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venerdì 4 giugno 2010

Ma Sinisa a Firenze non lo voglio


Oggi alle 12:00 verra' ufficializzato l'ingaggio di Sinisa Mihajlovic come nuovo allenatore della Fiorentina. L'ex giocatore serbo, gia' vice di Mancini all'Inter e allenatore di Bologna e Catania, sostituisce Cesare Prandelli, il primo allenatore a mia memoria che ha messo d'accordo per 5 lunghi anni tutta la citta'. E ci e' riuscito non solo perche' e' un bravo allenatore, altri li abbiamo avuti e altri ancora ne avremo, ma perche' la citta' ha capito che era anche una persona speciale, soprattutto per il mondo del pallone.
Prandelli va ad allenare la Nazionale, spostandosi dal Franchi a Coverciano, e alla Fiorentina arriva Sinisa, famoso per le sue punizioni, i suoi sputi e i suoi insulti razzisti quand'era calciatore. Una differenza di stile fra i due niente male, difficile da comprendere alla luce delle ripetute dichiarazioni in merito allo "stile Fiorentina" e la decisa volonta' di puntare sul fair-play e sulla correttezza in campo e fuori della societa'.
Prendo atto della sterzata da parte della societa', che evidentemente sente il bisogno di una mano decisa e di un polso fermo piu' che dello stile e del fair-play. Ma quello che pero' fa piu' pensare sono le mai nascoste e mai rinnegate simpatie di Sinisa per gli ambienti ultranazionalisti Serbi, che contribuirono non poco a quell'abisso che e' stata la guerra nei Balcani negli anni '90. Mihajlovic ha sempre sbandierato soprattutto la sua amicizia con Željko Ražnatović, detto Arkan, prima criminale comune e capo ultra' della Stella Rossa di Belgrado e poi comandante di una delle piu' efferate brigate paramilitari Serbe che hanno seminato il panico in terra Croata e Bosniaca: si calcola che siano responsabili di centinaia di omicidi, stupri, saccheggi, torture e della creazione di campi di concentramento. Arkan e' stato coinvolto o diretto responsabile negli eccidi di Vukovar, Prijedor, Sanski Most, Sebrenica, Brcko, Visegrad e molti altri: secondo un documento interno dell’esercito Popolare Jugoslavo, il motivo principale per la lotta di Arkan non era tanto la lotta al nemico, quanto l’appropriazione di proprietà private e la tortura dei cittadini. I suoi uomini avevano in dotazione persino un cucchiaio affilato che utilizzavano per cavare gli occhi alle proprie vittime durante le torture. Dopo l'omicidio del suo ormai ricchissimo amico Arkan, Sinisa gli dedica un commosso necrologio e gli fa dedicare uno striscione dai tifosi della Lazio, "Onore alla tigre Arkan", scatenando le ire del suo compagno Croato Boksic. In un'intervista di qualche tempo fa al Corriere di Bologna, Sinisa ritorna su quei fatti:

Rifaresti tutto ciò che hai fatto in quegli anni, compreso il necrologio per Arkan?
«Lo rifarei, perché Arkan era un mio amico: lui è stato un eroe per il popolo serbo. Era un mio amico vero, era il capo degli ultras della Stella Rossa quando io giocavo lì. Io gli amici non li tradisco né li rinnego. Conosco tanta gente, anche mafiosi, ma non per questo io sono così. Rifarei il suo necrologio e tutti quelli che ho fatto per altri».
Ma le atrocità commesse?
«Le atrocità? Voi parlate di atrocità, ma non c’eravate. Io sono nato a Vukovar, i croati erano maggioranza, noi serbi minoranza lì. Nel 1991 c’era la caccia al serbo: gente che per anni aveva vissuto insieme da un giorno all’altro si sparava addosso. È come se oggi i bolognesi decidessero di far piazza pulita dei pugliesi che vivono nella loro città. È giusto? Arkan venne a difendere i serbi in Croazia».

Peccato poi che Vukovar sia stata rasa al suolo da chi voleva difendere i Serbi in Croazia. Senza voler indagare colpe, fare le pulci alle opinioni e fare classifiche di crimini di guerra da una parte e dall'altra, trovo pero' inaccettabile in ogni caso il sostegno mai ripudiato e sempre ribadito che Mihajlovic ha offerto a crimini e criminali di guerra. Come lo troverei inaccettabile per chiunque fosse in quella o in altra guerra dall'altra parte della barricata. Qualcuno la pensa come me, come Adriano Sofri e Simone Siliani, qualcun'altro invece pensa che calcio e politica non dovrebbero mischiarsi, che le idee di Sinisa siano irrilevanti per il suo lavoro. Poi uno si ricorda che i preludi della tragedia balcanica vennero proprio dagli stadi, dove Arkan guidava gli ultras della Stella Rossa di Sinisa, di quanta presa abbiano nel bene e nel male le parole dei campioni su moltissimi, e si preoccupa di un allenatore che ripete ancora che «Arkan è stato un eroe del popolo serbo», o che «siamo un popolo orgoglioso. Siamo tutti serbi. So dei crimini attribuiti a Milosevic, ma nel momento in cui la Serbia viene attaccata, io difendo il mio popolo e chi lo rappresenta. Preferisco combattere per un mio connazionale». Per fortuna in Italia qualcuno nel '44 non la penso' cosi', e sali' sulle montagne.
Per questo provo, come mi pare in divesi, un certo imbarazzo per l’arrivo di Mihajlovic sulla panchina viola. E dal momento che i diritti umani vengono prima di una squadra di calcio, mi vedo mio malgrado costrotte a uno sciopero del tifo, in attesa che il nuovo allenatore si renda conto di quello che ha detto e faccia una marcia indietro. E visto che ci e' riuscito ieri Borriello a capire che con le sue dichiarazioni su Saviano si era spinto troppo oltre, in un "problema piu' grande di lui", non dubito che ce la possa fare anche Sinisa.

martedì 24 marzo 2009

Con l'aiuto di Hölderlin


Il 24 Marzo 1999 la NATO iniziava il bombordamento di Belgrado nell'ambito delle operazioni per la guerra in Kosovo. Mentre ricevo un twitter di D'Alema "Rifarei lo stesso col senno di poi", io mi rileggo Erri De Luca che in quei giorni era a Belgrado, con l'aiuto di Holderlin:

Il mese di Maggio del novantanove
i belgradesi facevano gli astronomi
e scrutavano i cieli.

Il suolo esplodeva, tremavano le pietre

piu' dei cani, dei vecchi, dei bambini.

Le bombe alla grafite avevano staccato l'elettricita',

al buio aumentava la fraternita'.

"Dove esiste pericolo,
cresce
pure quello che salva"
(Wo aber Gefahr ist, wächst / das Rettende auch).

Il poeta non era a Belgrado quel mese di Maggio,

era morto da un secolo e mezzo,
le sue pagine si', stavano in tasca mia

da contraerea, da salvacondotto.

In guerra le parole dei poeti proteggono la vita

insieme alle preghiere di una madre.

In una guerra gli orfani e quelli senza un libro
stanno allo scoperto.


Erri De Luca, Opera sull'acqua e altre poesie.


martedì 22 luglio 2008

Preso


Pochi giorni dopo l'anniversario della strage di Srebrenica, dopo 13 anni di latitanza Radovan Karadzic e' stato arrestato su un autubus di Belgrado, dove lavorava tranquillamente sotto falso nome in una clinica privata. Poeta di scarso valore prestato alla politica, fu inizialmente il fantoccio scelto da Milosevic per il controllo della Repubblica Serba di Bosnia, rivelatosi poi . Insieme al comandante militare Ratko Mladic, ancora latitante, fu il mandante e l’ideatore delle operazioni belliche dell'esercito Serbo di Bosnia durante la guerra nei Balcani. In base all'atto di accusa stilato dalla Procura dell'Aja, Karadzic è imputato di genocidio, crimini contro l'umanita', violazione delle leggi e delle usanze di guerra e gravi violazioni delle Convenzioni di Ginevra. Il 25 luglio 1995 il Tribunale dell’Aja solleva la prima accusa contro Karadzic e Mladic. L'ex leader dei serbo bosniaci deve rispondere in particolare di undici imputazioni, che comprendono quella di genocidio per il massacro di Srebrenica, avvenuto nel luglio 1995, e quella di aver inflitto il terrore nei confronti dei civili per l'assedio e bombardamento di Sarajevo. Nell'atto di accusa vengono anche ricordati i campi di concentramento serbo bosniaci, tra cui Omarska e Keraterm, della cui conduzione Karadžić è considerato responsabile, e il rapimento di 284 caschi blu utilizzati come scudi umani nel maggio e giugno del 1995. Karadzic era scomparso nel 1996, dopo la firma degli accordi di Dayton che hanno posto fine alla guerra in Bosnia Erzegovina. Il generale Ratko Mladic e Goran Hadzic restano a questo punto gli unici latitanti nella lista del Tribunale Penale dell'Aja per la ex Jugoslavia.
Nonostante sembrasse che oramai ci si fosse in qualche modo arresi al fatto che Karadzic l'avrebbe passata liscia, resta la rabbia per l'ovvieta' che il governo Serbo abbia sempre saputo dove Karadzic si nascondeva, cosi' come probabilmente sa benissimo dove trovare gli altri due superlatitanti. L’atteggiamento degli stessi paesi dell’UE, Olanda e Belgio esclusi, lasciava pensare che la Serbia avrebbe avuto una via più facile verso l’Unione, a prescindere dalla cattura degli ultimi incriminati dell'Aja. La Serbia ha di recente firmato un accordo preliminare di Associazione e Stabilizzazione con l’UE, accordo che è in attesa di ratifica sia da parte del parlamento serbo che presso i parlamenti degli stati membri dell’UE. Il veto di Olanda e Belgio all'ipotesi di aprire alla Serbia senza una chiara dimostrazione di Belgrado di voler collaborare pienamente con il Tribunale dell’Aja aveva pero' di fatto messo temporaneamente in frigorifero l’accordo, in attesa di risultati concreti. A questo puntio e' lecito invece aspettarsi che Serge Brammertz, nuovo capo procuratore del Tribunale dopo Carla del Ponte, presenti domani a Belgrado un rapporto positivo. Un passo in piu' della Serbia verso l’UE.
Mentre sui giornali e le televisioni del mondo cominciano a scorrere le immagini surreali del medico barbuto, il commento di Mirsad Tokaca, direttore del Centro per la Ricerca e la Documentazione di Sarajevo: “Naturalmente è una buona notizia. Ma non basta arrestare Karadžić e Mladic, occorre eliminare le conseguenze delle loro azioni, la separazione etnica, la divisione territoriale. Credo che il processo a Karadžić sarà molto importante, emergeranno nuove prove sui crimini da loro commessi, ma questo non basta. C'è ancora un lungo percorso di fronte a noi”.

lunedì 23 luglio 2007

Dopo


Dragan era Bosniaco, di professione manovale. Pare che gli slavi siano i muratori migliori, ma che in molti siano tornati a ricostruire il loro paese dopo la guerra. H.R. e' marocchino. Erano al mare, hanno visto due bambini in difficolta'. Sono quelli che si sono buttati in mare per salvarli. Dragan non sapeva neanche nuotare bene.

«Dragan e H. R. non appena hanno visto i bimbi in difficoltà, senza conoscersi, senza parlare la stessa lingua, non hanno perso un momento. E' bastato uno sguardo d'intesa e si sono buttati in acqua. In quel momento la spiaggia era affollata di bagnanti, ma solo loro si sono tuffati nel disperato tentativo di trarre in salvo i bimbi. La corrente in quel punto è fortissima, i due giovani hanno speso tutte le energie per cercare di salvarli. La riva era lì a due passi, ma sembrava irraggiungibile. Intanto a terra montava l'angoscia. All'apprensione per i due fratellini si aggiungeva l'ansia per Dragan che non ce la faceva più a lottare contro la corrente. Zurica la sorella del manovale bosniaco iniziava a urlare disperata. Con lei c'erano il marito e il figlio. Sono stati minuti drammatici con la famiglia di Roncade che nel frattempo si allontanava»

Dragan in Bosnia non potra' piu' tornarci. Chissa' se si sarebbe buttato lo stesso. Chissa' se H.R. si buttera' la prossima volta, anche senza un grazie.

Ma sono loro, gli altri, quelli che si salveranno, nonostante la nostra boria. Dopo. O che ci salveranno adesso, domani.

Dopo

Non quelli dentro il bunker,
non quelli con le scorte alimentari, nessuno di citta',
si salveranno indios, balti, masai,

beduini protetti dal vento, mongoli su cavalli,

e poi uno di Napoli dentro al Vesuvio,

e un ebreo avvolto in uno sciame di parole,
per tradizioni illesi dentro fornaci ardenti.

Si salveranno piu' donne che uomini,

piu' pesci che mammiferi,

sparira' il rock and roll, resteranno le preghiere,

scomparira' il denaro, torneranno le conchiglie.

L'umanita' sara' poca, meticcia, zingara

e andra' a piedi. Avra' per bottino la vita
la piu' grande ricchezza da trasmettere ai figli.

(Erri De Luca, Sola Andata, 2005)

mercoledì 11 luglio 2007

Srebrenica, 11 Luglio


"Sfoglio le lettere della croce rossa. Non le leggo sempre. Ci sono dei giorni che ci riesco e giorni che diventa insopportabile l'idea. La cosa più orribile sono le lettere tornate indietro, quelle scritte dalla mamma nel periodo che va da inizio giugno 1995 in poi. Papà non le ha mai ricevute. Le nostre parole, i nostri pensieri, le domande, non sono mai giunti a lui. Sono tornati a noi, come rimbalzando contro un muro di morte. Sul pacchetto di lettere arrivate sta scritto: «Ci scusiamo, ma non abbiamo potuto recapitare le lettere, la persona da voi cercata è momentaneamente dispersa. Se avrete notizie, vi preghiamo di avvertirci».

Dopo l'11 luglio 1995, la mamma ha continuato a collegarsi sulla frequenza radioamatori e a lanciare messaggi nel vuoto, nell'indifferenza del radio trasmettitore, dal quale non è mai più risuonata la voce di mio padre o di mio zio.

Fra poco un altro anno si aggiungerà, di nuovo qualcuno si ricorderà dell'anniversario. Gli "osservatori" se ne ricordano sempre e solo il giorno dell'anniversario, il giorno i cui i nostri morti possono essere una notizia. Gli altri giorni non lo sono. Tutti gli altri giorni rimangono a noi.

Per me l'11 luglio a volte cade in pieno autunno, quando qualche cosa di questa mia vita all'estero mi riporta in dietro e mi ferisce. A volte cade in pieno inverno, quando le parole nelle lettere del papà si materializzano nell'aria gelida e a me sembra tutt'ora impossibile che non ci sia più. Le sue parole di speranza nella fine vicina della guerra, i suoi progetti per il futuro, il suo sogno di poter di nuovo mangiare le torte fatte dalla mamma, tutto diventa così vivo in quei pezzi di carta,
che la sua scomparsa diventa ancora più inaccettabile.

L'11 luglio è il giorno del dolore collettivo, il giorno in cui immagini di qualche telegiornale mostrano tanti volti radunati insieme a seppellire ossa trovate nel corso dell'anno. Il dolore individuale è tutti gli altri giorni dell'anno, a telecamere spente.

L'11 luglio è il giorno delle promesse, delle scuse, delle accuse. È il giorno in cui il revisionismo viene messo a tacere dalle bare che sfilano, nelle quali leggere ossa raccolte forse riposano. È il giorno in cui tutto il mondo s'indigna per quello che è successo, ma se per caso viene emessa qualche sentenza a marzo, nessuno se ne cura, perché l'11 luglio è lontano.
E se qualche criminale ancora passeggia libero e venerato, solo l'11 luglio qualcuno azzarda la promessa di prenderlo nel volgere di poco. Poi le luci si spengono e la violenza torna nel dimenticatoio; l'ingiustizia diventa di nuovo tollerabile e altri morti sensazionali riempiono le pagine dei giornali, fino a quando non diventeranno noiosi anche quelli, ma ce ne saranno di nuovi.

E così, dopo l'Argentina è arrivato il Rwanda, nel 1994, e poi Srebrenica nel 1995; e dopo Srebrenica si sono aggiunte altre guerre, altre stragi, altre immagini drammatiche, altra indifferenza, altro dimenticare. Sempre così all'infinito, mentre i figli di quei morti continuano a dover camminare sulla terra dell'ingiustizia.

E forse, ora che si avvicina l'11 luglio, bisognerebbe ricordare a qualcuno la data, bisognerebbe per l'ennesima volta chiedere giustizia, e aspettare, aspettare di trovare le ossa, aspettare di seppellire, aspettare di vedere riconosciuta e almeno in parte rivendicata la propria vita a pezzi. E chissà se anche l'11 luglio 2008 mi troverò a pensare le stesse cose, a chiedermi se la giustizia non sia solo una nostra
irrealizzabile utopia."

Elvira Mujcic, 27 giugno 2007

Oggi ricorre l'anniversario della strage di Srebrenica. Come ogni anno, verranno sepolti i desaparecidos identificati in questi ultimi mesi (440) nel memoriale di Potocari, grazie al lavoro infaticabile della Commissione internazionale per le persone scomparse. Come ogni anno, come ogni giorno, saranno le madri, le moglie e le figlie a piangere i loro cari sulle poche tombe con un nome del memoriale, ad aspettare piena giustizia.

Oltre 10000 uomini, mussulmani di Bosnia, furono uccisi a sangue freddo dai militari e paramilitari dell'esercito serbo-bosniaco del Generale Mladic dopo la caduta della citta', seppur nominata "zona protetta" dalle forze ONU. Una strage perpretata sotto gli occhi dei Caschi Blu europei. Nel cuore dell'Europa, 50 anni dopo la fine della seconda guerra mondiale, ancora campi di concentramento, ancora rastrellamenti, ancora genocidi.

10000 e' un numero assurdo, di cui non ci si rende conto finche' non si va a Potocari a leggere quei nomi, uno in fila all'altro. Finche' non si ascolta le parole delle madri che non rivedranno piu' i loro mariti e i loro figli, dall'una e dall'altra parte, finche' non si accostano nomi, storie e orrori a quei numeri. Finche' non si cerca di capire come e perche' e' successo tutto questo a pochi chilometri dalle nostre coste.

Un anno fa sono andato laggiu' con i miei ragazzi scout. Abbiamo visto, ascoltato, siamo entrati in contatto con i ragazzi e i bambini cresciuti tra gli odi e le divisioni. Non abbiamo capito tutto quello che volevamo capire, ma abbiamo imparato che per avvicinarci a una realta' cosi' complicata serve attenzione, ascolto e apertura all'esperienza e al punto di vista di tutti. E anche se non abbiamo capito tutto, quel 10000 adesso non e' piu' solo un numero, come non sono solo un numero i 44 mesi di assedio a Sarajevo. E l'11 luglio non e' piu' un giorno come gli altri.

Per farsi un'idea consiglio lo spettacolo "A come Srebrenica" e il documentario "Souvenir Srebrenica" di Roberta Biagiarelli, lo spettacolo "Donne di Pola" di Marco Cortesi, i libri "La guerra in casa" di Luca Rastello, "Maschere per un massacro" di Paolo Rumiz, e il fumetto "Gorazde, area protetta" di Joe Sacco.