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giovedì 12 marzo 2015

AGESCI e Marina Militare

Di seguito il testo della lettera inviata ai Presidenti di AGESCI in seguito alla firma di un Accordo di Collaborazione con la Marina Militare. La lettera puo' essere sottoscritta qua.

Cari Presidenti, e per conoscenza al Capo Scout e alla Capo Guida,

abbiamo appreso con sorpresa dal sito e dagli organi della Marina Militare e del Ministero della Difesa di un Accordo di Collaborazione firmato dalla Marina Militare e  da Voi a nome di AGESCI.


I contenuti dell'Acccordo sono incentrati sulla promozione dell’ambiente acqua, uscite in mare, “manifestazioni a carattere sportivo”, corsi e lezioni di tecniche. Tali attività dovrebbero essere finalizzate a “trasmettere un modello esistenziale basato sui principi dell’etica, della solidarietà, dell’amore per lo sport e per il mare”, e a “sviluppare legami di colleganza ideale fra il personale in servizio della Marina Militare e gli appartenenti all’AGESCI”.


Non ci sfuggono certo le potenzialità di un simile accordo, in particolare l’opportunità di accedere alle strutture e alle competenze della Marina Militare per le attività in ambiente acqua dei nostri ragazzi.


Riteniamo tuttavia controversa dal punto di vista educativo la scelta di firmare un Accordo di Collaborzione con una Forza Armata, impegnata in azioni di guerra anche offensiva, soprattutto se uno degli obiettivi dell'Accordo e’ la formazione e l’educazione dei giovani. 


Ricordiamo infatti che il nostro Patto Associativo sottolinea che “Capi e ragazzi dell'AGESCI, nel legame coi loro fratelli nel mondo, vivono la dimensione della fraternità internazionale, che supera le differenze di razza, nazionalità e religione, imparando ad essere cittadini del mondo e operatori di pace”, e che con l’adesione al Patto Associativo “ci impegniamo a formare cittadini del mondo ed operatori di pace, in spirito di evangelica nonviolenza”. Alla luce di queste parole, i Capi dell’Associazione sono stati da sempre protagonisti di iniziative di obiezione di coscienza e di promozione di corpi di pace nonviolenti. 


Ci pare quindi che “la colleganza ideale” di cui si parla nell'Accordo appaia molto lontana, e che risulti poco chiara quale sia l’etica di riferimento sulla quale AGESCI e Marina Militare vogliono collaborare a “trasmettere un modello esistenziale alle giovani generazioni”. I modelli di riferimento appaiono infatti in forte contrasto. Già B.P. scriveva nel 1925 ("Taccuino") a proposito della differenza tra educazione Scout e militare: "l'addestramento e la disciplina militare sono esattamente l'opposto di quello che insegniamo nel Movimento scout. Essi tendono a produrre macchine invece di individui, a sostituire una vernice di obbedienza alla forza del carattere". 


Alla luce di queste riflessioni, si evidenzia come sia fortemente discutibile il metodo che ha portato alla firma dell’Associazione a un Accordo di Collaborazione che chiaramente pone allo stesso tempo da un lato opportunità per le nostre attività, dall’altro problemi e contraddizioni educative. Ci risulta infatti che il percorso che ha portato a questa firma non sia stato condiviso in alcun modo con le strutture democratiche dell’Associazione: l’intenzione di potenziare le collaborazioni per lo sviluppo dell’ambiente mare non e’ infatti presente nel Progetto Nazionale, e un eventuale Accordo di Collaborazione con un Corpo Armato non e’ mai stato preventivamente discusso ne’ in Consiglio Generale, ne’ agli altri livelli dell’Associazione. Lo Statuto dell’Associazione sottolinea che il livello nazionale debba “definire l’indirizzo politico dell’Associazione, sviluppando i contenuti del Patto associativo e rappresentando il sentire comune degli associati”: ci pare che in questo caso non sia scontata la coerenza con il Patto Associativo, mentre certamente non si rappresenta il sentire comune degli Associati.


Esprimiamo quindi la nostra viva preoccupazione per le modalità con cui siamo giunti a questa decisione, molto divisiva per i Capi e i Ragazzi dell’Associazione, e invitiamo i Presidenti a un chiarimento sia sul percorso che ha portato alla firma, sia sui contenuti del Protocollo di Intesa e sul “modello esistenziale” che si vuole trasmettere con l’aiuto di una Forza Armata, auspicando in merito un ampio confronto Associativo.


Grazie mille per la Vostra risposta,

I Firmatari

giovedì 25 ottobre 2012

Giu' le mani dallo scoutismo



Un articolo pubblicato sul Corriere della sera di ieri titolava: «Scout contro sessantotto, le due anime del Pd» senza fortunatamente dare seguito nel testo a questa quanto mai bizzarra lettura delle dinamiche interne. Una categoria contro un'altra, un'idea contro un'altra, uno stile di vita contro un altro. Ovviamente si parlava di Renzi contro Bersani. L'esito è un facile slogan, che contrappone in modo specioso e strumentale gruppi di persone, attribuendo loro persino una identità quasi comune che a ben guardare neppure hanno. Se non altro perché la prima categoria scout è una associazione educativa e non politica e la seconda sessantottini non è neanche una associazione.
Siamo abituati ormai alle strumentalizzazioni; se serve combattere la Chiesa si arma il cardinale Martini, se si vuole evocare lo spettro del comunismo e della rivoluzione (o più sottilmente celebrare il «nuovo» contro il «vecchio», attribuendo a quest'ultimo un nostalgico e stantio ritorno alla «lotta» del Sessantotto) si utilizza l'immagine del bravo ragazzo che aiuta la vecchina ad attraversare la strada.
Lo scoutismo è altro: è educazione alla cittadinanza prima di tutto, nel senso più profondo e vero del termine. Non al partitismo, ma alla responsabilità cosciente di fronte al proprio Paese, non solo perché se ne rispettano le leggi, ma perché mettendosi al servizio dell'altro e della comunità si contribuisce al benessere comune. Lo scoutismo è prima di tutto un metodo e non un'ideologia, un metodo al servizio della comunità civile e per chi crede della Chiesa. Un metodo fondato sul servizio e sul gioco, sulla lealtà e sullo spirito di squadra, sulla fedeltà e sul rispetto. Il buono scout è un buon cittadino. Non un buon renziano, né un buon bersaniano. È questo il motivo per cui nel partito, e più in generale nel campo dei progressisti, coabitano tanti scout, e assumono diverse posizioni tra schieramenti e correnti secondo il loro giudizio. È per questo che sarebbe ora che gli scaltri di ogni sorta la facessero finita con questi tentativi di mettere le mani sullo scoutismo. Forse dello scoutismo bisognerebbe parlare di più per tutto quello che ha fatto per questo Paese, dalla Resistenza, all'alluvione di Firenze, a tutti i terremoti e le situazioni di emergenza, per tutto quello che fa sul piano educativo con centinaia di migliaia di ragazzi, ogni giorno. Ha scritto il fondatore Baden Powell: «Lo scopo dell'educazione scout è quello di migliorare la qualità dei nostri futuri cittadini, specialmente per quanto riguarda il carattere e la salute; di sostituire l'egoismo con il servizio e di rendere ciascun giovane efficiente, sia nel fisico che nel morale, al fine di utilizzare questa efficienza al servizio della comunità. Il civismo è stato definito in poche parole "attaccamento alla comunità". In un Paese libero è facile, ed anche piuttosto comune, che uno si consideri buon cittadino solo perché osserva le leggi, fa il suo lavoro ed esprime la sua scelta politica, lasciando che "gli altri" si preoccupino del benessere della nazione. Questo è un concetto passivo del civismo. Ma cittadini passivi non bastano per difendere nel mondo i principi della libertà, della giustizia, dell'onore. Per far questo occorre essere cittadini attivi. E non immaginatevi di avere dei diritti nel mondo oltre a quelli che vi conquisterete da voi. Avete diritto di essere creduti se ve lo guadagnate dicendo sempre la verità e avete diritto di andare in prigione se ve lo guadagnate rubando; ma ci sono, tanti che vanno in giro proclamando i loro diritti senza aver mai fatto nulla per guadagnarseli. Non fate come loro. Non accampate alcun diritto senza aver fatto prima il vostro dovere» (Baden-Powell, Lo Scoutismo per i ragazzi, A. Salani, Firenze, 1947, pp.240-241). E il fondatore diceva ancora: «Siate quindi uomini, fatevi una vostra idea e decidete da soli ciò che, secondo il vostro giudizio, è meglio dal punto di vista nazionale, e non per qualche piccola questione locale e votate per quel partito finché esso continua ad agire nel modo giusto e cioè per il bene della comunità nazionale. Molta gente si lascia trascinare da qualche nuovo uomo politico per amore di qualche nuova idea estremista. Non credete mai nell'idea di un uomo prima che questa sia stata ben studiata e considerata da ogni punto di vista. Le idee estremiste assai di rado valgono qualche cosa; se andrete a cercare nella storia vi accorgerete che quasi sempre sono state già provate in qualche luogo ed hanno fatto fallimento» (Baden-Powell, Scoutismoperragazzi, Nuova Fiordaliso, Roma 2000, pp.348-350). Più della metà della popolazione italiana è passata attraverso l'esperienza dello scoutismo. Non è prerogativa di un partito o di una corrente. Essere scout è un modo di vivere l'impegno politico. Non un serbatoio di voti. Sarebbe ora di smetterla di utilizzare l'esperienza scout come una patente rivoluzionaria, innovativa, clericale, reazionaria, solidale, buonista, progressista a seconda degli interessi del momento. Gli scout non sono in vendita. Per nessuno.

Tommaso Giuntella
L'Unita' 24/10/12

sabato 5 maggio 2012

Un nodo da sciogliere

Un articolo uscito oggi su Repubblica ha lanciato una bomba: Gli scout cattolici e l'omosessualità"I capi gay sarebbero un problema". Gli atti di un convegno organizzato da Proposta Educativa, una rivista per capi  dell'AGESCI, la maggiore associazione di scout cattolici italiana, sono stati infatti spacciati dall'articolista come "linee guida" per l'associazione, e le posizioni dei relatori assunte a posizioni ufficiali dell'AGESCI. Ovviamente non e' cosi' (e il quotidiano si e' ben guardato dal rettificare nonostante le segnalazioni),  ma a far scattare la bomba sono la natura dei concetti espressi da alcuni dei relatori, da cui Repubblica abilmente estrae una bella collezione di frasi shock. Soprattutto dall'intervento, in larghissima parte assolutamente deprecabile, di Padre Compagnoni, che, fortunatamente, neppure e' socio dell'AGESCI. Poco importa poi che altri interventi, ad esempio quello della Dott.ssa Tomisich  ("La fatica è proprio quella di aiutare a mettersi in relazione con l’adolescente per aiutarlo a costruire
un proprio progetto individuale in modo che non siano gli altri che “ti costruiscono un vestito
su misura”, ma sei tu che lo costruisci, con un progetto, con libertà e responsabilità
") e quello del dott. Dario Contardo Seghi abbiano tenore piuttosto diverso ("Le tendenze o le spinte sessuali intime dei capi secondo me non sono criteri di selezione. In primo luogo perché non si possono cogliere e secondariamente perché possiamo avere un capo con tendenze omosessuali bravissimo e capace, e uno eterosessuale con limiti tali per cui la comunità capi deve porsi il problema se sia corretto affidargli l’educazione dei ragazzi"). Rimando quindi tutti gli interessati a una lettura completa e approfondita degli atti del convegno, disponibili on line.
Mentre i contenuti dello "scoop" di Repubblica vengono riprese dagli altri principali quotidiani e dalle agenzie di stampa dando origine all'ennesimo caso di "notizia che non lo era", l'AGESCI emana un comunicato stampa in cui chiarisce che "gli scout cattolici si interrogano incessantemente su temi importanti come questo. L’AGESCI non ritiene di avere nessuna risposta preconfezionata ed è impegnata a riflettere su tutti i temi che interpellano il mondo dell’educazione". Ma ormai la frittata e' fatta, e mi pare l'ovvia conseguenza dell'organizzazione di un convegno che doveva essere un confronto sul tema e che invece viene presentato come un monologo quasi un unico punto di vista, anche se le riflessioni piu' articolate e dunque piu' complesse ci sono state. Non mi pare un grande inizio di dibattito sul tema, anche se fortunatamente in Associazione se ne parla eccome, anche all'ultimo Consiglio Generale di pochi giorni fa, e con prese di posizione assai meno nette, per fortuna, di quanto proposto dal convegno. Non se ne parla invece su Proposta Educativa, che ha promesso di pubblicare la lettera di un capo riportata qui di seguito sul proprio sito web, dove pero' a distanza di 2 mesi non e' ancora comparsa...
Penso che l'Associazione abbia bisogno come non mai di essere spronata ad interrogarsi e ad approfondire su questo tema, come su troppi altri sui quali fa fatica ad essere profetica come si confarrebbe alla sua storia e al suo speciale carisma. Magari questo polverone sara' un bello stimolo a farlo, visto che, sebbene con modi non certo articolati e approfonditi come il tema richiederebbe, il tutto e' finito nel pieno della ribalta nazionale In generale sono convinto che uno dei problemi dell'Associazione sia proprio il concentrarsi molto sul "metodo" e troppo poco sull'"antropologia" che dovrebbe sare un senso al metodo stesso. Questo probabilmente per la refrattarieta' dei capi a una riflessione teorica che si discosti anche solo un poco da alcuni temi classici e ben interiorizzati, e alla fatica di essere "voce che grida nel deserto" - anche se forse proprio a questo saremmo chiamati. Ricordo anche a questo proposito che l'AGESCI non e' un associazione cattolica, ma un associazione di cattolici, che fa parecchia differenza.
Ma per fare dar seguito al dibattito e al convegno di Proposta Educativa, segnalo l'intervento di Tommaso e ospito qua la bella lettera di Daniele che non sono ancora riusciti, chissa' come, a pubblicare:

In una rivista dal titolo “be happy, be scout” non ci dovrebbero proprio essere frasi del tipo “il problema diventa rilevante quando il capo con orientamento omosessuale dichiari o mostri con scelte precise il suo orientamento, essendo questo un elemento che può turbare, condizionare, confondere i ragazzi”. Un adulto per essere un buon capo scout deve innanzitutto essere “happy” il che sott’intende la libertà di essere se stessi e di vivere sempre serenamente la propria natura. Pensare che un capo non deve rivelare certe cose di se perché destabilizzanti è uno “zaino troppo pesante” per sentirsi liberi.
Inutile invece commentare il fatto che un capo omosessuale possa turbare, condizionare o ancor peggio confondere i ragazzi. La frase è sicuramente dovuta ad una eccessiva leggerezza editoriale: dopo anni di discriminazioni sociali a tutti i livelli, ormai ben sappiamo che frasi di questo tipo possono nascere solo dall’ignoranza e sono alimentate solo da una buona dose di razzismo che sembra innata in alcuni di noi.
Per essere capi scout occorre inoltre saper scegliere, sapersi schierare e non viaggiare sul filo del finto buonismo, lanciando il sasso e togliendo la mano, come in più punti si fa nell’articolo. “Tale considerazione, ..., vale per qualsiasi scelta che entri nella sfera dell’intimità personale” non rende certo l’articolo più “politicamente”corretto. È vero che ogni Comunita' Capi deve valutare gli elementi opportuni e non opportuni all’ingresso di un capo e questo non ha certo bisogno di specifiche per le persone gay; consultare psicologi, teologi morali e pedagogisti è invece una specifica a dir poco agghiacciante. Chi vive discriminando le persone in base all’orientamento sessuale dovrebbe consultare uno psicologo, non certo per sapere se un gay può far parte della sua Co.Ca., ma piuttosto per trovare un rimedio al suo comportamento. Si fa riferimento a modelli maschili e femminili precisi imbattendosi nella banalità che una donna lesbica non sia un corretto o un completo “modello di donna” (lo stesso per un uomo gay).
Per essere “happy” occorre “amare” e noi, in quanto capi di quest’associazione, pensiamo che amare sia il più grosso dono che Dio ci ha dato. Va vissuto fino in fondo e senza ipocrisie: è un dono che non ha tante barriere e che va condiviso con gli altri. Si amano i fratelli e le sorelle, i genitori e i nonni, qualche amico, una fidanzata/o. Amiamo diverse persone e questo ci rende felici, ci rende positivi e ci forma per essere capi migliori. Non c’è niente da nascondere ma tanto da testimoniare. Avere staff con persone molto diverse, e non solo certo in base all’orientamento sessuale, è una risorsa incredibile per i ragazzi: solo così potranno capire che ognuno di noi è unico e giusto per quello che è!
Molti capi nella nostra associazione se ne dimenticano e preferiscono vedere capi e pensieri “standarizzati". Ci si perde nei “bei discorsi” e poi non si fa molto nei fatti, si vogliono dare giudizi morali e non si guarda la realtà intorno, non si accettano le persone per quello che sono ma ci si ferma a certe etichette. Se ogni rivista è dedicata ad un articolo della legge tra poco toccherà a “sono puri di parole, pensieri ed azioni”: iniziamo a vedere il riflesso di Dio che splende in ognuno di noi senza cadere nel bigottismo, nella diffidenza verso gli altri e senza giudicare. Se uno scout sorride e canta anche nelle difficoltà, se uno scout è ottimista, sono sicuro che questo riflesso sarà accolto da tutti... magari un giorno non troppo lontano. Un scout ottimista deve almeno sperare di non leggere più articoli così superficiali su PE!
Daniele


mercoledì 14 dicembre 2011

Anche Firenze ha un cuore oscuro

Oggi Firenze si e' scoperta incredula di fronte alla tragedia consumatesi ieri a piazza Dalmazia e a San Lorenzo. "Non non siamo cosi'", "e' stato il gesto di un folle" i commenti piu' frequenti e forse troppo tranquillizzante. Senz'altro solo un folle poteva fare quello che ieri e' stato fatto, ma un folle che ha trovato terreno fertile nelle realta' che anche nella nostra citta' propagandano odio e violenza,  nonche' nel clima sociale, politico e mediatico che continua a mettere in competizione la sicurezza con i diritti, l'appartenenza con l'accoglienza. L'emergenza nazionale che questo blog da anni denuncia continua a crescere e ha fatto, speriamo solo per un giorno, di Firenze la propria capitale. Di seguito la lettera alla comunita' Senegalese, a cui Beffatotale virtualmente si stringe,  dallo Scoutismo fiorentino. L'appuntamento e' per tutti alla manifestazione di Sabato 17.
Alla Comunita' Senegalese di Firenze

Al presidente dell'Associazione Senegalese Pape Diaw

Gli scout fiorentini in questo giorno di lutto vogliono essere vicini al dolore e allo sgomento di tutta la comunita' sengalese, in particolare degli amici e dei familiari di Samb Modou e di Diop Mor, e a Moustapha Dieng, Sougou Mor e Mbenghe Cheike, ancora ricoverati in ospedale per le gravissime conseguenze delle ferite ricevute.
I tragici fatti di ieri devono interrogare tutta la nostra citta', soprattutto chi come la nostra associazione si occupa di educazione, per ricordarci che l'odio e l'intolleranza ancora avvelenano cosi' profondamente la nostra comunita', sostenuti dal persistente clima sociale, politico e mediatico che continua a mettere in competizione la sicurezza con i diritti, l'appartenenza con l'accoglienza.
Come recita il nostro Patto Associativo, "ci impegniamo a rifiutare decisamente, nel rispetto delle radici storiche e delle scelte democratiche e antifasciste espresse nella Costituzione del nostro Paese, tutte le forme di violenza, palesi ed occulte, che hanno lo scopo di uccidere la libertà e di instaurare l'autoritarismo e il totalitarismo a tutti i livelli, di imporre il diritto del forte sul debole, di dare spazio alle discriminazioni razziali".
Ci impegnamo inoltre a portare avanti con convinzione ancora maggiore la nostra azione educativa per una proposta che "superi le differenze di razza, nazionalità e religione, imparando ad essere cittadini del mondo e operatori di pace, in spirito di evangelica nonviolenza, affinché il dialogo ed il confronto con ciò che è diverso da noi diventi forza promotrice di fratellanza universale", mai motivo di odio e di violenza.

AGESCI - Comitati di Zona Firenze Ovest e Firenze Est

mercoledì 11 novembre 2009

Gli uni son la mia Patria, gli altri i miei stranieri


Di seguito il testo del documento discusso e approvato ieri sera dall'Assemblea di Zona Firenze Ovest dei capi scout AGESCI, che riprende con leggere modifiche il testo gia' approvato a Pistoia, Brescia e in una zona di Milano, riguardo al DDL sicurezza approvato dal Parlamento.


Ero straniero e mi avete accolto
Mt 25,35

Se voi però avete diritto di dividere il mondo in italiani e stranieri allora vi dirò che, nel vostro senso; io non ho Patria e reclamo il diritto di dividere il mondo in diseredati e oppressi da un lato, privilegiati e oppressori dall'altro. Gli uni son la mia Patria, gli altri i miei stranieri.
Don Milani, lettera ai cappellani militari

Alla luce della nostra identità scout vogliamo esprimere il nostro disagio a fronte di quello che sta accadendo intorno a noi, con particolare riferimento al mondo degli stranieri che vivono nel nostro paese e alle recenti norme varate dal governo per garantire la sicurezza dei cittadini italiani. Il Patto Associativo, condiviso da tutti gli educatori e gli assistenti ecclesiastici dell’Associazione, al quale costantemente ci riferiamo nel nostro servizio educativo, così si esprime: “la diversità di opinioni presenti nell’Associazione… non deve impedirci di prendere posizione in quelle scelte politiche che riteniamo irrinunciabili per la promozione umana”. Denunciamo quindi e non accettiamo un clima sociale repressivo molto diffuso nel nostro paese, sostenuto da una forte pressione mediatica che attribuisce la maggior parte dei reati commessi in Italia solamente agli stranieri. Una campagna ideologica che ha messo in competizione la sicurezza con i diritti, individuando come capro espiatorio di problemi piu’ gravi i piu' deboli e diseredati. Condividiamo le affermazioni forti ed incisive riportate da “Famiglia Cristiana” (n. 7 del 15 febbraio 2009): “L’Italia precipita, unico paese occidentale, verso il baratro di leggi razziali. Il soffio ringhioso di una politica miope e xenofoba che spira nelle osterie padane è stato sdoganato nell’aula del senato”.
Ancora nel Patto Associativo leggiamo: “Ci impegniamo a rifiutare decisamente, nel rispetto delle radici storiche e delle scelte democratiche e antifasciste espresse nella Costituzione del nostro Paese, tutte le forme di violenza, palesi ed occulte, che hanno lo scopo di uccidere la libertà e di instaurare l'autoritarismo e il totalitarismo a tutti i livelli, di imporre il diritto del forte sul debole, di dare spazio alle discriminazioni razziali”.
Siamo consapevoli che i grandi fenomeni sociali, come l’immigrazione, trascinano con sé problemi di violenza, sfruttamento e illegalità. L’immigrazione non può essere presentata solo come un problema; a nostro avviso è invece una grande opportunità di incontro di popoli e culture, di crescita umana e sociale, di arricchimento spirituale. La condivisione fra tutti gli uomini dei principi di giustizia, pace e diritti umani è irrinunciabile in un mondo che si fa ogni giorno più piccolo e globale. Certamente la legalità è una condizione imprescindibile per uno stato di diritto, tuttavia occorre avere sempre presente la Dichiarazione universale dei diritti
dell’uomo e il testo della nostra Costituzione repubblicana. “La responsabilità penale è personale” ed in tale prospettiva i comportamenti del singolo non possono fare esprimere giudizi negativi su un intero gruppo o popolo. La paura del diverso, spesso cavalcata per convenienza politica, non deve farci perdere il senso del rapporto umano e del diritto: la dignità dell’uomo va posta al di sopra di qualsiasi calcolo di convenienza. Per questo e per altro ancora ci appaiono non condivisibili le decisioni del governo italiano che hanno già previsto un inasprimento delle sanzioni relative alla clandestinità, e gli orientamenti del ‘pacchetto sicurezza’ che prevedono
ad esempio l‘incarcerazione fino a 180 giorni nei centri di identificazione senza processo e senza colpa, o l’impossibilita’ per gli stranieri senza permesso di soggiorno di registrare all’anagrafe e riconoscere i propri figli. Non vediamo anche in questa occasione quell’attenzione e quella cura della vita così sbandierata in altri casi.
Altri drammatici eventi concomitanti interpellano fortemente la nostra fede cristiana e il nostro
laico impegno civile, come i ripetuti “respingimenti”di migranti intercettati nel canale di Sicilia e
rispediti in Libia, che non aderisce alla Convenzione internazionale dei diritti umani, e presentato come “svolta storica “ dal Ministro dell’Interno ma respinto come preoccupante da organismi dell’ONU e già sanzionato dalla Corte europea nel 2005.
Se poi ci confrontiamo con il Vangelo per noi la strada da seguire è quella della accoglienza di ogni persona, indipendentemente dalla sua condizione economica sociale o culturale, soprattutto dei più poveri e indigenti.Il Patto Associativo ci ricorda: “Ci impegniamo pertanto a qualificare la nostra scelta educativa in senso alternativo a quei modelli di comportamento della società attuale che avviliscono e strumentalizzano la persona umana (…) Ci impegniamo a spenderci particolarmente là dove esistono situazioni di marginalità e sfruttamento (…)”
Noi capi Agesci continueremo a investire la nostra intelligenza e la nostra passione per l’educazione dei ragazzi convinti che il metodo scout non sia il nostalgico ripetersi di formule centenarie, ma un attualissimo modo di educare che con le attività dei gruppi, le route e i campi estivi, il servizio sempre gioioso e gratuito, contribuisce a formare “…cittadini del mondo e operatori di pace affinché il dialogo e il confronto con ciò che è diverso da noi diventi forza promotrice di fratellanza universale”.
La grande sfida del nostro futuro non è tanto costruire barriere per la sicurezza, ma vivere il pluralismo come occasione di incontro e integrazione di popoli.

sabato 17 ottobre 2009

Soggetto politico


Dall'intervento di Luciano Tavazza, fondatore del MoVI (movimento di volontariato italiano) alla Marcia di Pentecoste dei ragazzi scout toscani al Cinema Aurora di Scandicci nel 1985:

Cari amici, qual è l’altra caratteristica del volontariato moderno? è quella con cui abbiamo aperto il discorso; di diventare soggetto politico.
Allora chiariamo ancora insieme a voi il senso del nostro cammino. Vedete qual è il problema che abbiamo davanti: ciascuno di noi ha dinanzi a sé due scelte, la prima è agire con tutte quelle cose che abbiamo messo in cortile soltanto per riparare i danni degli altri.
Insomma fare un pochino per tutta la vita i barellieri della storia….e ci sono molti cristiani cretini, che hanno due c, C.C., che quando leggono la parabola del Samaritano non riescono a capirla e allora sapete che cosa immaginano? Che la loro funzione oggi nella società moderna sia quella di accontentarsi di raccogliere i feriti, e ce ne sono di tanti tipi, voi me lo insegnate: carcerati, dismessi dai carceri, tossicodipendenti, ragazze madri, handicappati….abbiamo un’infinità di questi feriti….. e per tutta la vita dare una mano ai feriti.
Se ci sono dei feriti, cari amici, e se siamo della gente moderna, la nostra intelligenza ci dice: ma allora ci deve essere qualcuno che ferisce. Io non posso come uomo razionale e come cristiano che crede alla carità, accontentarmi per tutta la vita di attaccare cerotti o di portare barelle di feriti. Io devo guardarmi attorno e devo scoprire, con l’aiuto della mia associazione, delle mie ricerche, delle mappe che avete fatto, con questi strumenti che appartengono al mondo razionale, devo cercare di individuare le cause e i mandanti di queste povertà.
Io sono un liberatore, non sono un riparatore. Io so che la carità mi impegna dinanzi ad un bisogno immediato; non posso dire ad un affamato. ”Ripassa quando avrò cambiato le cose.”
Ma non posso neppure passare tutta la vita a mettere cerotti e a medicare feriti senza domandarmi dove sono le cause, dove sono i moventi.
E allora ecco, a cosa è chiamata la vostra azione se vuole avere un senso nella storia d’Italia? è chiamata non solo ad intervenire per sanare quello che deve essere sanato, ma anche ad agire perché si riducano le cause della povertà.

giovedì 19 marzo 2009

Don Peppe


La Camorra rappresenta uno Stato deviante parallelo rispetto a quello ufficiale, privo però di burocrazia e d’intermediari che sono la piaga dello Stato legale. L’inefficienza delle politiche occupazionali, della sanità, ecc; non possono che creare sfiducia negli abitanti dei nostri paesi; un preoccupato senso di rischio che si va facendo più forte ogni giorno che passa, l’inadeguata tutela dei legittimi interessi e diritti dei liberi cittadini; le carenze anche della nostra azione pastorale ci devono convincere che l’Azione di tutta la Chiesa deve farsi più tagliente e meno neutrale per permettere alle parrocchie di riscoprire quegli spazi per una “ministerialità” di liberazione, di promozione umana e di servizio.

Quindici anni fa, il 19 marzo del 1994, Don Peppe Diana fu ucciso nella sagrestia della sua chiesa a Casal di Principe mentre si apprestava a celebrare la Messa, proprio nel giorno del suo onomastico. Capo scout e sacerdote, dal 1989 era parroco a Casal di Principe, suo paese natio in mano alla lotta fra i clan camorristici. "Per amore del suo popolo", come titola il documento diffuso in tutte le case della zona Aversana nel Natale 1991, don Peppe Diana aveva incitato i concittadini a non tacere, a dire basta alla logica della Camorra e a pretendere un cambiamento. Anche Roberto Saviano lo ricorda su Repubblica: "il pensiero e il ricordo di Don Peppino sarà per loro quello di un giovane uomo che ha voluto far bene le cose. E si è comportato semplicemente come chi non ha paura e dà battaglia con le armi di cui dispone, di cui possono disporre tutti. E riconosceranno quanto fosse davvero incredibilmente nuova e potente la volontà di porre la parola al centro di una lotta contro i meccanismi di potere. Parole davanti a betoniere e fucili. Realmente, non come metafore. Una parola che è sentinella, testimone, così vera e aderente e lucida che puoi cercare di eliminarla solo ammazzando. E che malgrado tutto è riuscita a sopravvivere".

domenica 25 novembre 2007

Una giornata uggiosa


Giornata grigia qui a Garching, come sempre da qualche settimana. Una giornata che si consuma lentamente e pigramente, lavoricchiando a un articolo, leggendo Bobbio e ascoltando l'ultimo lavoro di Vecchioni. Che, per altro, funziona. Dopo la delusione di Rotary Club, il livello non e' alto come lo splendido Lanciatore di Coltelli, ma e' Vecchioni vero. Anche piuttosto incavolato: "Mandali a coltivare funghi in Val di Non o a scelta il riso di Canton, a fare gli orsi per turisti a Yellowstone, comunque fuori dai coglion". E scorrendo il libro di Bobbio leggo queste righe, e penso alla manifestazione di ieri a Roma:

[...] la rivoluzione silenziosa del nostro tempo, la prima rivoluzione non cruenta della storia, e' quella che conduce alla lenta ma inesorabile attenuazione, sino alla totale eliminazione, della discriminazione fra i sessi: la parificazione delle donne agli uomini, prima nella piu' piccola societa' familiare, poi nella piu' grande societa' civile attraverso l'eguaglianza in gran parte richiesta e in parte, seppure in piccola parte, gia' conquistata nei rapporti economici e politici, e' uno dei segni piu' certi e piu' incoraggianti della marcia della storia umana verso l'uguaglianza dei diseguali.
(N. Bobbio, Eguaglianza e Liberta', 1978)

Seppure perfettamente d'accordo con il Professore sulla conclusione, mi permetto di dissentire su due punti. Credo, che come dimostrano i cartelli e le denunce della manifestazione di ieri, in massima parte l'eguaglianza nella societa' civile precede la parita' nell'ambito familiare, dove ancora troppi sono non solo le prevaricazioni, ma anche i soprusi e le violenze. E soprattutto credo che non la parificazione del ruolo tra uomini e donne sia da ricercare, come sempre di piu' si cerca di fare, ma la parita' nella dignita' e nelle possibilita'. Sogno infatti una societa' non di quote rosa, ma dove i ruoli di responsabilita' siano sempre condivisi da un uomo e una donna, cosi' come avviene, con grande successo secondo me, in un'associazione cui ho fatto parte per tanti tanti anni. Le differenze di visione, di sensibilita', di modalita', sono tante e tali da rendere assolutamente complementari i due approcci.
Certo pero' che una manifestazione violenta contro al violenza ha sempre poco senso. Senza contare che sui giornali e in TV si parla solo dei fischi e degli spintoni, azzerando al visibilita' delle sacrosante motivazioni.

martedì 31 luglio 2007

L'alba dello Scoutismo


"Credo che il Signore ci abbia messo in questo mondo meraviglioso per essere felici e godere la vita. Ma il vero modo di essere felici è quello di procurare la felicità agli altri. Cercate di lasciare questo mondo un pò migliore di quanto non l’avete trovato"

dal testamento di B.P.

Il primo Agosto 1907, esattamente 100 anni fa, Lord Baden-Powell organizzo' il primo campo Scout della storia sull'isola di Brownsea, in Inghilterra. Quell'ufficiale dell'esercito inglese, poi divenuto uno dei maggiori sostenitori della necessita' della pace, insieme ad alcuni adulti e a 21 ragazzi di classi e provenienze sociali diverse, dettero vita a quello che diventera' uno dei maggiori movimenti giovanili ed agenzie educative nel mondo. Sono ancora piu' di 38 milioni di ragazzi in tutto il mondo a vivere questa avventura.

Credo che dopo cento anni l'idea di B.P. sia sempre attualissima e importante. Mettere insieme ragazzi con storie e provenienze diverse, dar loro la possibilita' di confrontarsi con se stessi, con gli altri e con la natura, di poter crescere secondo un percorso personale in cui si e' protagonisti in prima persona, in un rapporto di fiducia con l'educatore adulto, avere l'occasione di mettersi a servizio dell'altro e' ancora qualcosa di rivoluzionario. Ho passato 22 nell'AGESCI, 10 dei quali come educatore. E sono convinto che l'educazione dei ragazzi e' uno dei modi migliori per "lasciare il mondo un po' migliore di come l'abbiamo trovato", e che questo metodo sia tuttora il migliore per estrarre ("educere!") il meglio dai ragazzi e insegnare loro a pensare con la loro testa.

C'è chi insegna guidando gli altri come cavalli
passo per passo:
forse c'è chi si sente soddisfatto così guidato.
C'è chi insegna lodando quanto trova di buono e divertendo:
c'è pure chi si sente soddisfatto essendo incoraggiato.
C'è pure chi educa, senza nascondere
l'assurdo ch'è nel mondo, aperto ad ogni
sviluppo ma cercando d'essere franco all'altro come a sé,
sognando gli altri come ora non sono:
ciascuno cresce solo se sognato.

Domani, 1° agosto 2007, si celebra l'Alba dello Scautismo (Sunrise day): alle 8.00 del mattino proprio nell'isola di Brownsea suonerà il kudù, il corno che Baden-Powell aveva riportato dalla campagna nel Matabeland e che ogni mattino egli stesso suonava al campo di Brownsea. I 40000 scout delle delegazioni di tutto il mondo riunitesi sull'isola rinnoveranno la loro Promessa a fare sempre del loro meglio. Allo stesso modo, la rinnoveranno gli scout in tutto il mondo ovunque si trovino.

Bisognera' mettere la sveglia un po' piu' presto del solito.

mercoledì 11 luglio 2007

Srebrenica, 11 Luglio


"Sfoglio le lettere della croce rossa. Non le leggo sempre. Ci sono dei giorni che ci riesco e giorni che diventa insopportabile l'idea. La cosa più orribile sono le lettere tornate indietro, quelle scritte dalla mamma nel periodo che va da inizio giugno 1995 in poi. Papà non le ha mai ricevute. Le nostre parole, i nostri pensieri, le domande, non sono mai giunti a lui. Sono tornati a noi, come rimbalzando contro un muro di morte. Sul pacchetto di lettere arrivate sta scritto: «Ci scusiamo, ma non abbiamo potuto recapitare le lettere, la persona da voi cercata è momentaneamente dispersa. Se avrete notizie, vi preghiamo di avvertirci».

Dopo l'11 luglio 1995, la mamma ha continuato a collegarsi sulla frequenza radioamatori e a lanciare messaggi nel vuoto, nell'indifferenza del radio trasmettitore, dal quale non è mai più risuonata la voce di mio padre o di mio zio.

Fra poco un altro anno si aggiungerà, di nuovo qualcuno si ricorderà dell'anniversario. Gli "osservatori" se ne ricordano sempre e solo il giorno dell'anniversario, il giorno i cui i nostri morti possono essere una notizia. Gli altri giorni non lo sono. Tutti gli altri giorni rimangono a noi.

Per me l'11 luglio a volte cade in pieno autunno, quando qualche cosa di questa mia vita all'estero mi riporta in dietro e mi ferisce. A volte cade in pieno inverno, quando le parole nelle lettere del papà si materializzano nell'aria gelida e a me sembra tutt'ora impossibile che non ci sia più. Le sue parole di speranza nella fine vicina della guerra, i suoi progetti per il futuro, il suo sogno di poter di nuovo mangiare le torte fatte dalla mamma, tutto diventa così vivo in quei pezzi di carta,
che la sua scomparsa diventa ancora più inaccettabile.

L'11 luglio è il giorno del dolore collettivo, il giorno in cui immagini di qualche telegiornale mostrano tanti volti radunati insieme a seppellire ossa trovate nel corso dell'anno. Il dolore individuale è tutti gli altri giorni dell'anno, a telecamere spente.

L'11 luglio è il giorno delle promesse, delle scuse, delle accuse. È il giorno in cui il revisionismo viene messo a tacere dalle bare che sfilano, nelle quali leggere ossa raccolte forse riposano. È il giorno in cui tutto il mondo s'indigna per quello che è successo, ma se per caso viene emessa qualche sentenza a marzo, nessuno se ne cura, perché l'11 luglio è lontano.
E se qualche criminale ancora passeggia libero e venerato, solo l'11 luglio qualcuno azzarda la promessa di prenderlo nel volgere di poco. Poi le luci si spengono e la violenza torna nel dimenticatoio; l'ingiustizia diventa di nuovo tollerabile e altri morti sensazionali riempiono le pagine dei giornali, fino a quando non diventeranno noiosi anche quelli, ma ce ne saranno di nuovi.

E così, dopo l'Argentina è arrivato il Rwanda, nel 1994, e poi Srebrenica nel 1995; e dopo Srebrenica si sono aggiunte altre guerre, altre stragi, altre immagini drammatiche, altra indifferenza, altro dimenticare. Sempre così all'infinito, mentre i figli di quei morti continuano a dover camminare sulla terra dell'ingiustizia.

E forse, ora che si avvicina l'11 luglio, bisognerebbe ricordare a qualcuno la data, bisognerebbe per l'ennesima volta chiedere giustizia, e aspettare, aspettare di trovare le ossa, aspettare di seppellire, aspettare di vedere riconosciuta e almeno in parte rivendicata la propria vita a pezzi. E chissà se anche l'11 luglio 2008 mi troverò a pensare le stesse cose, a chiedermi se la giustizia non sia solo una nostra
irrealizzabile utopia."

Elvira Mujcic, 27 giugno 2007

Oggi ricorre l'anniversario della strage di Srebrenica. Come ogni anno, verranno sepolti i desaparecidos identificati in questi ultimi mesi (440) nel memoriale di Potocari, grazie al lavoro infaticabile della Commissione internazionale per le persone scomparse. Come ogni anno, come ogni giorno, saranno le madri, le moglie e le figlie a piangere i loro cari sulle poche tombe con un nome del memoriale, ad aspettare piena giustizia.

Oltre 10000 uomini, mussulmani di Bosnia, furono uccisi a sangue freddo dai militari e paramilitari dell'esercito serbo-bosniaco del Generale Mladic dopo la caduta della citta', seppur nominata "zona protetta" dalle forze ONU. Una strage perpretata sotto gli occhi dei Caschi Blu europei. Nel cuore dell'Europa, 50 anni dopo la fine della seconda guerra mondiale, ancora campi di concentramento, ancora rastrellamenti, ancora genocidi.

10000 e' un numero assurdo, di cui non ci si rende conto finche' non si va a Potocari a leggere quei nomi, uno in fila all'altro. Finche' non si ascolta le parole delle madri che non rivedranno piu' i loro mariti e i loro figli, dall'una e dall'altra parte, finche' non si accostano nomi, storie e orrori a quei numeri. Finche' non si cerca di capire come e perche' e' successo tutto questo a pochi chilometri dalle nostre coste.

Un anno fa sono andato laggiu' con i miei ragazzi scout. Abbiamo visto, ascoltato, siamo entrati in contatto con i ragazzi e i bambini cresciuti tra gli odi e le divisioni. Non abbiamo capito tutto quello che volevamo capire, ma abbiamo imparato che per avvicinarci a una realta' cosi' complicata serve attenzione, ascolto e apertura all'esperienza e al punto di vista di tutti. E anche se non abbiamo capito tutto, quel 10000 adesso non e' piu' solo un numero, come non sono solo un numero i 44 mesi di assedio a Sarajevo. E l'11 luglio non e' piu' un giorno come gli altri.

Per farsi un'idea consiglio lo spettacolo "A come Srebrenica" e il documentario "Souvenir Srebrenica" di Roberta Biagiarelli, lo spettacolo "Donne di Pola" di Marco Cortesi, i libri "La guerra in casa" di Luca Rastello, "Maschere per un massacro" di Paolo Rumiz, e il fumetto "Gorazde, area protetta" di Joe Sacco.