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giovedì 9 maggio 2013

Una missione da compiere


"Quando Cristo mi giudicherà, io so di certo che Egli mi farà questa domanda: Come hai moltiplicato, a favore dei tuoi fratelli, i talenti privati e pubblici che ti ho affidato? Cosa hai fatto per sradicare dalla società la miseria dei tuoi fratelli e, quindi, la disoccupazione che ne è la causa fondamentale?Nè potrò addurre, a scusa della mia inazione o della mia inefficace azione, le ragioni "scientifiche" del sistema economico. Abbiamo una missione trasformante da compiere: dobbiamo mutare - quanto è possibile - le strutture di questo mondo per renderle al massimo adeguate alla vocazione di Dio. Siamo dei laici: padri di famiglia, insegnanti, operai, impiegati, industriali, artisti, commercianti, militari, uomini politici, agricoltori e così via; il nostro stato di vita ci fa non solo spettatori, ma necessariamente attori dei più vasti drammi umani. Si resta davvero stupiti quando, per la prima volta, si rivela alla nostra anima l'immenso campo di lavoro che Dio ci mette davanti... Il nostro piano di santificazione è sconvolto: noi credevamo che bastassero le mura silenziose dell'orazione! Credevamo che chiusi nella fortezza interiore della preghiera, noi potevamo sottrarci ai problemi sconvolgitori del mondo; e invece nossignore... L' "elemosina" non è tutto: è appena l'introduzione al nostro dovere di uomini e di cristiani; le opere anche organizzate della carità non sono ancora tutto; il pieno adempimento del nostro dovere avviene solo quando noi avremo collaborato, direttamente o indirettamente, a dare alla società una struttura giuridica, economica e politica adeguata al comandamento principale della carità.Abbiamo veramente compreso che la perfezione individuale non disimpegna da quella collettiva? Che la vocazione cristiana è un carico che comanda di spendersi, senza risparmio, per gli altri? Problemi umani, problemi cristiani; niente esonero per nessuno"

Giorgio La Pira, da "Le citta' sono vive" 

martedì 1 gennaio 2013

Odio il capodanno

Ogni mattino, quando mi risveglio ancora sotto la cappa del cielo, sento che per me è capodanno.

Perciò odio questi capodanni a scadenza fissa che fanno della vita e dello spirito umano un’azienda commerciale col suo bravo consuntivo, e il suo bilancio e il preventivo per la nuova gestione. Essi fanno perdere il senso della continuità della vita e dello spirito. Si finisce per credere sul serio che tra anno e anno ci sia una soluzione di continuità e che incominci una novella istoria, e si fanno propositi e ci si pente degli spropositi, ecc. ecc. È un torto in genere delle date.

Dicono che la cronologia è l’ossatura della storia; e si può ammettere. Ma bisogna anche ammettere che ci sono quattro o cinque date fondamentali, che ogni persona per bene conserva conficcate nel cervello, che hanno giocato dei brutti tiri alla storia. Sono anch’essi capodanni. Il capodanno della storia romana, o del Medioevo, o dell’età moderna. E sono diventati cosí invadenti e cosí fossilizzanti che ci sorprendiamo noi stessi a pensare talvolta che la vita in Italia sia incominciata nel 752, e che il 1490 0 il 1492 siano come montagne che l’umanità ha valicato di colpo ritrovandosi in un nuovo mondo, entrando in una nuova vita. Cosí la data diventa un ingombro, un parapetto che impedisce di vedere che la storia continua a svolgersi con la stessa linea fondamentale immutata, senza bruschi arresti, come quando al cinematografo si strappa il film e si ha un intervallo di luce abbarbagliante.

Perciò odio il capodanno. Voglio che ogni mattino sia per me un capodanno. Ogni giorno voglio fare i conti con me stesso, e rinnovarmi ogni giorno. Nessun giorno preventivato per il riposo. Le soste me le scelgo da me, quando mi sento ubriaco di vita intensa e voglio fare un tuffo nell’animalità per ritrarne nuovo vigore. Nessun travettismo spirituale. Ogni ora della mia vita vorrei fosse nuova, pur riallacciandosi a quelle trascorse. Nessun giorno di tripudio a rime obbligate collettive, da spartire con tutti gli estranei che non mi interessano. Perché hanno tripudiato i nonni dei nostri nonni ecc., dovremmo anche noi sentire il bisogno del tripudio. Tutto ciò stomaca.

Antonio Gramsci,
1° Gennaio 1916 su l’Avanti!, edizione torinese, rubrica “Sotto la Mole”

mercoledì 7 novembre 2012

Limpide Sensazioni


"Mentre camminava per Regent’s Park – lungo un viale che sempre sceglieva, tra i tanti – Jasper Gwyn ebbe d’un tratto la limpida sensazione che quanto faceva ogni giorno per guadagnarsi da vivere non era più adatto a lui. Già altre volte lo aveva sfiorato quel pensiero, ma mai con simile pulizia e tanto garbo." 


A. Baricco - Mr Gwyn

venerdì 27 gennaio 2012

Ciao Ivano

E ieri sera l'abbiamo salutato cosi' Fossati, al Teatro Tenda, col "bacio sulla bocca". Anche se negli ultimi lavori la vena si era un po' persa, ci manchera' parecchio...


Stancami e parlami  abbracciami
fruga dentro le mie tasche poi perdonami  sorridi
guarda questo tempo che arriva con te

martedì 24 gennaio 2012

Non insegnate ai bambini



... Non insegnate ai bambini, ma coltivate voi stessi il cuore e la mente,
stategli sempre vicini, date fiducia all'amore, il resto e' niente...

venerdì 28 ottobre 2011

Il bianco

 

... non fa per te, non fa piu' per me ...

Dall'album Ancora un ballo di Maurizio Geri, cantata con Ginamaria Tersta e dedicata alla figura del clown bianco.

sabato 1 ottobre 2011

La Tempesta


... un vento poi soffiera' dentro le nostre vele
qual e' la rotta giusta solo il Signore lo sa,
ma se la vita e' Tempesta, Tempesta allora sara'...

venerdì 9 settembre 2011

(Im)possibile



“Chiunque sia animato dal giusto spirito può cancellare dalla parola impossibile le prime due lettere” Lord Baden Powell of Gilwell

lunedì 25 aprile 2011

25 Aprile 2011



Lo avrai
camerata Kesselring
il monumento che pretendi da noi italiani
ma con che pietra si costruirà
a deciderlo tocca a noi.
Non coi sassi affumicati
dei borghi inermi straziati dal tuo sterminio
non colla terra dei cimiteri
dove i nostri compagni giovinetti
riposano in serenità
non colla neve inviolata delle montagne
che per due inverni ti sfidarono
non colla primavera di queste valli
che ti videro fuggire.
Ma soltanto col silenzio dei torturati
più duro d'ogni macigno
soltanto con la roccia di questo patto
giurato fra uomini liberi
che volontari si adunarono
per dignità e non per odio
decisi a riscattare
la vergogna e il terrore del mondo.
Su queste strade se vorrai tornare
ai nostri posti ci ritroverai
morti e vivi collo stesso impegno
popolo serrato intorno al monumento
che si chiama
ora e sempre
RESISTENZA

P. Calamandrei

venerdì 18 giugno 2010

Ciao Jose'


"Il problema principale di questo modello sociale sta nel fatto che il potere economico coincida con il potere politico.

L’unico antidoto per invertire il cattivo funzionamento della democrazia è costruire una società critica che non si limiti ad accettare le cose per quello che sembrano ma non sono.

Una società che si faccia domande e dica di no ogni volta che è giusto dire no.

Perciò è urgente tornare alla filosofia e alla riflessione".

José Saramago, 16/11/1922-18/6/2010:
oggi se ne e' andato uno dei piu' grandi

venerdì 29 gennaio 2010

Le storie di ieri

Ieri sera immersione nelle vergogne d'Italia con i fratelli Severini, nel nuovo auditorium ARCI Exfila di Firenze. Lo spettacolo in qualche parte d'Italia ha avuto vita difficile, segno che far ricordare e' ancorsa un mestiere sgradito. A dire il vero non ci convince troppo Daniele Biacchessi, l'indignato attore che accompagna i Gang nella rilettura della storia italiana dalla resistenza a via de'Georgofili. Ma i Severini sono sempre loro, anche in formazione ridotta, e il finale con "Le storie di ieri" vale il prezzo del biglietto...



Ma il bambino nel cortile si è fermato
si è stancato di seguire gli aquiloni

si è seduto tra i ricordi vicini, i rumori lontani

guarda il muro e si guarda le mani

mercoledì 27 gennaio 2010

Amnesia


Oggi e' la giornata della memoria. Peccato che in Italia sempre di piu' ci stiamo dimenticando quello che e' successo (fino a burlarsene sullo zucchero) e che continua ad accadere.

"...dove non tutti siamo uguali, dove non tutti abbiamo gli stessi diritti, dove alcuni hanno diritti e altri no, dove questo verbo attecchisce alla fine c'e' il lager..."



giovedì 7 gennaio 2010

Niente passa invano


... la distanza infinita fra i tuoi capelli e la mia mano
e amore niente, amore niente passa invano...

giovedì 31 dicembre 2009

Il futuro colorato di speranza


di Enzo Bianchi, priore della Comunità di Bose – 24 dicembre, La Stampa (via Chiccodisenape):

Il bilancio che ciascuno di noi fa sui dodici mesi trascorsi è sempre condizionato dalle aspettative che aveva nutrito nell’anno precedente e, specularmente, orienta le speranze per l’anno a venire, soprattutto quando ci veniamo a trovare alla fine di un decennio: allora attese e disillusioni si fanno più forti, quasi che il misurare il tempo in cifre tonde e simboliche – gli anni «zero» del terzo millennio – sia percepito con maggiore intensità e che le svolte impresse al corso della storia debbano assumere un carattere più marcato. Così, il dover constatare anche alla chiusura di quest’anno che ben poco è stato fatto per sanare situazioni negative nella convivenza umana, in ambito nazionale come a livello planetario, risulta fonte di particolare amarezza.

Non solo, sembra quasi che il protrarsi indefinito di profonde ferite inferte all’umanità e al creato finiscano per trasformarsi in ineluttabili calamità, cui si è fatta l’abitudine e che si derubricano a problemi cronici, non più degni di attenzione e di impegno. È il caso delle guerre e delle patenti violazioni dei diritti umani in certe aree del globo: i conflitti vengono dimenticati, le vittime ignorate, le sofferenze banalizzate, come se si trattasse di ciclici eventi naturali, analoghi all’alternarsi delle stagioni.

La crisi economica, per esempio, ha solo superficialmente scalfito la fiducia nell’autoregolamentazione del mercato globale, suggerendo al massimo alcuni accorgimenti per una maggiore vigilanza, mentre le ingiustizie di fondo che pervadono i rapporti produttivi e commerciali non sono state considerate degne di seria attenzione. Anche la mancanza di legalità o l’irrisione dello stato di diritto, il non rispetto delle minoranze e dei più deboli e indifesi, il diradarsi delle strutture di solidarietà e di integrazione sociale paiono ormai atteggiamenti passivamente acquisiti, la cui disumanità non interpella più le coscienze. A poco a poco ci si assuefa alla barbarie quotidiana, si rinuncia alla sana indignazione contro gli attentati portati alla dignità di ogni essere umano, si considera scontata l’impossibilità del dialogo civile, ci si rassegna a una sorda lotta di tutti contro tutti.

Eppure l’animo umano fatica a rinunciare alle aspettative di miglioramento, è portato a «sperare contro ogni speranza», soprattutto là dove percepisce che non è in gioco solo il mero interesse personale, ma il futuro delle generazioni che si affacciano oggi all’esistenza e di fronte alle quali saremo considerati responsabili: il desiderio di riconsegnare la società civile in condizioni migliori di quelle nelle quali ci è stata affidata da quanti ci hanno preceduto anima il cuore e l’intelligenza di ogni essere umano degno di tal nome. Per i cristiani, in particolare, cittadini come gli altri e solidali con loro nelle vicende quotidiane, questo desiderio assume anche i tratti dell’annuncio di verità in cui si crede: non dogmi astratti, ma convinzioni che muovono il pensare e l’operare. Allora non è utopia sperare che l’annuncio evangelico delle beatitudini, il disarmo di ogni inimicizia, il prendersi cura di chi è nel bisogno, il perdono per le offese ricevute possano trovare fecondo terreno di crescita non solo nei cuori dei singoli, ma nel tessuto stesso dalla convivenza civile: queste speranze non sono il non-luogo dei nostri sogni, ma l’anelito insopprimibile che rende sopportabile anche un presente intristito nel suo ripiegarsi su se stesso.

Cesserà l’imbarbarimento dei rapporti quotidiani? Rinascerà la solidarietà tra le generazioni e le popolazioni della terra? Si concretizzerà la cura e la custodia per un creato affidato alla mano sapiente dell’uomo? I più deboli troveranno nei più forti sostegno e non oppressione? Le carestie, le guerre e le pandemie finiranno di essere considerate ineluttabili e verranno contrastate nelle loro cause e nei loro effetti? La pace ritroverà nel concreto della storia il suo significato di vita piena e ricca di senso? E ancora, crescerà il dialogo franco e autentico all’interno della chiesa e tra le chiese? Ci si aprirà all’ascolto dell’altro, al rispetto delle sue convinzioni, al discernimento delle sue attese, indipendentemente dal suo credere o meno? A questo dovremmo pensare quando ci scambiamo gli auguri: non a un gesto formale e scaramantico, ma a una promessa di impegno e a un’assunzione di responsabilità. Perché lo sguardo critico e sereno sul grigiore del passato è già apertura a un futuro colorato di speranza.

martedì 15 dicembre 2009

La Galleria


La galleria e' una notte per gioco,
e' corta corta e dura poco.
Che piccola notte scura scura!

Non si fa in tempo ad avere paura.


Gianni Rodari

martedì 1 dicembre 2009

Se ci guardiamo


Ci fioriscono gli occhi,
se ci guardiamo.


E come ci stupiamo

dei miracoli nostri - non e' vero?

Cosi' dolce si fa

tutto.


Sono le stelle la nostra cornice
e fuggiamo dal mondo.

Credo che siamo angeli



Else Lasker-Schüler (1869-1945), Il mio cuore e altri scritti

domenica 29 novembre 2009

Sussurri e Grida

Stasera al Porto di Mare, locale di riferimento a Firenze per la musica di autore, mi sono gustato con Cosimo un concerto per pochi intimi dell'ottimo Andrea Parodi. In un atmosfera a tratti surreale, e la sensazione di essere a strimpellare fra amici, si susseguono le ballate di Andrea, bravissimo nel disegnare le difficoltà, le solitudini ma anche quel senso di libertà che ognuno rincorre ma assapora soltanto. Senza contare che ad applaudire tra i pochi intimi c'era anche il parroco, che tra un miserere e un estrema unzione mostra di apprezzare anche il bene effimero di un buon concerto! E in chiusura arriva anche la mia preferita...



... cadranno nella pioggia
le diversità come ogni foglia
che cercava di volare
...

martedì 17 novembre 2009

Menomale



... uguale si' tuo nonno, la sardina non e' un tonno,
e menomale menomale ...

sabato 17 ottobre 2009

Soggetto politico


Dall'intervento di Luciano Tavazza, fondatore del MoVI (movimento di volontariato italiano) alla Marcia di Pentecoste dei ragazzi scout toscani al Cinema Aurora di Scandicci nel 1985:

Cari amici, qual è l’altra caratteristica del volontariato moderno? è quella con cui abbiamo aperto il discorso; di diventare soggetto politico.
Allora chiariamo ancora insieme a voi il senso del nostro cammino. Vedete qual è il problema che abbiamo davanti: ciascuno di noi ha dinanzi a sé due scelte, la prima è agire con tutte quelle cose che abbiamo messo in cortile soltanto per riparare i danni degli altri.
Insomma fare un pochino per tutta la vita i barellieri della storia….e ci sono molti cristiani cretini, che hanno due c, C.C., che quando leggono la parabola del Samaritano non riescono a capirla e allora sapete che cosa immaginano? Che la loro funzione oggi nella società moderna sia quella di accontentarsi di raccogliere i feriti, e ce ne sono di tanti tipi, voi me lo insegnate: carcerati, dismessi dai carceri, tossicodipendenti, ragazze madri, handicappati….abbiamo un’infinità di questi feriti….. e per tutta la vita dare una mano ai feriti.
Se ci sono dei feriti, cari amici, e se siamo della gente moderna, la nostra intelligenza ci dice: ma allora ci deve essere qualcuno che ferisce. Io non posso come uomo razionale e come cristiano che crede alla carità, accontentarmi per tutta la vita di attaccare cerotti o di portare barelle di feriti. Io devo guardarmi attorno e devo scoprire, con l’aiuto della mia associazione, delle mie ricerche, delle mappe che avete fatto, con questi strumenti che appartengono al mondo razionale, devo cercare di individuare le cause e i mandanti di queste povertà.
Io sono un liberatore, non sono un riparatore. Io so che la carità mi impegna dinanzi ad un bisogno immediato; non posso dire ad un affamato. ”Ripassa quando avrò cambiato le cose.”
Ma non posso neppure passare tutta la vita a mettere cerotti e a medicare feriti senza domandarmi dove sono le cause, dove sono i moventi.
E allora ecco, a cosa è chiamata la vostra azione se vuole avere un senso nella storia d’Italia? è chiamata non solo ad intervenire per sanare quello che deve essere sanato, ma anche ad agire perché si riducano le cause della povertà.

mercoledì 30 settembre 2009

Di questo parliamo quando parliamo d'amore



...di feroci certezze e di teneri dubbi
di inattese carezze, di improbabili sogni...

"Summertime blue", da cui e' tratto il brano, è il primo disco di Alessandro Hellmann. Che fino ad oggi ha scritto soprattutto libri e cose per il teatro, oltre a qualche canzone. E' difficile spiegare cosa sia "Summertime blue": sa di jazz e di canzone d'autore, proposta con estrema grazia. Che funziona da Dio per tranquillizzare Leonardo e per qualche momento di malinconia. Ha pure una copertina fantastica. Ad affiancare Hellmann nel disco c'è la Nestor band, una band polacca che è bravissima a fornire un tappeto musicale in grado di consentire ai testi aerei e ben strutturati di Hellmann un atterraggio leggero. E che e' stata recuperata per caso in modo bizzarro e ad alto contenuto alcolico, come descrive lo stesso Hellmann:

23 agosto 2006, sera inoltrata. Siedo a un tavolino del Klub Rura di Wroclaw, ad una cinquantina di interminabili chilometri da Swidnica, la cittadina in cui mi trovo a vivere da qualche mese. Di fronte a me un paio di amici polacchi che hanno deciso che per il mio trentacinquesimo compleanno avrei dovuto necessariamente ingerire un congruo quantitativo di birra. Sul palco del locale il Tadeusz Nestorowicz Sekstet, che il congruo quantitativo di birra deve averlo già di gran lunga superato, cesella deliziose atmosfere vintage, con un affiatamento e una padronanza che non sembrano risentire del tasso alcolico. Nell’intervallo, mentre tento di dirigermi barcollando verso il bagno, mi ritrovo davanti Tadeusz, il trombettista, un uomo sui cinquanta contenuto a fatica dalla cintura stretta alla vita, con un viso che ispira simpatia, disegnato intorno a due baffi di una certa importanza, e, non ultimo, un jazzista di prim’ordine per tecnica, colore e inventiva. Mescolando l’inglese a qualche parola di polacco gli dico qualcosa che in questo momento non ricordo ma dalla quale lui deve rimanere molto colpito, tanto che cominciamo a parlare a ruota libera di Chopin, di Miles Davis e forse anche del Papa. Tira fuori dalla tasca una foto che lo ritrae mentre suona la tromba travestito da pecora. “Vedi cosa bisogna fare per arrivare alla fine del mese?”, mi dice, “Te lo immagini Chopin costretto a suonare i notturni travestito da pecora? Al tempo del comunismo certe cose magari non andavano, ma c’era rispetto per gli artisti”. Gli dico che da noi non è che vada meglio e che l’unica cultura tutelata è quella enogastronomica, perchè siamo nati per soffriggere e il lardo di colonnata trova più spazio dell’arte. Mi chiede se la mia musica è tipo Eros Ramazzotti. Mi sento di rassicurarlo. Mi mostra orgoglioso un’altra sua foto spiegazzata: questa volta è in abiti borghesi, insieme alle tre figlie che sorridono e lo tengono abbracciato come un grosso orsacchiotto in mezzo a un prato. Il pianista del gruppo si avvicina con tre pinte di birra, facendosi largo tra gli avventori. Siamo già amici. Ci lasciamo con l’intenzione di rivederci per qualche altra birra e magari anche per la musica. Il giorno dopo io e il mio cerchio alla testa ci troviamo distesi su una panchina nel rynek, la piazza del mercato, a rubare una carezza di sole all’estate dell’est. A mezzogiorno in punto dalla torre del municipio una tromba gonfia l’aria di una melodia malinconica, verso i quattro punti cardinali. Passano pochi minuti e dal portone del municipio vedo uscire proprio Tadeusz, trafelato come chi abbia appena salito e sceso diverse centinaia di gradini. Mi riconosce e sembra quasi volersi giustificare. “Te lo immagini Chopin a suonare una mazurka ogni santo giorno a quest’ora dalla torre di un municipio?”. Gli domando se troverebbe ugualmente degradante suonare per uno scrittore italiano che ha una mezza idea di registrare un disco come si faceva negli Anni Settanta o giù di lì, dopo l’Era Glaciale e prima dell’altrettanto gelida Era Digitale. Mi chiede di nuovo se la mia musica è tipo Eros Ramazzotti. Evidentemente è una cosa che gli sta a cuore sapere con certezza. Ancora una volta riesco a rassicurarlo. A casa sua, dopo un aperitivo a base di una specie di salsiccia ricavata da non so quale povero animale, mi siedo al pianoforte e gli accenno “Interno notte”. Mentre suono lui inizia a ricamare delle armoniche con la tromba. Quella sera siamo già da Wojtek a bere birra e suonare, mentre dalle pareti sottili dell’architettura socialista trasudano le voci e i rumori di altre stanze, di altre vite. “Summertime blue” è nato così, dopo qualche settimana di musica e birra, in una jam session di otto ore in una fattoria sperduta nella campagna ai margini di Olesnica, in presa diretta, senza sovraincisioni, tagli o campionamenti, registrato e mixato in analogico. Un disco in carne ed ossa in cui ci siamo divertiti a sporcare con i colori dello swing, del blues, del rock e di ogni altra cosa che ci è passata per la mente la cosiddetta canzone d’autore (dicesi “canzone d’autore”, secondo la mia personale definizione, quel genere di canzone del cui testo l’autore non è tenuto a vergognarsi nè in pubblico nè in privato). Un disco imperfetto ma vero, come la vita