenire complesso strumento per individuare le scelte piu' esatte, preciso strumento di conoscenza-azione, occasione fondamentale per ciascuno - individuo e popolo - di sviluppare, con l'esercizio della propria responsabilita', la propria personalita'. [...]
Le masse oggi escluse dall'amministrazione e dalla direzione della vita del mondo devono chiaramente sapere che la costruzione di un nuovo mondo non puo' essere che una loro conquista, frutto di precisa fatica, paziente sacrificio, sapiente organizzazione, indispensabile pressione: e senza pretendere di fare
la rivoluzione, ogni rivoluzione, tutta la rivoluzione in tre giorni.
Se l'insensibilita' e l'impreveggenza dei conservatori in ogni parte del mondo, nei piu' diversi sistemi, non possono che far malamente scoppiare i problemi irrisolti acutizzandoli, la genericita', la rassegnazione o la paura degli esclusi d'altra parte, consolidando le vecchie strade, non possono che produrre altrettanto.
Il nuovo e' difficile a realizzarsi, e' difficile a comprendere. Le nuove proposte, nella misura in cui di fatto sono rivoluzionarie, in quella misura sono difficilmente accettabili. Occorre anche tenere presente che mentre i progressisti sono per lo piu' mossi avanti da un volotarismo generico, i conservatori, i reazionari, spinti dal proprio immediato interesse, anche se meno intelligenti, spesso risultano (naturalmente nelle propria direzione) piu' capaci ed efficaci.
E' di fondamentale importanza dunque, in ogni condizione e ad ogni livello, la promozione di un nuovo lavoro non mercenario - sia esso appoggiato dai governi o sia in opposizione a questi - che correli intimamente lo sviluppo socioeconomico e la nonviolenza attiva. Iniziative che si avviano silenziosamente, umilmente, su precisi problemi, se approfondite tenacemente possono venire ad assumere un peso politico tutto nuovo, possono determinare seri mutamenti strutturali. [...]

Danilo Dolci, da "Ai piu' giovani", 1967

martedì 26 febbraio 2008

Fitzcarraldo


Tra una bega e l'altra dell'organizzazione dell'incontro tra i candidati al Consiglio Comunale di Garching e i cittadini UE residenti (oggi tra l'altro telefonata dal marito di un'ex ministra tedesca che dava per scontato che avrei riconosciuto subito il cognome, e giornalista del Süddeutsche Zeitung che dava invece per scontato il mio tedesco), continua il mio viaggio cinematrografico attraverso il sudamerica. Dopo "Il viaggio", passando per "The Mission" - che vale anche solo per le cascate di Iguazu', anche se appare un po' preconfezionato - arrivo a Fitzcarraldo. Il film di Werner Herzog, mio "concittadino" di Monaco, e' un delirio nella trama e nella realizzazione, vero e proprio monumento alla sua concezione epica e assoluta del cinema. Costato tre navi, due morti e tutti gli averi del regista, narra la storia di un visonario commerciante di Iquique, interpretato dall'allucinato Klaus Kinski, che decide di costruire nella nascente cirttadina nella giungla un grande teatro dell'opera, da far inaugurare nientemeno che a Caruso. Per recuperare le risorse necessarie, si imbarca in un'impresa folle e geniale. Per realizzarla dovra' far passare una nave da una collina, e Herzog lo imita per filmare delle sequenze piu' vere possibili. Il film e' un omaggio al sogno e alla visione da perseguire ad ogni costo: "chi sogna può muovere le montagne". Animato dalla contrapposizione tra chi crede solo nel concreto e chi vive la vita semplicemente come un sogno, e si basa sull'intuizione per quanto folle, il film ricarica l'ottimismo e la voglia di prendere semplicemente la vita, dove non conta vincere ma perseguire le proprie aspirazioni. Anche se si finisce per rotolare tra le rapide. Un balsamo.

giovedì 17 gennaio 2008

Viviamo strani giorni


L'opposizione ha fatto finta per mesi di voler mandare a casa il governo, e non l'ha mai fatto seppure bastasse una spintarella. Probabilmente perche' deve ancora rivedere gli equilibri al suo interno in base alla nuova legge elettorale prima di andare a votare, e cosi' abbiamo l'unico governo mondiale tenuto in piedi dall'opposizione. Il capo di tale opposizione pero' e' l'unico che voleva davvero votare subito, e che ha provato in tutti modi leciti e non a far cadere il Governo. Ma quando si dimette, travolto da uno scandalo che coinvolge mezzo partito, il Ministro della Giustizia gli esprime solidarieta' invece di affondare. Capisco che ci si riveda, e che gongoli a sentire i giudici attaccati anche da (ehm) "sinistra", ma evidentemente a questo punto la spada di Damocle del referendum comincia a inquietare anche lui.
E intanto il Partito Democratico sta faticosamente cercando di muovere i suoi primi passi, tormentato dal dibattito sulla laicita' e dai venti di filopapismo e anticlericalismo, sollevati ad arte da una parte e dall'altra dal Family Day in poi per cercare di lacerare le sue due anime cosi' faticosamente riunite. Le commissioni per manifesto, statuto e valori, nominate in barba ad ogni aspettativa all'assemblea costitutiva, stanno finendo il loro lavoro. Cominciano a circolare le prime bozze, qui quella del manifesto, che rispecchiano a mio modo di vedere la prudenza e la timidezza ispirata dal clima di questi giorni, mancando in gran parte la forza di novita' dirompente che poteva e puo' scaturire dal PD.
Ma nell'attesa, e nella mancanza di regole certe e condivise, mi sembra che le realta' locali del PD stanno dando vita alle stesse spartizioni, lotte intestine e conservazioni delle posizioni di potere della vecchia politica. Da quassu' posso solo leggere qualche esempio in giro, ma anche quel poco che mi si riporta da Firenze non fa troppo ben sperare. Io credo invece che ci sia spazio per superare l'attaccamento alle poltrone, le paure, gli arroccamenti, lo status quo. Per un partito come lo dipinge Rosy Bindi in questa splendida intervista: "ritengo che il PD una grande occasione di laicità per tutti. Non è un paradosso, anche se a un cattolico può sembrarlo: ritengo che la negoziabilità dei valori sia la garanzia della loro fecondità nella storia". Credo come Rosy che ci sia la necessita' di cominciare a discutere, senza paura di lacerazioni insanabili, anche su quello che ci vede piu' distanti. Per capire che dobbiamo cambiare il paese, e non conservare una poltrona su un Titanic che affonda.

martedì 8 gennaio 2008

Anche quando la imbrocca


Sparare sul Papa e sulle gerarchie Ecclesiastiche e' ormai come sparare sulla Croce Rossa. Del resto, ci mettono del loro giornalisti e giornalai vari - che pesano oppurtunamente certe questioni e ne lasciano passare altre (ben piu' importanti) - e chi cerca di attirare consensi e notorieta' facendosi supposto paladino della cristianita'. Paladino che cavalca solo temi concernenti la sessualita' dove le sfumature, i distinguo e l'opportunita' rendono comunque assai difficile scostarsi da una posizione netta in una direzione o nell'altra, e creare contrapposizione, e mai le questioni sociali di uguaglianza e giustizia.
Ad esempio, se il documentario della BBC ha fatto il giro del mondo con tutti i suoi limiti, meno trambusto lo fanno le anche recenti parole di scuse e iniziative del Papa contro il dramma della pedofilia. Seppur ancora troppo, troppo timide, comunque qualcosa di gia' diverso dall'imbosco e la condiscendenza. Anche la clamorosa accelerazione dei rapporti tra Ortodossi e Cattolici e' una nota assolutamente positiva, visto che la divisione fra le diverse confessioni cristiane non e' certo un bell'esempio da chi predica la pace e la fratellanza tra i popoli. Almeno da qualche parte si inizia a predicare bene e razzolare pure.
Non ultime, si ripetono sempre piu' spesso gli interventi del Papa a favore delle condizioni dei lavoratori, soprattutto precari, schiacciati dalla macchina neoliberista. Nell'omelia dell'Epifania, cosi' spiega il suo punto di vista sulla globalizzazione:

Anche oggi, tuttavia, resta vero quanto diceva il profeta: “nebbia fitta avvolge le nazioni”. Non si può dire infatti che la globalizzazione sia sinonimo di ordine mondiale, tutt’altro. I conflitti per la supremazia economica e l’accaparramento delle risorse energetiche, idriche e delle materie prime rendono difficile il lavoro di quanti, ad ogni livello, si sforzano di costruire un mondo giusto e solidale. C’è bisogno di una speranza più grande, che permetta di preferire il bene comune di tutti al lusso di pochi e alla miseria di molti. “Questa grande speranza - ho scritto nell’Enciclica Spe salvi - può essere solo Dio … non un qualsiasi dio, ma quel Dio che possiede un volto umano” (n. 31): il Dio che si è manifestato nel Bambino di Betlemme e nel Crocifisso-Risorto.
Se c’è una grande speranza, si può perseverare nella sobrietà. Se manca la vera speranza, si cerca la felicità nell’ebbrezza, nel superfluo, negli eccessi, e si rovina se stessi e il mondo. La moderazione non è allora solo una regola ascetica, ma anche una via di salvezza per l’umanità.
È ormai evidente che soltanto adottando uno stile di vita sobrio, accompagnato dal serio impegno per un’equa distribuzione delle ricchezze, sarà possibile instaurare un ordine di sviluppo giusto e sostenibile. Per questo c’è bisogno di uomini che nutrano una grande speranza e possiedano perciò molto coraggio.


E' allora il tempo di osare averlo questo coraggio, di gridare sui tetti, di prendere posizioni nette e ribadite che conquistino lo spazio negato sui mezzi di comunicazione riguardo a temi cosi' importanti. Cominciare a parlare forte e chiaro ad esempio di immigrazione, di razzismo, di giustizia sociale. E costringere chi si fa paladino del Cristianesimo a esserlo fino in fondo e non solo quando si parla di omosessualita'. Perche' anche se nella sua Enciclica il Papa dice che "non esisterà mai in questo mondo il regno del bene definitivamente consolidato", un mondo diverso e' possibile, anche su questa Terra. Del resto, qualcuna la imbrocca, ma mica tutte...

domenica 9 dicembre 2007

Un altro mondo e' possibile


Un germoglio spunterà dal tronco di Iesse,
un virgulto germoglierà dalle sue radici.
Su di lui si poserà lo spirito del Signore,

spirito di sapienza e di intelligenza,
spirito di consiglio e di fortezza,

spirito di conoscenza e di timore del Signore.

Si compiacerà del timore del Signore.

Non giudicherà secondo le apparenze

e non prenderà decisioni per sentito dire;

ma giudicherà con giustizia i miseri

e prenderà decisioni eque per gli umili della terra.
La sua parola sarà una verga che percuoterà il violento;
con il soffio delle sue labbra ucciderà l'empio.

Fascia dei suoi lombi sarà la giustizia,

cintura dei suoi fianchi la fedeltà.

Il lupo dimorerà insieme con l'agnello,

la pantera si sdraierà accanto al capretto;
il vitello e il leoncello pascoleranno insieme
e un fanciullo li guiderà.

La vacca e l'orsa pascoleranno insieme;
si sdraieranno insieme i loro piccoli.

Il leone si ciberà di paglia, come il bue.

Il lattante si trastullerà sulla buca dell'aspide;
il bambino metterà la mano nel covo di serpenti velenosi.

Non agiranno più iniquamente né saccheggeranno
in tutto il mio santo monte,
perché la saggezza del Signore riempirà il paese
come le acque ricoprono il mare.

Isaia 11,1-9