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venerdì 24 agosto 2012

Sacco e Vanzetti


« Ricordati sempre, Dante, della felicità dei giochi non usarla tutta per te, ma conservane solo una parte (...) aiuta i deboli che gridano per avere un aiuto, aiuta i perseguitati e le vittime, perché questi sono i tuoi migliori amici; son tutti i compagni che combattono e cadono come tuo padre e Bartolo, che ieri combatté e cadde per la conquista della gioia e della libertà per tutti e per i poveri lavoratori »
(Bartolomeo Vanzetti al figlio di Sacco, Dante - 1927)


Nicola Sacco e Bartolomeo Vanzetti, anarchici italiani emigrati negli Stati Uniti, furoono processati negli anni 20 per l'accusa di omicidio di un contabile e di una guardia. Nonostante sulla loro colpevolezza fossero palese molte incongruenze anche all'epoca del loro processo, inclusa una confessione del detenuto portoricano Celestino Madeiros che li scagionava. A causa delle loro idee politiche e della loro partecipazione attiva nel movimento operaio, il giudice Webster Thayer li definì senza mezze parole due bastardi anarchici durante il processo.


Nicola e Bartolomeo, arrivati negli Stati Uniti tra il 1908 e il 1909, lavorarono il primo in una fabbrica di calzature, e il secondo prima come operaio e poi in proprio come pescivendolo, dopo che in seguito all'organizzazione di uno sciopero nessuno volle piu' dargli lavoro. Dopo essere fuggiti in Messico per evitare la chiamata alle armi nel 1916, tornarono nel Massachusetts dopo la guerra, non sapendo di essere inclusi in una lista di sovversivi compilata dal Ministero di Giustizia, né di essere pedinati dagli agenti segreti USA. Nella stessa lista era incluso anche un amico di Vanzetti, il tipografo Andrea Salsedo. Questo, il 3 maggio 1920 venne assassinato dalla polizia, che lo fece cadere dal quattordicesimo piano di un edificio appartenente al Ministero di Giustizia. Sacco e Vanzetti organizzarono un comizio per far luce su questa vicenda il 9 maggio, ma i due vennero arrestati prima dell'evento, per essere stati trovati in possesso di volantini anarchici e alcune armi. Pochi giorni dopo vennero accusati anche di una rapina avvenuta a South Braintree, un sobborgo di Boston, poche settimane prima del loro arresto; in tale occasione erano stati uccisi a colpi di pistola due uomini: il cassiere della ditta (il calzaturificio «Slater and Morrill») e una guardia giurata.

Dopo un processo sommario e condizionato dal clima politico americano dell'epoca, caratterizzato dalal caccia al comunista e dalla repressione die movimenti operai, furono giustiziati sulla sedia elettrica il 23 agosto 1927, 85 anni fa, nel penitenziario di Charlestown.

Solo 50 anni dopo, il 23 agosto 1977, il governatore del Massachusetts M. Dukakis emanò un proclama che assolveva i due uomini dal crimine, dicendo: «Io dichiaro che ogni stigma e ogni onta vengano per sempre cancellati dai nomi di Nicola Sacco e Bartolomeo Vanzetti».


Dal film "Sacco e Vanzetti" di Giuliano Montaldo, il discorso effettivamente pronunciato all'ultima udienza da Bartolomeo Vanzetti alla corte:



lunedì 20 luglio 2009

Allunaggio

Quarant'anni fa un piccolo passo per un uomo, un grande balzo per l'umanita' (qua nella versione restaurata):



In occasione del 40 anniversario la sonda LRO ha anche chuso definitivamente i conti con le teorie complottiste dello sbarco fasullo, individuando i moduli lunari delle missioni Apollo sulla superficie del nostro satellite e non in uno studio di Hollywood (sebbene i complottisti avessero gia' vita dura prima). Ma chi nonostante tutto non si rassegna a credere che la Luna e' stata per un breve periodo piu' a portata di mano di quanto vorrebbero, si consoli sapendo che oggi come allora, e forse oggi ancora di piu', la falce di luna alta nel cielo continua a fare il suo mestiere...

lunedì 20 aprile 2009

Wind of Change

Barack Obama ha riconosciuto l'importanza di alcune iniziative internazionali promosse da Cuba, come le missioni dei medici nei paesi dell'America Latina: "Sono programmi, ha sottolineato Obama, che possono avere in quei paesi più influenza rispetto al potere militare di Washington". Durante la conferenza stampa conclusiva del vertice delle Americhe, Obama ha anche ricordato come diversi presidenti latinoamericani gli abbiano segnalato proprio l'importanza del lavoro svolto dalle "migliaia di medici cubani" in alcuni stati del continente. Anche per questo Obama ha osservato che da parte di Washington potrebbe essere sbagliato "interagire" con l'America Latina solo sui fronti come "la lotta alla droga o contatti solo militari". In considerazione di ciò - ha detto Obama – "è importante" tener conto, che "per interagire nel continente americano, ma anche in altri luoghi del mondo, dobbiamo riconoscere che quello militare è solo un braccio del nostro potere: dobbiamo utilizzare quindi la nostra diplomazia e gli aiuti per lo sviluppo in modo più intelligente".

lunedì 9 marzo 2009

Due film


La scorsa settimana complice il tempo grigio e piovoso ho potuto dedicare qualche serata alla scrematura della lista di film da vedere. Entrambe le pellicole scelte si sono dimostrate validissime.

L'ospite inatteso dell' americano Tom McCarthy e' stata una sorpresa davvero piacevole. La storia, semplicissima senza mai sbandare nella retorica e nel buonismo, e' raccontata benissimo da un cast di attori eccellente. Una boccata d'aria per chi ancora pensa che integrazione non sia solo sinonimo di occidentalizzazione e omologazione di chi viene a cercare di rifarsi una vita nella parte opulenta del globo, di chi crede che dalla commistione nasca spesso qualcosa di ancora piu' saporito degli ingredienti originali. Un po' di spazio all'idea, semplice come il film, che lo straniero non è per forza un nemico, l'immigrato non necessariamente un terrorista, il clandestino non sempre un pericolo, ma che può essere un ospite, anzi qualcuno che ti ospita, diventare un amico e perfino (non ditelo a Gentilini) uno che ti insegna qualcosa. Da segnalare che grazie a questo film ho scoperto che negli USA anche il "fermo" dei clandestini e' privatizzato, tant'e' vero che pochi giorni dopo e' scoppiato questo scandalo. Per il nostro peggio italiano c'e' ancora spazio di sviluppo.

Valzer con Bashir e' invece una pellicola di animazione dell'israeliano Ari Folman, nel quale ricostruisce la sua personalissima ricerca della memoria perduta degli eventi drammatici vissuti da diaciannovenne soldato delle truppe israeliane durante la prima guerra del Libano nel 1982. Ancora una volta il documentario d'animazione o a fumetti si conferma un mezzo eccellente per parlare di problemi complessi, basti pensare a Joe Sacco e Marjane Satrapi. Sgombra infatti il campo da qualunque pretesa di imparzialita', chiarendo subito che si sta dando una visione personale di quanto e' accaduto, grazie alla possibilita' di inserire il fumettista (o in questo caso il regista) come protagonista del racconto. Anche questo film non fa eccezione: nonostante qualche critica che lo ha visto come troppo autoassolutorio nei confronti dell'esercito israeliano spettatore inerte, e forse complice, del massacro di Sabra e Shatila, il regista tiene a ricostruire piu' la sua personale memoria perduta che la verita' storica su quei fatti. Tiene piu' a parlarci del senso di colpa dei protagonisti, dell'impotenza e della confusione che si prova con una divisa addosso di fronte alla logica della guerra, piuttosto che di colpe storiche e ricostruzione fedele degli avvenimenti in tutte le loro sfaccettature complesse. E forse il maggior pregio del film e' proprio questo, insieme alla forza particolare con cui il disegno riesce a coinvolgere l' immaginazione dello spettatore fino a sfociare nel finale, una volta ricostruita la memoria perduta, nelle immagini filmate del dolore dei sopravvissuti dopo la fine della strage.

martedì 20 gennaio 2009

All this we can do, all this we will do


Oggi e´stato il giorno di chi, per dirla con le parole di Obama nel discorso di insediamento "has chosen hope over fear, unity of purpose over conflict and discord".
Oggi e´stato il giorno di chi ha voluto credere che si potesse cambiare, che si potesse "meet the demands of a new age".
Oggi e´ stato il giorno anche di chi "Obama non potra´ cambiare nulla", di chi "tanto sono tutti uguali", di chi giustamente pensa che su di lui poggiano cosi´ tante speranze, che inevitabilmente molte saranno deluse.
Oggi e´ il giorno di chi e´ sempre stato escluso, discriminato per la sua appartenenza sociale, per le sue convinzioni, per la sua speranza, per il colore della sua pelle. Oggi Obama dimostra a loro e a tutti noi una volta di piu´ che tutto questo non e´ mai stato ne´ inevitabile, ne´ duraturo. Fosse anche solo per questo, oggi sarebbe comunque un grande giorno.

This is the meaning of our liberty and our creed - why men and women and children of every race and every faith can join in celebration across this magnificent mall, and why a man whose father less than sixty years ago might not have been served at a local restaurant can now stand before you to take a most sacred oath


domenica 14 dicembre 2008

Esportare la Democrazia

Attenzione che alla fine magari qualcuno la usa:

mercoledì 12 novembre 2008

Uno che la sapeva lunga...

... gia' due anni fa:



(via TermometroPolitico). E mentre negli USA anche nelle acconciature e' time for change, in Italia lo stesso Prime Minister accolto con sbadigli da Obama accoglie a Roma il presidente brasiliano Lula. E lo fa trasformando come suo solito un incontro ufficiale in un circo. Lula è stato prima calorosamente accolto dalla ministro Carfagna, e oggi per festeggiare con una sorpresa anche dai giocatori brasiliani del Milan. Anche Chavez fu accolto qualche mese fa da quella grande statista della sua connazionale Aida Yespica. Sembra proprio che la cosa più importante che l'Italia possa offrire ai vari presidenti mondiali che si trovano a passare per il nostro paese siano zoccole, cubiste e calciatori. O forse questi sono gli unici argomenti che il buon Silvio riesce a reggere senza sfigurare, da vero italiano medio: sensazione confermata dal suo bla bla sulla crisi al termine dell'incontro. Interessante la foto, in cui uno stranito Lula e' praticamente l'unico a non essere un dipendente del capo del governo.

giovedì 6 novembre 2008

La speranza e il sifone


"Il mondo cambia" recita il cartellone del PD ripreso oggi anche sull prima pagina del Wall Street Journal. Peccato che se e' vero che da un paio di giorni il mondo gia' cambia, da noi non cambia niente. forse, come diceva Michele Serra oggi, "non è per contraddire Barack Obama, ma “il Paese dove tutto è possibile” non sono gli USA. È l’Italia". E infatti arriva puntuale la gaffe di Berlusconi sul colore della pelle di Obama. Mentre cercava disperatamente una scala per salire sul carro del vincitore, entra nel guinnes come il primo a scivolare sul colore della pelle del nuovo presidente americano. Stavamo tutti contando solo le ore: da notare che Repubblica, che conosce i suoi polli, titola "prima gaffe". Attendiamo con ansia il seguito, compresa la smentita che arrivera' puntuale domani.
Anche perche' abbiamo bisogno di carinerie per risollevarci il morale, visto che mentre in America si godono Obama (qui un bellissimo fotoromanzo della campagna), noi ci dobbiamo accontentare del "sifone con gli occhiali da stronza".

mercoledì 5 novembre 2008

Ed ora anche il Papa



Grazie a Francesco...

Time for Change


And to all those who have wondered if America's beacon still burns as bright: Tonight we proved once more that the true strength of our nation comes not from the might of our arms or the scale of our wealth, but from the enduring power of our ideals: democracy, liberty, opportunity and unyielding hope

Una notte grande, per l'America e per il mondo. Il primo presidente afroamericano, figlio di un migrante dalla pelle nera, a testimoniare che i muri della discriminazione e del pregiudizio possono essere abbattuti. La sconfitta del neoconservatorismo, che fino a pochi mesi fa si sentiva investito dall'alto per guidare il mondo a colpi di liberismo selvaggio, sfruttamento, discriminazioni e sfruttamento indiscriminato delle limitate risorse del pianeta. Da stanotte e' tempo di cambiare (change), di vedere di nuovo prevalere la speranza (hope) alla paura. Anche se la presidenza di Obama non sara' all'altezza delle speranze e delle attese dei suoi sostenitori in America e nel mondo, la discontinuita' col passato e' gia' cosi' grande che la sua presidenza e' gia' nella storia come un punto di svolta epocale. Mentre dallo schermo della CNN stamattina all'alba passavano immagini di folle in delirio a festeggiare come da noi solo per uno scudetto, mentre gli sconfitti dicevano "fino a ieri era il mio avversario, da oggi il mio presidente" invece di gridare ai brogli, l'Italia sembrava davvero lontana. Il discorso di Obama a Chicago dopo l'annuncio della vittoria.




This is your victory. And I know you didn't do this just to win an election. And I know you didn't do it for me. You did it because you understand the enormity of the task that lies ahead. For even as we celebrate tonight, we know the challenges that tomorrow will bring are the greatest of our lifetime - two wars, a planet in peril, the worst financial crisis in a century. Even as we stand here tonight, we know there are brave Americans waking up in the deserts of Iraq and the mountains of Afghanistan to risk their lives for us. There are mothers and fathers who will lie awake after the children fall asleep and wonder how they'll make the mortgage or pay their doctors' bills or save enough for their child's college education. There's new energy to harness, new jobs to be created, new schools to build, and threats to meet, alliances to repair. The road ahead will be long. Our climb will be steep. We may not get there in one year or even in one term. But, America, I have never been more hopeful than I am tonight that we will get there. I promise you, we as a people will get there.

domenica 2 novembre 2008

Se vince Obama


Riporto l'articolo di Raniero La Valle scritto per la rubrica «Resistenza e pace» del n.18 del quindicinale di Assisi, Rocca

Se vince Obama, si accende una stella. Infatti vuol dire che le cose possono cambiare e che a vincere non è sempre l'uomo bianco, neanche in America. Se Obama vince, non è perché ha dalla sua il passato, come McCain ha quello di "eroe" per aver combattuto nella guerra persa del Vietnam; non è perché l'uragano che le sette cristiane avevano invocato contro di lui si è abbattuto invece sulla convenzione repubblicana (ma Dio non era nel vento); non è perché a un certo punto per avere i voti della classe media e della comunità ebraica americana ha dato una sterzata a destra alla sua campagna elettorale e a Gerusalemme ha promesso a Israele ciò che non poteva promettere; se Obama vince è perché una fase si è chiusa e la nuova fase non si può affrontare con le idee e con le armi di prima. La crisi del Caucaso, più ancora che le sconfitte in Iraq e in Afghanistan, ha mostrato l'esaurimento della orgogliosa pretesa della neo-destra americana di fare suo il mondo dopo la rimozione del muro di Berlino. In effetti qui le condizioni erano le più favorevoli per gli Stati Uniti: la Georgia, uscita dall'URSS e ormai entrata nella sfera americana, e anzi ansiosa di entrare nella NATO; l'egemonia atlantica ormai imperante in tutta l'area est-europea di antica obbedienza sovietica; la Polonia pronta ad accogliere lo scudo spaziale e ogni altra arma "difensiva" antirussa; la Russia ormai ufficialmente declassata, dagli analisti americani, a potenza "regionale". E se gli Stati Uniti avevano fatto una guerra per il Kosovo, ben poteva la Georgia fare una guerra per l'Ossezia. Ma è bastato che la Russia dicesse di no, che rivendicasse il mandato dell'ONU come legittimazione della sua presenza militare nell'Ossezia del Sud, e che muovesse le sue forze armate, ed ecco che tutto l'Occidente, in preda alla massima confusione, non ha potuto accusare la Russia che di «una reazione sproporzionata», ancorché legittima; e la Georgia ha perso, e l'America con lei. La lezione è che la forza non basta più, che nuovi equilibri si vanno creando, e che nessuno può fare quello che vuole. L'era di Bush finisce con la sua «strategia della sicurezza nazionale americana», la quale consisteva nel fatto che gli Stati Uniti controllassero il mondo intero, e che mai alcun'altra potenza potesse non solo superare, ma neanche eguagliare la potenza americana; l'equazione era che la sicurezza degli Stati Uniti stava nella insicurezza degli altri, e nell'impedire che qualsiasi nuova forma di equilibrio potesse crearsi dopo quello tramontato dei due blocchi. Questo sogno, concepito dopo la scudisciata delle Torri Gemelle, è svanito. Ma ciò si accompagna alla caduta di un altro sogno coltivato a partire dall'89 dalle potenze vincitrici della guerra fredda: e cioè che la globalizzazione, come realizzazione del capitalismo puro, sarebbe stata la forma definitiva del mondo, ormai pacificato sotto la dittatura universale del danaro. I costi umani, politici, economici e sociali di questo assetto finale della storia erano considerati danni collaterali, e in sé trascurabili, purché non arrivassero alle prime pagine. Anche questa costruzione è franata; ma non perché ci sia stata una rivincita degli sconfitti, ma perché questo sistema non è atto a reggere la terra, e la terra esplode sotto le sue mani. Non è solo "il dio mercato" che produce danni irreparabili, come ormai ammette anche Tremonti, improbabile neofita della lotta contro un "fanatico" liberismo economico; ma è tutto il sistema della appropriazione, della produzione, del consumo e della trasformazione che è giunto a sbattere contro un muro invalicabile, che è quello dei limiti di un mondo finito e di una creatura che crea ma nei gemiti di una realtà essa stessa creata. Per rendersi conto della gravità della crisi sistemica che si è prodotta e della portata dei "mali del mondo" basta leggere un agile libro appena uscito di una ambientalista di fama, Carla Ravaioli, dal titolo «Ambiente pace, una sola rivoluzione» (edizioni Punto Rosso, 12 euro). Si può discutere la proposta di cominciare un rientro nei limiti, col disarmo dell'intera Unione europea, ma tutta l'analisi è ineccepibile e altrettanto la tesi dell'urgenza di una drastica inversione di tendenza; altrimenti il sistema per la sua stessa logica sarebbe tentato di salvarsi giocando l'ultima carta delle disuguaglianze, dell'esclusione e della guerra. Questa riforma non può farsi per via politica senza una profonda revisione delle culture che hanno presidiato fin qui lo sviluppo del mondo. Se vince Obama un mutamento politico e culturale potrebbe cominciare in America; e allora toccherebbe a noi, forze umane e progressiste di ogni Paese, fare da sponda a questa possibile rivoluzione americana. Perché se cambia la politica dell'America, cambia il mondo.

sabato 11 ottobre 2008

Sempre piu' giu'


Il giochino si e' rotto. Le borse crollano sempre piu' giu', l'occidente coi soldi e' nel panico. Nonostante gli encomiabili sforzi ieri a cena di un'amica banchiera, nonostante ottimi bignami in rete (ad esempio le raccolte di link per capire la crisi di Corrado qua e qua), i contorni del dissesto finanziario globale rimangono nebulosi. Qualche convinzione me la porto pero' dietro: la globalizzazione della finanza ha fatto si' che la crisi principalmente concentrata negli stati Uniti si sia portata dietro tutto l'occidente (se l'America starnutisce il mondo si ammala, purtroppo: sarebbe quasi giusto che il presidente tra poche settimane lo votassimo anche noi); che l'inizio della crisi, quando ancora si parlava solo di mutui, e' stato scatenato dall'aumento del divario tra chi ha i soldi e chi fa fatica; che la crisi energetica sta facendo da volano alla crisi finanziaria, e che non risolveremo niente continuando a ignorare questa verita'. Magari mi sbaglio, ma mentre tutti rassicurano, probabilmente a ragione, sul destino dei nostri risparmi (che non ho), io mi preoccupo per qualcosa di molto piu' grosso che potrebbe covare, come dopo la grande crisi del '29. E se invece fosse l'occasione per ripartire da capo, secondo uno svioluppo sostenibile e sociale, con regole piu' chiare e applicate, con un'attenzione maggiore a chi stiamo lasciando indietro e a quel che resta delle risorse del pianeta? L'occasione sarebbe unica, e la speranza e' l'ultima a morire...

giovedì 2 ottobre 2008

Il crollo dei giganti


Stasera ho cercato di capirci qualcosa in piu' della grande crisi che ha investito l'intero sistema finanziario americano, con gravi ripercussioni sui mercati di tutto il mondo. Evito accuratamente di addentrarmi in un'analisi oltre le mie possibilita', e mi limito a segnalare qualche link. Qui 1911 fa un riassunto breve breve che ha il pregio di andare subito al nocciolo della questione, la negligenza e la superficialità di un sistema che, per sopravvivere, e' da tempo costretto ad autoalimentarsi. Raul Minetti cerca invece qui di sfatare alcuni delle affermazioni piu' facili che si leggono sui giornali, tipo che la colpa e' del libero mercato USA, attribuendo connotati unicamenti ideologici a un fenomeno economico complesso, che la colpa e' tutta della globalizzazione e si stava meglio quando si stava peggio, e che almeno siamo giunti alla caduta di Sodomo e Gomorra. Qua su laVoce.info si fa vedere come piu' che l'avidita' e la voglia di giocare d'azzardo siano state le previsioni euforiche (e sbagliate) sul mercato immobiliare a generare il processo a catena che ha portato al crollo del sistema. Qui invece su noiseFromAmeriKa (grazie ad Andrea) l'economista Michele Boldrin fa la storia della crisi, partendo da una spiegazione di cosa sono questi benedetti derivati, da dove e' nata la crisi, e per finire i problemi, eventuali soluzioni e la rassicurazione che il cielo non ci sta cadendo sulla testa. Non e' di semplicissima lettura e a tratti abbastanza tecnico, ma vale la penna di scorrere i tre articoli anche ricchi di esempi e di spiegazioni su molte delle cose incomprensibili di cui si parla sui giornali. Stefano Fassina su l'Unita' cerca invece di andare oltre le ragioni prettamente economiche, pountando l'indice sull'abnorme concentrazione di ricchezza in poche mani e l'affanno anche della classe media costretta ad indebitarsi per mantenere il proprio tenore di vita, proprio come prima della grande crisi del '29.
Quel che e' certo e' che ci sono state senz'altro grosse mancanze nella regolamentazione e nella vigilanza di istituzioni e mercati finanziari, ingigantite da uno squilibrio sempre maggiore fra ricchi e poveri e dalla nascita di una "cultura del debito". Ed e' certo che per iniziare a correre ai ripari serve uno dei piu' grossi investimenti pubblici di sempre (1000 Alitalia in un colpo solo) per salvare le grandi banche e per far credere al cittadino medio, americano e non, di poter continuare a vivere sotto le luci del "sogno americano". E pensare che solo un decimo dei soldi necessari per salvare la grande finanza USA sarebbero bastati per finanziare misure urgenti per sconfiggere alcune cause nodali del sottosviluppo nel terzo mondo entro il 2015, ed erano stati ovviamente rifiutati ai paesi poveri. Il card. Oscar Rodríguez Maradiaga, presidente di Carita Internationalis si e' domandato se "c'è un'emergenza maggiore di 10 milioni di bambini che muoiono ogni anno per cause ampiamente prevenibili?". Evidentemente si', mentre attendiamo che si moltiplichino in tutto il mondo le iniziative di solidarietà verso la popolazione civile degli Stati Uniti colpita dalla crisi finanziaria.

mercoledì 1 ottobre 2008

No Dal Molin


A proposito di preparare la pace, Domenica avrebbe dovuto svolgersi a Vicenza un referendum consultivo promosso dal sindaco Achille Variati (PD), per sondare l'opinione dei cittadini riguardo all'opportuinita' di acquisire, da parte del comune, dell'area aeroportuale Dal Molin dove è prevista la realizzazione di una base militare statunitense. L'area sarebbe nel caso destinata ad usi di interesse collettivo, salvaguardando l'integrità ambientale del sito. La vicenda Dal Molin aveva suscitato un grande dibattito civile: da una parte l'interesse strategico dell'Italia nel soddisfare le esigenze dell'alleato stellestrisce e eventuali vantaggi economici nell'indotto, dall'altra la convinzione che costruire la nuova base militare sopra l’ultimo significativo polmone verde della città e sopra una delle più importanti falde acquifere d’Europa sia un pericolo per la salute e la qualità della vita; oltre al fatto che nelle nuova base sarebbe ospitata la 173esima brigata aerotrasportata, uno strumento di intervento militare a carattere offensivo anche nucleare (F. Cossiga, Senato della Repubblica, 28.2.2007), in chiaro contrasto con il bistrattato articolo 11 della nostra Costituzione.
L'idea del referendum aveva per una volta ricordato che democrazia è partecipazione, alla faccia di chi sostiene che le decisioni prese dall'alto sono giuste, eterne e immodificabili dai cittadini. Purtroppo pero' il Consiglio di Stato ha accolto la richiesta del governo di sospensione del referendum, giudicando il referendum «illegittimo» perché avrebbe per oggetto un auspicio «irrealizzabile»: quello di acquisizione al Comune della zona aeroportuale, mentre non meglio precisate «autorità competenti» si sono già pronunciate in senso sfavorevole al passaggio dell'area in questione dal demanio al comune. La sentenza ha quindi di fatto ha sospeso l'efficacia del provvedimento del Tar che aveva gia' detto no alla richiesta di fermare la consultazione popolare. I vicentini contrari alla base si danno appuntamento in serata per un cacerolazo, una protesta popolare con sbattimenti di pentole e coperchi alla maniera sudamericana per mostrare la loro indignazione contro un atto di autoritarismo e di prevaricazione, a cui mi associo da quassu'. Ricordo comunque che e' almeno possibile votare simbolicamente il referendum on-line. No Dal Molin, fermiamo la guerra, non la partecipazione dei cittadini.

sabato 13 settembre 2008

Rassegnarsi


I Rom NON, ripeto NON, rubano i bambini. L'ennesima dimostrazione.

Il Papa, mi fa notare Augusto, dice cose sensate solo quando e' all'estero, e svela la vera causa del dissesto di Alitalia

Gli uragani non passano solo sul Texas come vogliono farci credere i giornali

Nonostante gli sforzi dall'alto, si moltiplicano le voci nella Chiesa con le idee chiare su razzismo, legalita' e sicurezza

L'idea delle celle negli stadi, purtroppo, non l'ha inventata Matarrese

Il Kissinger di turno questa volta fara' un po' piu' fatica a fare i suoi comodi con la democrazia e i poveri del Sudamerica: un vento nuovo soffia?

Il comandamento "Non nominare il nome di Dio invano" vale anche per una governatrice ultraconservatrice candidata alla vice presidenza (argh) degli Stati Uniti

In Baviera l'estate e' finita, piove fitto e tiro fuori i maglioni da inverno. A ognuno il suo.

venerdì 29 agosto 2008

More than a ten percent chance on change

With profound gratitude and great humility, I accept your nomination for the presidency of the United States



Ieri a Denver, nello stesso giorno in cui 45 anni fa Martin Luther King di fronte a Lincoln Memorial spiegava il suo sogno di uguali opportunità fra bianchi e neri, Barack Obama ha accettato la candidatura per i Democrats a presidente degli Stati Uniti. L'ha accettata parlando della sua idea per una nuova America, sfidando frontalmente il suo avversario, lobbisti e poteri forti, dimostrando di essere in grado di trasformare la voglia di cambiamento che e' riuscito a catalizzare in un insieme di politiche concrete, capaci di risollevare il paese dalla sue contraddizioni, dalla sua crisi economica e di immagine. Qui il testo completo (sempre in inglese).

You understand that in this election, the greatest risk we can take is to try the same old politics with the same old players and expect a different result [...]
For over two decades, John McCain has subscribed to that old, discredited Republican philosophy - give more and more to those with the most and hope that prosperity trickles down to everyone else. In Washington, they call this the Ownership Society, but what it really means is - you're on your own. Out of work? Tough luck. No health care? The market will fix it. Born into poverty? Pull yourself up by your own bootstraps - even if you don't have boots. You're on your own.
Well it's time for them to own their failure. It's time for us to change America [...]


"Capite che il maggiore rischio che possiamo prenderci in queste elezioni e' tentare le stesse vecchie politiche con gli stessi vecchi protagonisti e aspettarci un risultato diverso". Chissa' se Veltroni, Fassino, Ruttelli e il resto dei dinosauri del PD sconfitto pochi mesi fa che lo ascoltavano a Denver hanno preso qualche appunto...

martedì 26 agosto 2008

Il gigante non Russa


Dopo il cessate il fuoco la situazione in Georgia si aggrava, come previsto, sul piano politico. Mosca e' lesta a riconoscere l'autonomia di Ossezia e Abkazia, a minacciare di cessare ogni collaborazione con la NATO per il supporto in Afghanistan, e a uscire dagli accordi del WTO. Il presidente Russo Medvedev manda anche una lettera a Stati Uniti, Francia, Germania e (!?) Italia per spiegare candidamente che loro nulla hanno fatto se non cogliere l'occcasione offerta dalla Georgia per mettere i puntini sulle i di chi deve comandare in quella regione, alla faccia dei tentativi di espansione della NATO. L'America si trova pero' con le mani legate, con di fronte una potenza nucleare che sembrava addormentata, ma che si e' improvvisamente risvegliata dal continuo e improvvido pungolamento della politica statunitense di allargamento della NATO; con i due pesi e due misure della difesa del diritto di autoderminazione sostenuto nei Balcani e in Cecenia, ma il principio dell'unita' territoriale chiamato in causa per la Georgia.
Ma come siamo arrivati a questa situazione? Un quadro ben tracciato della situazione e delle sue origini nella storia Russa e internazionale recente, ben piu' articolato e motivato del mio bignami di qualche giorno fa, in un bell'articolo di Bernard Guetta tradotto su Repubblica di ieri:

Il disagio è profondo. Monaco e ancora Monaco, riferimenti continui a quel momento tragico in cui le democrazie temporeggiavano con Hitler quando la sua ascesa era ancora resistibile. Una reminescenza non priva di fondamento.Malgrado il Tibet, i capi di Stato e di governo hanno fatto ressa ai Giochi Olimpici per pagare il loro tributo alla potenza cinese. Nonostante la riaffermazione della potenza militare russa a Tbilisi, gli Stati Uniti hanno alzato i toni solo dopo la sconfitta georgiana. C´è nell´aria una sorta di rassegnazione alla forza di quei due imperi, tanto più allarmante in quanto l´uno e l´altro associano la peggior violenza del denaro e le disuguaglianze più stridenti alla brutalità dei loro apparati di potere monopolistici, direttamente ereditati dai tempi del comunismo. Dunque Monaco? Un nuovo nazismo pronto alla guerra per asservire le nazioni e sterminare i popoli? No. La preoccupazione è fondata, ma il confronto rischia di essere pernicioso: a forza di rappresentarsi la guerra passata si finisce per non vedere i dati della nuova situazione internazionale e i motivi dell´arretramento della libertà in Russia. Torniamo indietro nel tempo. Un viaggio in un passato prossimo al di fuori del quale non si può comprendere né questa crisi georgiana, né le tensioni che provoca. Nel 1991 Mikhail Gorbiaciov è travolto dalla libertà cui ha dato respiro. L´intellighentsia lo accusa di non fare abbastanza, i nazionalisti lo rimproverano per aver aperto le porte all´unificazione tedesca e al ribaltamento dell´Europa centrale. Le riforme, e soprattutto le difficoltà economiche alimentano i separatismi delle repubbliche sovietiche, in quei Paesi che gli zar, e non il comunismo, avevano aggregato alla Russia. A Mosca tutto si sfascia, e qui gli occidentali commettono il primo degli errori che tanto hanno contribuito a plasmare la Russia di oggi. «Aiutatemi», aveva detto Gorbaciov al vertice del G7 nel luglio di quell´anno. Chiedeva che gli venissero concessi prestiti di entità sufficiente a dargli tempo per evitare l´esplosione e trasformare l´Urss – com´era sua intenzione – in un mercato comune dell´Est. Il costo sarebbe stato alto per gli occidentali: somme colossali da sborsare, ma in pegno avrebbero potuto chiedere le risorse naturali della Russia, e con una sola mossa assicurarsi gli approvvigionamenti energetici, aprire il Paese ai loro investimenti, modernizzare l´intera l´area sovietica e organizzare la sua transizione verso la democrazia e le indipendenze nazionali. Avrebbero potuto stabilizzarla, così come dopo la liberazione l´America aveva stabilizzato l´Europa occidentale grazie al piano Marshall; e invece hanno dato il benservito al visionario che aveva compreso la necessità di salvare la Russia dal fallimento del comunismo, evitandole al tempo stesso, a qualunque costo, la violenza di una nuova rivoluzione. Un Gorbaciov prostrato li aveva avvertiti: «Non mi vedrete più al vostro prossimo Vertice. E sarà il caos». Come aveva previsto, sei mesi dopo ogni speranza di riforme graduali e controllate era stata spazzata via. In agosto i più incapaci tra i dirigenti sovietici si erano autoproclamati salvatori dell´Urss per poi annaspare smarriti – alcuni giunsero anche al suicidio – quando Mikhail Gorbaciov rifiutò di firmare la lettera di dimissioni che gli avevano presentato. Quel colpo di stato fallì in poche ore, spianando però la strada al presidente della Federazione russa Boris Eltsin, che si oppose al putsch nel momento in cui era già abortito. Di intelligenza limitata, alcolizzato al punto di rendersi regolarmente indisponibile, diventa un eroe della democrazia. Gli occidentali commettono il secondo errore eleggendolo a interlocutore privilegiato. In dicembre Eltsin, che freme dalla voglia di insediarsi al Cremlino, convince i presidenti della Bielorussia e dell´Ucraina a separarsi insieme a lui dall´Unione Sovietica – o in altri termini, di firmare la sentenza di morte dell´Urss. Sconfitta finale del comunismo? Fine della "prigione dei popoli?" Tutto induceva a crederlo, ma era un po´ come se all´improvviso la Borgogna, Nizza, la Savoia, la Bretagna e Tolosa si separassero dalla Francia. Non era semplicemente l´indipendenza di Paesi colonizzati, dato che i secoli e la continuità territoriale avevano mescolato le popolazioni, interconnesso le economie, partorito un´identità comune. Fu un sisma, inevitabilmente seguito da una successione di ulteriori scosse. E nel decennio successivo gli occidentali commisero il loro terzo e più grave errore. Non appena ai comandi, sotto la copertura delle privatizzazioni, i parenti, i consiglieri, i sodali di Eltsin – "la famiglia", come ben presto diranno i russi – vendono fabbriche, terreni e risorse naturali, tutto ciò che può avere un valore nell´economia del Paese. Nella Russia del 1992 non esistono capitali privati, ma "la famiglia" vende a uomini di sua fiducia, i quali attingono alle casse delle imprese non ancora pagate per corrispondere prezzi modestissimi, e soprattutto per versare le enormi tangenti devolute al Cremlino. È la più grossa rapina della storia, e gli occidentali vi si associano con i loro applausi, i loro crediti e persino con ingiunzioni, con le percentuale riscosse dalle loro banche e società di consulenza, tanto che sembrano aver organizzato questa rivoluzione d´Ottobre alla rovescia. In pochi mesi si costruiscono enormi patrimoni, ostentati con tanto di limousine blindate, dimore sontuose e oscene esibizioni. L´inflazione sprofonda i pensionati nella miseria più nera, e lo stile di vita regale dei "nuovi russi" contrasta in maniera rivoltante con la mendicità che dilaga. E cosa dicono gli economisti che hanno inventato tutto questo, ex comunisti passati al liberalismo? «È inevitabile passare per l´accumulazione primitiva – sentenziano nel loro linguaggio marxista – per costituire i patrimoni privati che un giorno imporranno lo stato di diritto, al fine di legalizzarne il possesso». C´era un progetto razionale dietro quest´abominio, che però ha fatto sorgere un´economia mafiosa nell´area ex sovietica. La corruzione si è generalizzata. I regolamenti di conti sono diventati realtà quotidiana, e i russi hanno incominciato a detestare ciò che vedevano dell´economia di mercato, a confonderla con la rapina subita, a incolpare l´Occidente di avergli inflitto quella piaga per annientarli una volta per tutte. E c´è di peggio. Quando i deputati russi denunciano questa "terapia d´urto" e Eltsin ordina l´assalto al parlamento sorto dalle libere elezioni del 1989, gli occidentali non trovano nulla da ridire. Non contenti di aver convinto i russi che mercato è sinonimo di furto, accreditano un´idea della democrazia come potere dei ricchi, tanto da indurli ad aspirare ormai solo a un regime forte, con un capo capace di far risorgere lo Stato e costringere i saccheggiatori a restituire il maltolto. In una parola, promuovendo la giungla in Russia spianano la strada al potere di Vladimir Putin. Il male ormai è fatto, si dirà. Comunque, e quali che siano i torti degli occidentali, dal momento che è questa Russia – diretta dai servizi segreti, cementata dal nazionalismo, con le casse ricolme grazie all´impennata delle quotazioni petrolifere – a esercitare il suo peso sulle ex repubbliche sovietiche, cos´altro fare? Lo si legge in molte analisi: che fare, se non ingrossare le fila della Nato estendendola, come una rete di sicurezza, intorno al Paese più vasto del mondo? È una scelta – ma è quella sbagliata. Da scartare, per una ragione imprescindibile: difatti, se l´America ha lasciato che la Russia battesse l´esercito georgiano, è stato perché non poteva far altro. Non poteva minacciare di volare al soccorso delle truppe di Tbilisi, perché nel giro di un´ora la Russia avrebbe occupato l´intera Georgia. Non poteva bombardare le truppe russe, dato che Mosca rimane una potenza nucleare. E neppure poteva decretare sanzioni economiche, visto che l´approvvigionamento energetico dell´Europa dipende dalle forniture russe, e il costo del barile avrebbe allegramente sfiorato i 300 dollari, provocando il tracollo dell´economia americana. Ma soprattutto, gli occidentali hanno bisogno del sostegno della Russia per opporsi alle ambizioni nucleari dell´Iran, far ascoltare il Consiglio di Sicurezza, avviare le loro armi verso l´Afganistan e tentare di calmare le acque in Medio Oriente. L´America post-Iraq non può fare a meno di un´intesa con la Russia, ma avrebbe potuto evitare di mettere a nudo questo suo relativo indebolimento se la "vecchia Europa" non le avesse impedito, la scorsa primavera, di aprire le porte della Nato all´Ucraina e alla Georgia? Anzi: sarebbe stato peggio. E comunque gli Stati Uniti non si sarebbero mossi. L´Alleanza atlantica non avrebbe offerto alla Georgia la protezione militare dovuta ai suoi membri, con grave danno della stessa credibilità della Nato. Fortunatamente quella follia era stata bloccata dalla Francia e dalla Germania. Ma allora, a questo punto si devono subire i diktat della Russia, consentendole di dominare nuovamente i mercati? «Monaco!» «Monaco!» ripetono martellanti quelli che vorrebbero vedere un occidente unito in lotta contro questo ritorno della Russia. Ma qui si pone una questione fondamentale che non è stata sufficientemente dibattuta: in che senso Mosca rappresenta un pericolo? Come, da quale parte intenderebbe lanciarsi all´assalto dell´Occidente, o magari giocare alla politica del tanto peggio? Di fatto, in fin dei conti, cos´altro ha fatto in questa crisi, se non approfittare dell´offensiva della Georgia contro una sua regione secessionista per ricordare che dispone dei mezzi per impedire alla Nato di spingersi fino ai suoi confini? L´aggressore – per quanto piccolo, per quanto provocato – era la Georgia. Come può allora l´Occidente rimproverare la Russia per la sua reazione, dopo aver bombardato Belgrado per intere giornate in appoggio alla secessione kosovara? Come si può difendere il diritto all´autodeterminazione nei Balcani, e poi invocare nel Caucaso il principio dell´integrità territoriale, dopo averlo ridotto a carta straccia riconoscendo l´indipendenza del Kosovo? «Questione obsoleta», dichiarano su Libération André Glucksmann e Bernard-Henri Lévy: a parer loro, il fatto principale è che la Russia vieti a un Paese sovrano di scegliere le proprie alleanze. È indiscutibilmente vero, ma come reagirebbero gli Stati Uniti se il Messico o il Canada decidessero sovranamente di entrare a far parte di un patto militare dominato da Mosca? Avrebbero ogni ragione di vedere in questo una minaccia, e non arretrerebbero davanti a nulla per contrastarla. Tanto basti per dire che sarebbe ora di smetterla di evocare fantasmi sulla Russia. Rimane il fatto che vari popoli tenterebbero di sottrarsi al suo impero, se Mosca non li avesse dissuasi mettendo in ginocchio la Cecenia. Evidentemente è in atto in Russia una regressione autoritaria che ha soffocato l´opposizione, dando più spazio all´arbitrio. Questo Paese è tutto fuorché una democrazia, ma a parte il fatto che sarebbe irragionevole entrare in conflitto con tutti i regimi autoritari soltanto perché sono tali, proviamo per un attimo a calcarci in testa una chapka - il tempo di vedere l´Occidente con gli occhi dei russi. Quando l´ultimo presidente sovietico lasciò che il Muro si aprisse, l´Occidente giurò di non voler estendere i limiti della Nato. Si sa come poi sono andate le cose. Durante il decennio Eltsin, quando Mosca ricalcava la sua diplomazia su quella degli Stati Uniti, Washington aveva in bocca una sola parola, "partenariato"; ma da quando la Russia ha ripreso forza e ha ricostituito uno Stato, è tornata ad essere un avversario da contenere. È da allora che gli Usa hanno sentito la necessità di dispiegare nell´Europa centrale un sistema antimissile, teoricamente destinato a contrastare un´aggressione iraniana – ma la sua installazione in Polonia è stata accelerata dopo la disfatta della Georgia; e in quegli stessi anni, proprio quando la Russia manifestava a Washington la sua solidarietà dopo l´11 settembre, l´ingresso dell´Ucraina e della Georgia nella Nato è stato promosso al rango di imperativo categorico, per cui i russi hanno finito per concludere che l´America li amava solo a condizione che navigassero nel suo solco, sopra una zattera. Allora, ecco che la Russia si afferma sulla scena internazionale, e in maniera spettacolare, quando l´occasione è offerta da un Mikhail Shakasvili; e qui si innesca un ingranaggio. Che è pericoloso. Più si vuol contenere la Russia, e più le sue reazioni incitano a farlo. Ma se è vero che non ci troviamo alle prese con un nuovo Hitler, non assistiamo neppure a un risveglio della guerra fredda. Oltre tutto, dai Balcani al Caucaso le guerre stanno ridiventando calde in Europa, e una volta sotterrato il comunismo si tende a tornare a quella che era la Storia prima delle ideologie: le rivalità tra le grandi potenze, le loro aree di influenza, le schermaglie e talora gli scontri frontali, quando nelle capitali la Ragione veniva meno. Volendo drammatizzare ad ogni costo, saremmo tornati non al 1938 o al ‘62, ma al 1914: ai prodromi della prima guerra mondiale, piuttosto che a Monaco o a Cuba. Il punto essenziale oggi è organizzare gli equilibri tra le vecchie e le nuove potenze; e trovarlo nei confronti della Russia non dovrebbe essere la cosa più difficile. Il fatto che Vladimir Putin si sia astenuto dal modificare la Costituzione per ricandidarsi una terza volta non è privo di significato. Se ne desume da un lato che l´opinione pubblica russa avrebbe reagito male a una mossa del genere, finalizzata alla sua presidenza a vita; e dall´altro, che lo stesso Putin deve tener conto di un certo pluralismo della classe dirigente. Ancora più notevole è il fatto che non abbia scelto, in definitiva, un uomo a sua immagine per presiedere la Russia sotto la sua ombra, bensì un giovane giurista forbito e sorridente, giunto all´età matura nei primi anni del post-sovietismo. La Russia, per quanto oligarchica, è un mondo in movimento. La libertà imprenditoriale ha fatto nascere un ceto medio in ascesa, e come prevedevano gli ideologi della terapia d´urto, oggi i predatori degli Anni 90 hanno sete di diritto per perpetuare la loro ricchezza. Dimitri Medvedev è stato scelto da Vladimir Putin perché interpreta le speranze degli ambienti influenti, e quando parla del suo Paese come di uno dei «tre rami della civiltà europea», accanto all´America e all´Europa occidentale, esprime un´aspirazione russa che a Mosca si fa sentire. Ed è su questo che bisogna puntare. L´Occidente commetterebbe un nuovo errore se non tentasse di farlo – uno di troppo, dato che quest´aspirazione affonda le sue radici nelle debolezze di fondo con cui si confronta la Russia, potenza convalescente ma demograficamente in declino, che non può fare a meno della tecnologia occidentale per modernizzare le sue trivellazioni. Che ha bisogno di vendere il suo gas e il suo petrolio non meno di quanto l´Europa abbia bisogno di acquistarli, ed è in contatto diretto con l´affermazione cinese e l´implosione islamica. In ultima istanza, è la geopolitica a spingere la parte più lucida della Russia verso l´Occidente – il timore dell´islam e una reale paura della Cina, che col suo dinamismo economico e mercantile si impone nell´Asia centrale annettendosi, attraverso i commerci, una parte sempre maggiore della Siberia russa. Cultura, economia e geografia concorrono per creare le basi di un equilibrio tra russi e occidentali, e organizzare una stabilità del continente Europa tra la Federazione russa e l´Ue. Ma tutto ciò non passa per l´abbandono dell´Ucraina e della Georgia alle nostalgie imperiali degli antichi padroni. Servirebbe solo un minimo di buon senso per rinunciare a integrare questi due Paesi nella Nato, rafforzando invece i loro legami con l´Unione, trasformandoli in spazi di cooperazione e di scambi privilegiati con le due potenze continentali – il pegno, prospero e protetto, della loro intesa. Se non sarà così, il seguito è già scritto. La prossima guerra europea non si combatterà nel Caucaso, ma esploderà ai confini della Polonia, alle frontiere stesse dell´Unione, in quell´Ucraina che da quasi dieci anni si sta dilaniando tra russofili e occidentalisti.

venerdì 8 agosto 2008

Tregua olimpica o guerra infinita?


Alla faccia dello spirito di Olimpia, mentre a Pechino iniziano tra le polemiche le Olimpiadi, in Georgia esplode definitivamente una crisi con conseguenze mica da ridere. In soldoni, gli USA vogliono espandere la loro egemonia in zone chiave quali il Caucaso e l'est Europa, e al vertice NATO ad Aprile tentarono in ogni modo l'annessione dell'Ucraina e della Georgia, poi bocciate per l'intervento dei paesi europei, Francia in testa. Tuttavia, con gran scorno di Putin che teme ovviamente l'avanzare americano nelle zone ex-sovietiche, la Georgia, in cui transitano gasdotti di fondamentale importanza, insiste nell'intento. Mentre comincia ad attrezzarsi per le rinnovate ostilita', il gigante russo decide di contrastare i piani georgiani appoggiando i separatisti di Ossezia meridionale e Abkhazia, due zone georgiane autonome, e dichiaratesi unilateralmente indipendenti nel 1991, che gli Usa hanno poi praticamente lasciato in protettorato alla Russia in cambio della non opposizione all'indipendenza del Kosovo. Comincia quindi l'escalation, in cui i Russi soffiano sul fuoco del separatismo per tamponare l'influenza americana nell'area, e i Georgiani cercano di approfittare delle spalle coperte dall'alleato americano per riprendere il controllo delle provincie ribelli. Fino ai morti di oggi. Fino ai bombardamenti d’artiglieria che continuano a Tskhinvali, capitale dell'Ossezia, e nei villaggi che la circondano, aumentando la possibilità del coinvolgimento di altre aree e dell’escalation del conflitto nell’intera regione. Si prepara un nuovo macello, un nuovo capitolo della guerra globale, o "infinita" come la defini' la stessa amministrazione Bush, per l'accaparramento delle risorse energetiche e di postazione strategiche? Una guerra che ha ormai nuovamente strappato al diritto, dopo la parentisi alla fine del secondo conflitto mondiale, il ruolo di istituzione suprema di regolamentazione dei rapporti internazionali. Una guerra pervasiva, ubiquitaria, molecolare, che utilizza i piccoli contrasti locali per i propri scopi globali ,e che si e' ormai posta come nuova modalita' dei rapporti pubblici del nuovo millennio. Per salvare dal disastro una frazione piccola dell'umanita', mentre gli altri rimangono soltanto eccedenze e pedine da giocare per i propri scopi. E intanto arde sempre piu' ipocrita tra i potenti della terra la torcia olimpica...

mercoledì 4 giugno 2008

Powered by hope


Ci siamo, Barack Obama sara' il candidato democratico alle presidenziali USA. L'unico dubbio che rimane e' se Hillary fara' 'sto benedetto ticket. Il risultato e' storico, ma a dire il vero lo era gia'. Una donna e un afroamericano che si sfidavano. Il tutto a soli 50 anni dalle lotte nere per i diritti piu' elementari, come sedersi sugli autobus.

America, questo è il nostro momento. E' la nostra ora. E' il nostro momento di girare pagina sulle scelte del passato. La nostra ora di portare nuove energie e nuove idee per affrontare le sfide che ci stanno di fronte. Il nostro momento di offrire una nuova direzione al paese che amiamo

Cosi' ieri Barack commentava la vittoria nelle primarie. Vittoria, come dice il suo sito, "Powered by Hope". Quella stessa speranza che nelle elezioni italiane e' stata drammaticamente surclassata dalla paura, con tutte le conseguenze che oggi viviamo. Andrea Mollica segnala un interessante sondaggio del Daily Telegraph sui risultati dei candidati delle prossime presidenziali USA nei più grossi Paesi europei (!!). In Italia, un paese che ormai reputiamo irrimediabilmente di destra, il 70% degli intervistati avrebbe votato Obama, una percentuale piu' alta che nel resto d'Europa. Per il Telegraph, "in the Italian election in April, Walter Veltroni, the leader of the Italian Democratic Party, tried to capitalise on the popular support for Mr Obama. Not only did he refer to himself as an "Italian Obama" throughout the campaign, he even appropriated his "Yes We Can" slogan and translated it into Italian "Si puo fare!" Sadly, the tactic only served to highlight the differences between the two". Gli italiani vedono Obama infatti not only as stylish and sharply dressed, but, as one commentator put it: "he is the sense of change incarnate". An astonishing 70 per cent of respondents supported him in the Telegraph poll. Italians yearn for a similar political change – their politicians remain in the system for decade after decade". Forse dopo la batosta del "Si puo' fare" potremmo incominciare a capire dove abbiamo sbagliato con quel 40% che voterebbe Obama ma non Walter, invece di rassegnarci a un'Italia di destra in cui possiamo vincere solo per sbaglio.

venerdì 8 febbraio 2008

Grande Democrazia


Fatemi capire, nella piu' grande democrazia, quella che ne ha cosi' tanta d'avanzo che la puo' anche esportare, e' palese che vince le elezioni chi ha piu' soldi, e a nessuno suona un po' strano? Ma non era il paese delle grandi possibilita' per tutti?
Per fortuna che noi in Italia siamo molto piu' avanti. A noi le primarie nemmeno servono. Con le dimissioni di Veltroni, ad Aprile ci sara' da eleggere il nuovo sindaco di Roma. A questo proposito mi segnala Augusto che Rutelli ha raccontato di "aver ricevuto negli ultimi giorni una valanga di inviti, incoraggiamenti e dichiarazioni di sostegno affinché accetti di candidarmi a sindaco", probabilmente da parte di elettori della Casa della Liberta'. Continua poi dicendo che ha "il dovere di dire, per amor di verità, che posso accettare oppure non accettare questo difficile compito". Meno male, non oso neppure immaginare le altre possibilita'. "È una decisione - continua Rutelli - che prenderò al termine di un rapido ma profondo periodo di ascolto della mia città". Pare che le telecamere agli incroci siano state sostituite con antenne e microfoni. Naturalmente di primarie neanche a parlarne. Ma e' vero, a forza di dire che non c'e' tempo sta finendo davvero.
Per consolazione, resta il fatto che il PD sta costringendo tutte le forze politiche, da sinistra-sinistra a destra, a fare i conti con lui e con la sua strategia. Abbiamo smesso di inseguire, finalmente siamo la molla e dietro tutti gli altri...



il cannocchiale