Silenzio
Tacciono quasi tutti i media sull'omicidio di Angelo Vassallo, sindaco di Pellica nel Cilento (via Cosimo).
Se l'occhio non si esercita, non vede.
Se la pelle non tocca, non sa.
Se l'uomo non immagina, si spegne.
Tacciono quasi tutti i media sull'omicidio di Angelo Vassallo, sindaco di Pellica nel Cilento (via Cosimo).
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Categorie: angelo vassallo, cosimo, giustizia, legalita', mafia
Sono tantissimi quelli che sanno, in tutto o in parte, cosa si cela dietro le stragi. Un esercito di persone che non parlano”. Lo ha dichiarato il nuovo procuratore generale di Caltanissetta Roberto Scarpinato al convegno organizzato dalla redazione di Antimafiaduemila presso la Facoltà di Giurisprudenza dell’Università di Palermo in occasione del 18° anniversario della strage di Via D’Amelio. “C'è un sigillo che cuce le bocche di tutti – ha spiegato il magistrato - le bocche restano cucite perché la lezione della storia dimostra che non c'è salvezza fisica fino a quando il potere che ha ordinato e coperto le stragi resta in sella. Un potere talmente forte da raggiungerti in qualsiasi carcere, tanto forte da poter condizionare la polizia che indaga o taluni magistrati”. Infatti “basta ricordare che tutti i conoscitori dei mandanti esterni della strage di Portella della Ginestra sono stati assassinati” ha aggiunto il procuratore generale. “Per capire cosa sta accadendo in questi anni dobbiamo infatti capire cosa è accaduto nella storia del nostro Paese. Perché se è vero che la seconda Repubblica è nata dalle stragi vero è anche che la stessa cosa era avvenuta per la prima” ha continuato Scarpinato. “In realtà questo sistema di potere non vuole sapere perché non sarebbe in grado di gestire politicamente una verità che potrebbe avere una portata destabilizzante per il Paese: perché se si volesse guardare in faccia la verità una parte dello Stato dovrebbe processare l'altra parte dello Stato. O, se preferite, una parte della classe dirigente che occupa lo Stato dovrebbe processare un'altra parte della classe dirigente”. In realtà, “la storia di questo Paese – ha ricordato Scarpinato - assomiglia a quella di certe famiglie che nel salotto buono espongono le cose migliori e nello scantinato nascondono scheletri e segreti di sangue”. Poi ha concluso il suo intervento spiegando che “per fortuna c'è anche un'altra Italia: quella che questa sera è rappresentata qui, che manifesta e scende in piazza per dimostrare il proprio dissenso contro le leggi vergogna, che si batte per difendere la Costituzione che in questo Paese è vissuta come una camicia di forza da parte di tutto il ceto politico di destra, centro e sinistra che non vede l'ora di sbarazzarsene. Per fortuna c'è un'altra Italia che non ci sta a bersi la favoletta che le stragi sono state fatte solo da Cosa Nostra. Fino a quando ci sarà quest'altra Italia allora avrà un senso continuare a partecipare a queste commemorazioni e allora potremmo dirci che Paolo non è morto invano e che il seme che ha lasciato ha continuato a dare i suoi frutti”.
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Categorie: borsellino, mafia, stragi, verita'
Cosi' il Capo dello Stato Giorgio Napolitano ricordando a Palermo l'omicidio di Falcone, della moglie e della sua scorta il 23 Maggio 1992: A diciotto anni dal barbaro agguato di Capaci, il ricordo dell'appassionato, eroico impegno di Giovanni Falcone nella difesa delle istituzioni e dei cittadini dalla sopraffazione criminale resta indelebile in tutti noi e costituisce prezioso stimolo per la crescita della coscienza civica e della fiducia nello stato di diritto. Meritano il massimo sostegno le indagini tuttora in corso su aspetti ancora oscuri del contesto in cui si svolsero i fatti devastanti di quel drammatico periodo. Esse potranno consentire di sgombrare il campo da ogni ambiguità sulle circostanze e le responsabilità di quegli eventi, rispondendo all'ansia di verità che accomuna chi ha sofferto atroci perdite e l'intero paese
E davvero i "nuovi" sviluppi sono inquietanti, fatti di pezzi di stato da una parte e dall'altra della barricata, da una parte e dell'altra del telecomando che ha fatto saltare in aria con Falcone gran parte della speranza di chi spera ancora nella sconfitta della criminalita' organizzata. Ma la speranza e' aver fiducica anche nelle curve.
Il comune di Sant'Onofrio, provincia di Vibo, era gia' stato sciolto l'anno scorso per infiltrazione mafiose. Ma oltre agli uffici del comune, e' per la tradizionale processione di Pasqua che i nuovi membri delle drine vengono "battezzati" portando sulle spalle la statua di San Giovanni, segno di forza e di comando. Il parroco don Franco Fragalà, supportato dal vescovo, quest'anno non si piega al volere delle cosche, e ne guadagna due colpi di pistola sul portone. L'articolo di Giuseppe Baldessarro per Repubblica:
SANT'ONOFRIO (VIBO VALENTIA) - Il ruolo di "portatori" era sempre stato in gran parte dei picciotti dei clan della 'ndrangheta. Erano loro a portare sulle spalle le statue della Madonna Addolorata, di San Giovanni e del Cristo Risorto la domenica di Pasqua. Per la tradizionale "Affruntata" gli uomini della 'ndrina si vestivano a festa e si presentavano in chiesa per la processione. Con la spavalderia di chi "chiama a sé" il consenso popolare. Per i "novizi" della cosche era una sorta di debutto in società. Un appuntamento importante per la comunità cattolica del paese, ma anche un'investitura di boss e gregari, di capi e killer. Tutti in strada, piegati sotto il peso del "Santo".
Era così a Sant'Onofrio, ed è così in molti comuni calabresi. Dove il sacro e il profano sono un'unica cosa. Era così fino ai giorni scorsi quando le regole sono cambiate, Fin quando il vescovo di Mileto, Luigi Renzo, ha deciso di far girare per le parrocchie della provincia un "direttorio", un regolamento interno, per le "buone pratiche" nelle manifestazioni pubbliche. E tra le "raccomandazioni" del vescovo proprio quella di tenere lontane dalle processioni le "persone discusse". Un'indicazione seguita dal parroco don Franco Fragalà e dal priore della confraternita che si occupa del sorteggio dei nomi dei portatori, Michele Virdò. Un elenco che non è piaciuto ai boss, come dimostrano i due colpi di pistola esplosi sabato notte contro il cancello d'ingresso del capo della confraternita del Santissimo Rosario. Virdò sabato notte ha chiamato i carabinieri e il parroco, e questi il vescovo, che dopo un breve consulto con i suoi collaboratori e con le forze dell'ordine ha deciso di sospendere la processione, "per evitare ulteriori tensioni". Tutto rimandato quindi, forse a domenica prossima, se vi saranno le condizioni.
A rivelare il ruolo della 'ndrangheta nelle manifestazioni religiose di San'Onofrio fu il pentito Rosario Michienzi, del luogo, autista del commando della strage dell'Epifania consumata negli anni '90 a Sant'Onofrio. Michienzi disse che tutti i "picciotti" che vengono "battezzati" durante l'anno, "fanno la loro prima apparizione pubblica in occasione dell'Affruntata portando sulle spalle la statua di San Giovanni, segno di forza e di comando". Gli altri, intesi come il potere economico e militare del clan, prendono posto sotto le altre statue. Negli anni i posti sotto le statue, che evidentemente sono in numero contenuto, venivano messi all'asta "del cerino". Venivano cioè assegnati a chi faceva l'offerta più alta prima che un cerino si spegnesse. Una pratica sostituita poi, con le "offerte in busta chiusa". In un caso o nell'altro i clan si aggiudicavano buona parte dei posti disponibili. Successivamente, con l'arrivo del vescovo Renzi, anche questa pratica venne messa da parte, per andare ad un sorteggio. Tuttavia, pure in questo caso, tra rinunce "volontarie" e "fortunate" combinazioni, boss e picciotti facevano man bassa tra i portatori delle "vare". Quest'anno non è stato così. E i clan hanno fatto sapere di non gradire l'estromissione.
Che Sant'Onofrio sia un paese dove la 'ndrangheta ha il suo peso lo dimostra anche il fatto che nell'aprile scorso il comune è stato sciolto per presunti condizionamenti mafiosi. Da allora l'amministrazione è retta da una commissione straordinaria che, domenica mattina, è stata informata di quanto accaduto e della sospensione della manifestazione. Nella zona, una delle cosche più potenti è quella dei Bonavota, a cui dopo una serie di arresti, un mese fa, la Guardia di Finanza ha sequestrato beni per 4,5 milioni di euro.
Il senatore Nicola Di Girolamo rivela: “Le accuse contro di me? Pura fantascienza”. Era gia' salito agli onori della cronaca per avere ottenuto un seggio nella circoscrizione estero (grazie ai voti dell'ndrangheta), pur essendo di fatto residente nella sua Calabria e non in Belgio. Nonostante poi che il fatto sia subito emerso, i colleghi senatori avevano mostrato tanta solidarieta' da negare l'autorizzazione a procedere per 9 reati (attentato ai diritti politici del cittadino, falsa dichiarazione d’identità, falso ideologico, abuso d’ufficio) e lasciandolo tranquillo al suo posto.
Oggi si legge che lo stesso Di Girolamo ha ricambiato il piacere ai suoi amici di malaffare: e' coinvolto insieme ai vertici Fastweb e Telecom Sparkle in una mega operazione di riciclaggio da 400 milioni di euro, attraverso sofisticate operazioni di riciclaggio e truffaldini rimborsi dell'Iva con società off-shore. Tanta riconoscenza da parte del Senatore della Repubblica non e' proprio spontanea. Cosi' infatti si legge nelle intercettazioni dell'imprenditore romano Gennaro Mokbel, legato prima alla banda della Magliana e oggi all'ndrangheta:"Nicò puoi diventà pure presidente della Repubblica, per me sei sempre il portiere mio, cioè nel mio cranio sei sempre il portiere, non nel senso che tu sei uno schiavo mio, per me conti come il portiere, capito Nicò? [...] Mò ricordati che devi pagà tutte le cambiali che so state aperte e in più devi pagà lo scotto sulla tua vita, Nicò perché tu una vita non ce l'avrai più.. ricordati che dovrai fare tutte le tue segreterie tutta la gente sul territorio, chi te segue le Commissioni, il porta borse, l'addetto stampa, il cazzo che se ne frega... ma come ti funziona sto cervello Nicò?"
Ma siamo sicuri che ti sia convenuto, caro Nico'?
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In Parlamento salta la Protezione civile Spa dal decreto in discussione alla Camera grazie all'ostruzionismo del PD. Ma i problemi restano, compreso il fatto che sara' Bertolaso in quanto sottosegretario a controllare Bertolaso capo delal protezione civile. Nonostante il fatto che la legge Frattini stabilisca espressamente l’impossibilità per i titolari di incarichi di governo di esercitare altri incarichi di carattere pubblico. Ma in Italia si sa, e' molto piu' grave ammettere di aver mangiato gatti in tempo di guerra quando c'era poco altro ("a berlingaccio chi non ha ciccia ammazzi il gatto"), che risultare coinvolti in un sistema di corruzione "gelatinoso" da far apparire come educande quelli colti con le mani nella marmellata 18 anni fa durante Tangentopoli. Misteri del moralismo bigotto di casa nostra.
Manuele Bonaccorsi e' il giornalista ha scritto “Potere assoluto” un libro-inchiesta in cui dimostra come la Protezione civile sia diventata sempre piu' un sistema per gestire appalti senza i normali controlli, piuttosto che uno strumento di intervento in caso di calamita'. L'intervista di Elena Tebano:
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Categorie: bertolaso, delirio, gatti, legalita', mafia, moralismo, protezione civile

Dopo la scoperta dell'acqua calda, Ciancimino Jr. continua con le sue verita' su Stato, mafia e Forza Italia. Quello che emerge e' che Berlusconi e il suo partito di plastica sono il risultato di un enorme pizzo, che un uomo disperato decide di pagare per assicurarsi l'impunita'. Cosi' Tommaso Caldarelli sul suo blog:
Il bello e' che anche il fido Dell'Utri lo ammette, candidamente, al Fatto: "A me della politica non frega niente, mi sono candidato per non finire in galera". Qui ci permettiamo di dubitare che invece il suo capo sia "sceso in campo" per spirito di servizio, ma prima o poi la verita' arrivera' a galla: perfino gli stronzi galleggiano.Più ascolto le deposizioni di Massimo Ciancimino, più mi vengono domande. Probabilmente perchè non sono molto informato sulla situazione, ma ciò servirebbe solo a fare di me “l’utente medio”, e quindi le mie domande varrebbero doppio. Chi è questo? Da dove salta fuori? Perchè parla solo adesso? E’ pilotato? E se si, da chi?
Ma a parte ciò, sentendo quel che ha da dire, mi viene sempre più da pensare che Berlusconi, se Ciancimino ha ragione, fa la figura del povero cretino, e provoca una certa compassione. Perchè il racconto ci mostra come il mitico Presidente del Consiglio, rinnovatore dell’Italia e monopolista del dibattito pubblico degli ultimi vent’anni, sia stato un piccolo uomo totalmente alla mercè e sotto il ricatto della mafia, fin dagli inizi. Uno strumento inventato da altrui fini.
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Categorie: berlusconi, ciancimino, dell'utri, legalita', mafia
"Parte del denaro di mio padre, negli anni 70, fu investito in una grande operazione edilizia alla periferia di Milano che è stata poi chiamata Milano2"
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"La riduzione degli extracomunitari in Italia significa meno forze che vanno a ingrossare le schiere dei criminali"
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Ieri tutta l'Italia che conta, quella che va in TV a spaleggiare il Sultano e i suoi tentativi di impunita', ricordava "Bottino" Craxi a 10 anni dalla morte. A questi si e' aggiunto anche un incredibile Capo dello Stato, che ci spiega come Craxi "pago' con una durezza senza uguali". Peccato che sia morto latitante e non si sia fatto neppure un giorno di carcer. Qualcuno almeno ricorda che piu' che Craxi, ieri il Presidente della Repubblica avrebbe fatto meglio a commemorare un martire della legalita' e della democrazia: il 19 gennaio 1940, esattamente 70 anni fa, nasceva infatti a Palermo nel rione popolare della Kalsa Paolo Borsellino.
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Categorie: anniversario, borsellino, craxi, legalita', mafia

Su Giornalettismo e Repubblica alcuni interessanti stralci dei 23 verbali desecretati degli interrogatori di Massimo Ciancimino sulla trattativa stato-mafia. Come piccolo assaggio, anche l'autista vuole il figlio senatore, alla faccia di chi dice che in Italia non c'e' mobilita' sociale (grazie a Augusto):
Massimo Ciancimino, ricordando di un "pizzino" inviato da Provenzano a suo padre dove si faceva riferimento "a un amico senatore e al nuovo Presidente per l'amnistia", ha confermato che i due erano Marcello Dell'Utri e Totò Cuffaro. Poi ha spiegato dove ha conosciuto l'ex governatore: "L'ho incontrato nel 2001 a una festa dell'ex ministro Aristide Gunnella, credevo di non averlo mai visto prima. Si è presentato e mi ha baciato. Poi, l'ho raccontato a mio padre che mi ha detto: 'Ma come, non te lo ricordi, che faceva l'autista al ministro Mannino? Anche lui aspettava in macchina, fuori, come te che accompagnavi me ... Poi ho collegato... perché quando accompagnavo mio padre dall'onorevole Lima fuori dalla macchina aspettava pure, con me, Cuffaro e anche Renato Schifani che faceva l'autista al senatore La Loggia. Diciamo, che i tre autisti eravamo questi... andavamo a prendere cose al bar per passare tempo.. Ovviamente, loro due, Cuffaro e Schifani, hanno fatto altre carriere: c'è chi è più fortunato nella vita e chi meno... ma tutti e tre una volta eravamo autisti".
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"Bossi che chiama la Calabria Africa del Nord ora ci dovrà ringraziare, perché avrà capito che solo noi facciamo sul serio: lo Stato non ha fatto e non ha voluto fare niente, abbiamo fatto tutto noi, lo Stato preferiva proteggere loro e non noi. In Calabria la mafia non c'e', c'e' a Roma"
A Rosarno riprende la caccia al negro (impressionante la ricostruzione di Carlo Gubitosa), colpevole di venire da noi a fare in condizioni di schiavitu' lavori che nessuno italiano vuole piu' fare. Colpevole di alzare la testa e difendere legalita' e diritti che gli Italiani non sanno e non vogliono piu' difendere.
E mentre si prepara lo sciopero degli stranieri per il primo marzo, gia' nell'ottobre 1999 un giornalista, Massimo Ghirelli, scrisse un articolo per Diario nel quale immaginava che tutti gli stranieri sparissero all'improvviso... (via Ciwati):
Gregorio S., svegliandosi una mattina da sogni agitati, si domandò la causa dello strano silenzio che regnava in casa. Di solito, lo stridulo chiacchiericcio tra la figlia Deborah e Bogena, la domestica polacca che le preparava la colazione, e soprattutto i lamenti del piccolo Alberto, che non voleva assolutamente alzarsi dal letto e andare all'asilo, gli rendevano difficile assaporare i pochi, piacevolissimi minuti che precedevano la faticosa decisione di sollevarsi, guardare l'orologio e cominciare finalmente la giornata. Allungò la mano verso il cuscino della moglie, ma finì per ficcarle un dito nell'orecchio, facendola sobbalzare: anche lei dormiva ancora. Eppure l'orologio parlava chiaro: erano quasi le otto! «Cosa è successo? Non ho sentito i bambini». La moglie era già in piedi, aveva spalancato la finestra, ed era corsa a vedere nella stanza dei ragazzi. «Bambini, è tardissimo, cosa fate ancora a letto? Dov'è finita Bogena?». «Non ne ho idea, mamma, si sarà rotta la sveglia! E io devo fare pure il compito in classe!». Debora era già volata nel bagno, anticipando il padre. Scosso il piccolo Alberto, che s'era voltato dall'altra parte e aveva nascosto la testa sotto il cuscino, la signora Franca corse alla camera della polacca: vuota, il letto intatto; in cucina, tutto spento, le taparelle abbassate, il caffè ancora da accendere. La ragazza si era volatilizzata, sembrava non avesse nemmeno dormito a casa. «Dove diavolo è finita? E adesso chi li accompagna i ragazzi? Gregorio!!».Il marito era finalmente riuscito a guadagnare il bagno. «Non ce la faccio proprio, cara, ho un appuntamento al cantiere...» «Ho capito, ho capito, vado io...» «E il nonno?» «Tanto Felipe ha le chiavi...». Dieci minuti dopo la signora Franca era già in macchina con i bambini. Ci voleva meno di un quarto d'ora fino alla scuola. e quella mattina il traffico era stranamente ridotto. Non però davanti all'istituto, dove le automobili sostavano a decine, in seconda e addirittura in terza fila: i bambini tutti fuori, i genitori raccolti in capannelli a discutere, le insegnanti piazzate davanti ai cancelli a sbarrate l'entrata. «Ma cosa succede?» «La scuola è chiusa. Pare che il Provveditorato abbia soppresso alcune sezioni per mancanza di bambini» «Come, a metà anno?». Sembrava che tutti gli alunni di provenienza straniera, che nelle elementari erano quasi il 40 % dei bambini dell'istituto, fossero spariti, e con loro le loro famiglie. Senza studenti, metà delle classi rimanevano sotto il numero minimo: e gli insegnanti rischiavano di perdere il posto, e di andare a spasso. Affidati i bambini alla mamma di un compagno di scuola, che si era offerta di tenerli a casa per la mattinata, la signora Franca telefonò a casa, per accertarsi che Felipe, il filippino che accudiva il nonno, fosse arrivato. Il nonno - che era un po' svanito ma al mattino di solito sembrava quasi normale - era agitatissimo: «No che non è arrivato! E adesso chi mi accompagna a prendere la pensione? Oggi è l'ultimo giorno!» «Non ti preoccupare papà, ci penso io; avverto l'ufficio e vengo a prenderti a casa». Al telefono rispose direttamente il capoufficio, che era già furioso perché mancavano la metà delle segretarie («Con la scusa dei bambini, non si trovano più le baby sitter»). Insomma, la polacca, il filippino, i ragazzini della scuola, gli extracomunitari erano spariti dappertutto. La signora Franca era sbalordita, e cominciava a innervosirsi. Forse dopo la posta, pensò bene, era il caso di fare un po' di spesa: se Bogena non fosse tornata prima di pranzo. Il nonno sembrava aver già perso la lucidità del mattino: lo trovò seduto in ingresso, senza il calzino sinistro, la camicia abbottonata tutta storta, la barba non fatta. «Come faccio senza Felipe? Ma tu sai dove è andato?» «È sparito, sono spariti tutti!». Un'ora dopo erano alla posta, ma anche lì li aspettava una brutta sorpresa: un gruppo di anziani aveva improvvisato una specie di sit-in davanti agli sportelli, e qualcuno più arzillo saltellava ansimando: «Chi non salta pensionato è, è!». Era successo che l'I.N.P.S. aveva trattenuto cautelativamente tutte le pensioni del mese, avevano calcolate le mancate contribuzioni dei lavoratori immigrati scomparsi nel nulla e avevano deciso di sospendere i versamenti fino a data da destinarsi. Non c'era niente da fare, ogni protesta fu inutile. Il nonno aveva perso completamente la bussola: la signora Franca lo mise in macchina quasi di peso, mentre invocava flebilmente il suo fedele filippino: «Felipe...». Attraversarono rapidamente il centro, e parcheggiarono l'auto a pochi metri dal mercatino di quartiere. «Resta qui, papà, faccio in un attimo». Ma anche il mercato era chiuso. Spariti gli stagionali africani e albanesi, dalle bancarelle erano scomparsi anche i pomodori, le carote, i piselli, le barbabietole. Dileguatisi i raccoglitori latinoamericani e maghrebini, erano rimaste sugli alberi tutte le mele del Trentino e le annurche napoletane; e nessuno aveva tagliato e raccolto l'insalatina della Val Trebbia, quella che piaceva tanto al piccolo Alberto. E anche il supermercato, su in piazza, era sbarrato, per l'improvvisa mancanza dei commessi senegalesi, delle donne delle pulizie capoverdiane, dei facchini macedoni. Non restava che tornare a casa; anche perché il nonno dava ormai i numeri, e più tardi bisognava anche recuperare i bambini parcheggiati dai loro amichetti. E l'ufficio della signora Franca? Di fronte al portone, più che seduto. accasciato sul gradino del marciapiede, in un bagno di sudore, il signor Gregorio li accolse con una smorfia che voleva imitare un malinconico sorriso: « Bella giornata, eh?». Era tornato prima dal lavoro, perché al cantiere, dov'era arrivato tardi per l'appuntamento, non c'erano più gli operai: tutti gli edili marocchini, le maestranze jugoslave e anche due contabili pakistani, erano assenti ingiustificati. Perfino il vigilante, un ragazzone rumeno che entrava a malapena nella divisa, si era involato. Il cantiere era fermo, e i costruttori, i fratelli Caltabidone, stavano perdendo un milione per ogni ora di lavoro mancato...E non era bastato: sulla via del ritorno, il signor Gregorio aveva cercato inutilmente una stazione di servizio aperta, perché i benzinai della zona, quasi tutti extracomunitari, erano svaniti come tutti gli altri; quindi la macchina era rimasta senza benzina, e il nostro amico si era dovuto fare qualcosa come dieci chilometri a piedi, con la borsa sotto il braccio, arrivando a casa praticamente distrutto. Dalla guardiola, intanto, era uscita in lacrime la moglie del portiere: il marito, un diligentissimo signore peruviano, con cui era sposata da oltre 12 anni, s'era dissolto nel nulla, dalla sera alla mattina. «Non sarà scappato con la vostra polacca, quella madonnina infilzata?» «Non toccatemi la mia Bogena, che è un tesoro, una ragazza preziosa...!». Il marito bloccò la signora Franca prima che investisse la povera portiera come un tir impazzito: «Ma che scappato, si sono eclissati tutti, tutti gli immigrati, è come un'epidemia». Lasciato il nonno dalla portiera piangente, Gregorio S. cercò di consolare la moglie, stringendola a sé: «Sai che facciamo? Andiamo a mangiare un boccone qui vicino, da Righetto, alla pizzeria...». La signora Franca non aveva affatto voglia di coccole: «Non mi porti mai fuori a cena, e proprio oggi, che sono ridotta come una zingara...». Però la fame cominciava a farsi sentire anche per lei: così andarono alla pizzeria. Ma da Righetto era rimasto solo Enrico, il proprietario: pizzettaro e aiutante, entrambi egiziani, non si erano presentati al lavoro, e il forno era rimasto spento. Provarono alla trattoria all'angolo: ma aveva chiuso per mancanza di camerieri ai tavoli. E naturalmente, manco a dirlo, il ristorante cinese, due isolati più avanti, quello famoso per la zuppa di pinne di pescecane, non aveva nemmeno aperto.I cinesi, quella mattina, erano evaporati, proprio come ravioli al vapore, anche dal circondario di Prato, All'alba, tutta la provincia, e in particolare San Donnino, un sobborgo di Campi Bisenzio, si era svegliata in un insolito silenzio: oltre duemila telai avevano inopinatamente smesso di sferragliare - come facevano, giorno e notte, 24 ore su 24, 365 giorni all'anno - in altrettante piccole aziende gestite dagli oltre 15 mila immigrati cinesi della zona; infaticabili produttori di maglie, borse, cinture e pellami di tutti i generi, e fornitori di migliaia di grossisti e negozi in tutta la regione. Nei capannoni, insieme officine e abitazioni, soffocati dall'odore aspro del cuoio, le macchine da cucire, le vecchie singer cromate o i nuovi modelli, luccicavano sinistramente. Anche lì le scuole si erano svuotate, gli alimentari avevano buttato quintali di riso, i bar avevano perso i loro clienti, e avevano chiuso tutti i locali del karaoke, dove i pronipoti di Mao, con "elle" moscia e uno spiccato accento pratese, imitavano Al Bano e Orietta Berti: «Finché la balca va, lasciala andale...».[...] A Mazara del Vallo, nel trapanese, gli abitanti erano scesi tutti giù al porto, le donne col velo nero, le ragazze coi capelli al vento, in piedi sul molo come le comparse de La terra trema: nove pescherecci su dieci non erano potuti uscire per mancanza di uomini. S'erano eclissati non soltanto i pescatori, ma tutti i residenti tunisini di quella che fino al mattino era la città più "araba" d'Europa. [...] Ma anche nelle altre città d'Italia l'inopinata sparizione degli immigrati aveva creato il caos più completo: nel modenese, le fabbriche di piastrelle di ceramica erano state chiuse per l'improvvisa mancanza degli operai africani; in provincia di Parma, la scomparsa degli indiani sik, abilissimi nell'allevamento e nella cura delle vacche - considerato il rispetto manifestato verso questi nobili animali nella loro cultura - aveva messo in crisi non soltanto la distribuzione del latte, ma anche la lavorazione di diversi tipi di formaggio, essenziali per l'economia locale; analoga situazione a Mondragone, in Campania, dove i ghanesi impiegati nell'allevamento delle bufale avevano disertato le fattorie, e la produzione delle mozzarelle si era bloccata da un giorno all'altro. Poco lontano, a Villa Literno e in tutto il casertano, i rossi pomodori sammarzano marcivano sotto un sole inclemente, abbandonati da 10 mila stagionali extracomunitari liquefattisi nella notte.[...] A Roma l'Osservatore Romano uscì il pomeriggio in edizione straordinaria, con un titolo a nove colonne sulle oltre 200 parrocchie rimaste senza sacerdote per l'immotivata assenza dei preti stranieri; a Genova, la città più anziana della penisola, la Protezione Civile dovette intervenire per assistere i vecchietti arterosclerotici, che privati dei loro accompagnatori asiatici, giravano per vicoli e carrugi senza più riuscire a trovare la strada di casa. A Firenze, oltre 150 ristoranti cinesi, abbandonati, erano stati occupati dai tifosi viola, esasperati per la scomparsa di Batistuta e degli altri "stranieri" della squadra.La situazione più drammatica, forse, si dovette registrare nella provincia di Piacenza: dove il sindaco leghista di un paesino della bassa Padania aveva rischiato il linciaggio da parte dei piccoli imprenditori locali, convinti che fosse stato lui - come aveva minacciato tante volte - a far andar via tutti i lavoratori extracomunitari, rendendo impossibile ogni attività produttiva.Quella sera, il Ragioniere dello Stato Monorchio, intervistato a reti unificate, fornì un quadro dettagliato della catastrofe provocata dalla sparizione degli immigrati: 540 mila lavoratori dipendenti in meno; 20 mila lavoratori autonomi scomparsi; oltre 150 mila famiglie italiane abbandonate dalle 60 mila collaboratrici domestiche extracomunitarie; un "buco" di 166 mila avviati al lavoro in meno ogni anno; una voragine previdenziale di 2400 miliardi di lire di contributi mancati, con fosche previsioni per l'avvenire di oltre 9 milioni di pensionati. La ministra Turco, accanto a lui, snocciolava le cifre degli Affari Sociali: 80 mila banchi vuoti nelle scuole, 120 mila mariti o mogli senza i rispettivi coniugi stranieri, un ulteriore calo demografico di quasi 2 punti in un Paese che conta già una percentuale di anziani del 23 %, tra le più alte del mondo, destinata a raddoppiare in meno di 50 anni. In un angolo, con le occhiaie più profonde del solito, il ministro delle Finanze, Visco, nell'atto di annunciare un aumento delle tasse del 17%, scoppiò in un pianto dirotto.Ma Gregorio S. e sua moglie, la signora Franca, non stavano ascoltando il telegiornale: litigavano ormai da due ore, rinfacciandosi il vergognoso disordine della casa, rimproverandosi per non aver fatto la spesa, biasimandosi l'un l'altra per aver abbandonato i bambini a casa degli amici. Protestando, lui, per la cena fredda e la camicia non stirata; e lamentandosi, lei, perché il capoufficio l'avrebbe licenziata e lei non intendeva certo tornare a fare la casalinga e lui si illudeva se pensava di aver trovato una serva e quel rimbambito del nonno non era certo suo padre e se lo doveva sorbire lui e...Il signor S. quella notte fu spedito a dormire sul divano, mentre la signora Franca, ormai in preda a una crisi isterica, raddrizzava ululando tutte le stampelle di ferro della tintoria per farne spilloni da infilzare nel cuscino del marito; e il nonno si rigirava nel letto, invocando sommessamente il suo filippino. All'una e mezza Gregorio S. si infilò il cappotto e prese le chiavi della macchina della moglie, deciso ad affogare la frustrazione in un bottiglia di whisky e qualche ora di trasgressione. Tornò a casa all'alba, con gli occhiali rotti e un occhio nero. Aveva scambiato una farmacista, la dottoressa Fabretti, una vistosa mora di origini romagnole, per un viado brasiliano.
*Luoghi, cifre e circostanze non sono di fantasia. I dati sono stati raccolti dall'Archivio dell'Immigrazione di Roma e dal dossier statistico della Caritas 1999.
Mentre gia' costringiamo gli stranieri ad essere razzisti verso gli stranieri, li prendiamo anche a fucilate. Ma per il Ministro degli Interni la colpa e' loro: "In tutti questi anni è stata tollerata, senza fare nulla di efficace, una immigrazione clandestina che ha alimentato da una parte la criminalità e dall'altra ha generato situazioni di forte degrado, come quella di Rosarno". Gia' nel Dicembre 2008, a Rosarno la comunità ghanese e burkinabè scese in piazza per protestare contro le intimidazioni del caporalato e il ferimento di due ragazzi a colpi di kalashnikov sparati da un’autovettura in corsa. Ieri, di nuovo, alcuni ragazzi africani sono stati raggiunti nel primo pomeriggio da colpi sparati da un fucile ad aria compressa, e tutta la rabbia della comunità degli immigrati africani per la raccolta di clementine e olive è esplosa. Eppure, se queste sono le condizioni di vita e di sfruttamento di queste persone nella civilissima Italia, che cosa possiamo aspettarci?
Per capire cos'e' Rosarno consiglio caldamente il reportage di Marco Rovelli: quel che accade oggi non è che una conseguenza naturale di quello che era davanti agli occhi di chi vuol guardare, non certo di chi cerca capri espiatori per coprire le nefandezze della criminalita' organizzata che siede con lui al tavolo del Consiglio dei Ministri.
Ho appena firmato e invito a firmare questo appello promosso da Libera contro la norma contenuta in finanziaria per la vendita dei beni confiscati alla mafia per fare cassa, anziche' destinarli con forte significato simbolico e pratico a progetti sociali.
Tredici anni fa, oltre un milione di cittadini firmarono la petizione che chiedeva al Parlamento di approvare la legge per l'uso sociale dei beni confiscati alle mafie. Un appello raccolto da tutte le forze politiche, che votarono all'unanimità le legge 109/96. Si coronava, così, il sogno di chi, a cominciare da Pio La Torre, aveva pagato con la propria vita l'impegno per sottrarre ai clan le ricchezze accumulate illegalmente.
Oggi quell 'impegno rischia di essere tradito. Un emendamento introdotto in Senato alla legge finanziaria, infatti, prevede la vendita dei beni confiscati che non si riescono a destinare entro tre o sei mesi. E' facile immaginare, grazie alle note capacità delle organizzazioni mafiose di mascherare la loro presenza, chi si farà avanti per comprare ville, case e terreni appartenuti ai boss e che rappresentavano altrettanti simboli del loro potere, costruito con la violenza, il sangue, i soprusi, fino all'intervento dello Stato.
La vendita di quei beni significherà una cosa soltanto: che lo Stato si arrende di fronte alle difficoltà del loro pieno ed effettivo riutilizzo sociale, come prevede la legge. E il ritorno di quei beni nelle disponibilità dei clan a cui erano stati sottratti, grazie al lavoro delle forze dell'ordine e della magistratura, avrà un effetto dirompente sulla stessa credibilità delle istituzioni.
Per queste ragioni chiediamo al governo e al Parlamento di ripensarci e di ritirare l'emendamento sulla vendita dei beni confiscati.
Si rafforzi, piuttosto, l'azione di chi indaga per individuare le ricchezze dei clan. S'introducano norme che facilitano il riutilizzo sociale dei beni e venga data concreta attuazione alla norma che stabilisce la confisca di beni ai corrotti. E vengano destinate innanzitutto ai familiari delle vittime di mafia e ai testimoni di giustizia i soldi e le risorse finanziarie sottratte alle mafie. Ma non vendiamo quei beni confiscati che rappresentano il segno del riscatto di un'Italia civile, onesta e coraggiosa. Perché quei beni sono davvero tutti "cosa nostra"
don Luigi Ciotti
presidente di Libera e Gruppo Abele
Questo "editoriale" del direttore del TG1 Augusto Minzolini e' andato in onda ieri al telegiornale delle 20, in vista delle manovre di Berlusconi per scampare in qualche modo ai processi dopo la bocciatura del lodo Alfano. Senza parole, credo ormai che il limite piu' che essere stato passato e' stato del tutto abbattuto.
Senza parole anche per la volonta' del sottosegretario all'economia Nicola Cosentino, accusato da intercettazioni e pentiti di essere in buoni rapporti con il clan camorristico dei Casalesi e per il quale e' arrivata finalmente la richiesta di arresto alla Camera per concorso esterno in associazione mafiosa, di andare avanti nella campagna elettorale per la presidenza della regione Campania. Sostenuto dal centro-destra che subito ha cominciato a gridare senza vergogna e senso del decoro all'ennesima "persecuzione" giudiziaria.
Senza parole lasciano anche le dichiarazioni di Giovanardi sulla morte di Stefano Cucchi, che appare ormai dovuta al pestaggio selvaggio da parte delle guardie carcerarie. Qualche parola la trova Francesco Merlo su Repubblica:
Ma questo non è lo stesso Giovanardi che straparlava dell'aborto e del peccato di omosessualità? Non è quello che difendeva la vita dell'embrione? È proprio diverso il Dio di Giovanardi dal Cristo addolorato di cui si professa devoto. Con la mano sul mento, il gomito sul ginocchio e due occhi rassegnati, il Cristo degli italiani è ben più turbato dai Giovanardi che dai Cucchi
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Pare che il Governo italiano tratti senza vergogna con tutti, dai talebani fino alla mafia. Tranne che con quei pericolosi comunisti della CGIL.
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Categorie: afghanistan, governo, legalita', mafia, sindacato
Cristiano Aldegani, sindaco leghista di Ponteranica, provincia di Bergamo, l'aveva gia' chiesto senza successo alla precedente amministrazione di centrosinistra. Ma dopo la sua elezione a primo cittadino ha deciso di procedere: la biblioteca comunale non sarà più dedicata a Peppino Impastato, ucciso dalla mafia nel 1978 per il suo impegno civile, ma a padre Giancarlo Baggi, un padre sacramentino morto nel 2000 e residente per molti anni a Ponteranica. In realta' per l'ufficialita' del nuovo nome si dovra' aspettare il 2010, dato che non e' possibile per legge dedicare un edificio a una persona scomparsa da meno di dieci anni, ma la targa con la dedica a Peppino e' stata gia' rimossa e la biblioteca secondo l'ordinanza del sindaco sara' denominata nell'attesa solamente "Biblioteca comunale di Ponteranica". Qualunque cosa pur di togliere quella targa e quel nome. Nell'impotente indignazione di ogni italiano antimafia, e' di oggi un comunicato dei Padri Sacramentini, la congregazione di Padre Baggi:
"...la Comunità dei Padri Sacramentini riconosce e stima l’operato che contraddistinse il lavoro di padre Giancarlo Baggi, ma non può approvare che la memoria di un confratello sia usata in una logica di contrapposizione e di divisione, tanto più se questa contrapposizione riguarda un testimone di giustizia come Peppino Impastato, ucciso per il suo impegno civile..."
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Categorie: delirio, lega, mafia, peppino impastato
Sta facendo molto rumore la pubblicazione da parte del Giornale di Feltri di una velina, commissionata da una misteriosa Eccellenza, riguardante la vicenda giudiziaria di qualche anno fa del direttore di Avvenire Dino Boffo. Poco sinceramente importa se il tutto sia vero come qualcuno dice si sappia da anni, o parzialmente vero ma "abbellitto" per aumentare il carico. Peraltro tutto il rumore che sta producendo, oltre a servire per avvertire chiunque alzi la voce e la testa contro il Sultano che l'armata mediatica e' pronta a distruggerlo (attenzionarne uno per attenzionarne cento), sta distogliendo tatticamente l'attenzione dai ripetuti attacchi a Repubblica e piu' in generale alla liberta' di stampa nel nostro paese. Visto quanto si parla in giro dello scontro Boffo-Feltri, mi limito solo qualche breve considerazione.
Trovo innanzi tutto piuttosto indecoroso che l'attacco di Feltri si basi non tanto sulle colpe di Boffo e sulle molestie, quanto sul sospetto che sia gay in quanto dirige un giornale cattolico. E penso che i Vescovi, invece di partire con la solita' solidarieta' pelosa a priori, abbiano perso un'occasione per zittire tutti quelli che accusano la Chiesa di omofobia sottolineando come un (presunto) omosessuale diriga con successo il maggior quotidiano cattolico del paese. Sarebbe stato un colpo da KO.
Il messaggio di Feltri, oltre a lanciare messaggi mafiosi, vorrebbe essere in sintesi che se siamo tutti maiali dunque è giusto che comandi il più porco, come fa notare Lerner. E pero' evidente come il caso di Boffo sia completamente diverso da quello del Sultano che a Feltri paga lo stipendio: Berlusconi non è accusato da nessuno di avere un amante o maschio o femmina. E’ invece accusato di utilizzare la sua posizione di Presidente del Consiglio e di presidente di, ehm, partito per distribuire a chi gli offre servigi sessuali favori vari e cariche pubbliche. Di usare risorse pubbliche come scorte e aerei per i suoi festini, di offendere il decoro delle istituzioni e di essersi reso ricattabile nella sua veste di capo del governo. Di essere psichicamente instabile, dal momento che per eccitarsi ha bisogno di ragazze seminude che gli cantino "meno male che Silvio c'e'" (ossignur). E questo solo per la parte sessuale. Stiamo tralasciando corruzioni, conflitto di interesse, aggiottaggio e chi piu' ne ha piu' ne metta. Altro che un pervertito come il direttore di Avvenire: il Sultano e' un vero puttaniere, una vera feccia tricolore.
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