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martedì 22 marzo 2011

La storia del mondo in 100 secondi

La storia del mondo visualizzata sulla base di 15500 eventi estratti da Wikipedia

A History of the World in 100 Seconds from Gareth Lloyd on Vimeo.

mercoledì 24 marzo 2010

La giustizia dell'amore


E' un'imitazione dell'amore quando si cerca di offuscare con l'elemosina quello che bisogna fare con la giustizia

Il 24 marzo 1980, 30 anni fa, mentre stava celebrando la Messa nella cappella dell'ospedale della Divina Provvidenza, Monsignor Oscar Romero, arcivescovo di El Salvador, venne ucciso mentre elevava l'ostia della comunione da un sicario appartenente ad uno squadrone della morte agli ordini del maggiore Roberto D’Aubuisson, leader del partito di estrema destra Arena.
Fino alla sua nomina a Vescovo, Romero fu considerato rappresente del lato conservatore della Chiesa sudamericana, fedele alla tradizione romana e timoroso di aprirsi al fermento che veniva dalla teologia della liberazione e dai movimenti di base. Questo gli aveva fatto guadagnare la stima dell'oligarchia del suo Paese, e gli spiano' la strada al soglio vescovile mentre nel paese si susseguono colpi di stato che lasciano il potere nelle mani dell'oligarchia e dei militari. Nell'ottobre 1974 viene nominato vescovo della diocesi di Santiago de Maria, in una delle zone piu' povere del paese. Il contesto politico e sociale è caratterizzato soprattutto dalla repressione contro i contadini organizzati, e il contatto con la vita reale della popolazione, stremata dalla povertà e oppressa dalla feroce repressione militare che voleva mantenere la classe più povera soggetta allo sfruttamento dei latifondisti locali, provocano in lui una profonda conversione, sia nelle convinzioni teologiche che nelle scelte pastorali. I fatti di sangue sempre più frequenti che colpiscono persone e collaboratori a lui cari, lo spingono alla denuncia delle situazioni di violenza che contraddistinguono il paese.
La nomina ad arcivescovo di San Salvador, il 3 febbraio 1977, lo trova ormai pienamente schierato dalla parte dei poveri, e in aperto contrasto con le stesse famiglie che lo sostenevano e che auspicavano in lui un difensore dello status quo politico ed economico: “Quando do ai poveri da mangiare, dicono che sono un bravo vescovo. Se chiedo perché i poveri non hanno da mangiare dicono che sono un comunista”. Lo stesso giorno della sua elezione l’esercito spara su cinquantamila persone riunite in piazza per protestare contro dei brogli elettorali. Un centinaio di persone che si erano rifugiate nella chiesa del Rosario muoiono soffocate dai lacrimogeni lanciati dai militari. L'episodio della morte di p. Rutilio Grande, gesuita e parroco di aguilara, centro agricolo poverissimo, assassinato appena un mese dopo il suo ingresso in diocesi, diventa l'evento che apre pienamente la sua azione di denuncia profetica, che porterà la chiesa salvadoregna a pagare un pesante tributo di sangue. L'esercito, guidato dal partito allora al potere, arriva anche a profanare ed occupare le chiese, come ad Aguilares, dove vengono sterminati più di 200 fedeli lì presenti. Le sue catechesi, le sue omelie, trasmesse dalla radio diocesana, vengono ascoltate anche all'estero, facendo conoscere a moltissimi la situazione di degrado che la guerra civile stava compiendo nel Paese. Nel febbraio 1980 compie un viaggio in Europa per ritirare alcuni riconoscimenti, e incontra Giovanni Paolo II per comunicargli le proprie preoccupazioni di fronte alla terribile situazione che il suo paese sta attraversando. Nel discorso all'Universita' di Lovanio diove ritira una laurea Honoris Causa ricorda: "Negli ultimi tre anni, la chiesa di El Salvador è stata perseguitata. È importante chiederci perché. Notate: non è stato perseguitato un sacerdote qualsiasi, né attaccata una qualunque istituzione; si è perseguitato e attaccato quella parte di chiesa che si è posta al fianco del popolo povero e ne ha preso le difese. La persecuzione è la conseguenza di questa scelta di assumere il destino dei poveri. La vera persecuzione è diretta contro il popolo povero, che oggi è il Corpo di Cristo nella storia. Popolo crocefisso come Cristo, perseguitato come il Servo di Jahvè. I poveri completano nel proprio corpo ciò che manca alla Passione di Cristo. Quando la chiesa si organizza e si riunisce attorno alle speranze e alle angosce dei poveri, essa subisce la stessa sorte di Cristo e dei poveri: la persecuzione". Poche settimane dopo l’ultima omelia gli costò la vita: aveva invitato i soldati all’obiezione di coscienza di fronte alle direttive di uccidere contadini e sacerdoti, padri gesuiti e sindacalisti, perché accusati di essere «comunisti» a causa della richiesta di equità economica e sociale: "in nome di Dio, in nome di questo popolo sofferente, i cui lamenti salgono al cielo ogni giorno più tumultuosi, vi supplico, vi chiedo, vi ordino, in nome di Dio: cessi la repressione!".
Da quell’ultima messa sono trascorsi trent’anni, durante i quali sono stati nominati 456 santi e 1288 beati ma non Monsignor Romero, la cui causa di beatificazione e' aperta dal 1997. D’Aubuisson, mandante dell'assassinio e impunito per i suoi crimini, nel 1984 ricevette a Washington prima di morire di cancro un’onorificenza da parte di alcune organizzazioni conservatrici per il suo “contributo alla lotta contro il comunismo e per la libertà”.

venerdì 12 febbraio 2010

Dialogo e idee


30 anni fa, il 12 Febbraio 1980, nell'atrio dell'Universita' La Sapienza fu ucciso dalle BR Vittorio Bachelet. Rosy Bindi, accanto a lui al momento dell'agguato, ama ripetere che Vittorio "è stato soprattutto un uomo di dialogo. Non rinunciava alle sue idee, ma le aveva talmente forti da potersi permettere il confronto con tutti". Ha mostrato quale sia la strada giusta per l'impegno dei cristiani in politica, cosi' diversa da quella urlata e fatta di contrapposizioni degli atei devoti di oggi. Sul suo blog Rosy Bindi ne ricorda la lezione cosi':

[...] Siamo ancora immersi nelle contraddizioni di una democrazia bloccata e incompiuta, sulla Costituzione ci si interroga non per attuarla, ma per modificarla nel suo impianto fondamentale. La società è investita da profonde lacerazioni e disuguaglianze e sembra rifiutare ogni offerta culturale e politica per essere più giusta, solidale e inclusiva. Ancora ci sfidano la povertà e la guerra. Ma ai cristiani non è chiesto di stare alla finestra, con uno sguardo di estraneità o peggio di diffidenza verso il mondo. Ci è chiesto, come ripeteva spesso Bachelet, «di saper vedere i segni dei tempi e saperli giudicare alla luce della fede. L'atteggiamento del cristiano di fronte alla vicenda della storia umana deve essere insieme di ascolto e di annuncio, di accoglienza e di superamento. L'ottimismo con cui possiamo guardare alla vicenda umana è l'ottimismo della redenzione, cioè della croce e della resurrezione. E un atteggiamento che consente di guardare con amore capace di ogni accoglienza alla realtà umana è quello penetrante e libero dello spirito delle Beatitudini»

Qui un'intervista al figlio Giovanni per il Tg2, e qui un suo ricordo del papa'.

venerdì 29 gennaio 2010

Le storie di ieri

Ieri sera immersione nelle vergogne d'Italia con i fratelli Severini, nel nuovo auditorium ARCI Exfila di Firenze. Lo spettacolo in qualche parte d'Italia ha avuto vita difficile, segno che far ricordare e' ancorsa un mestiere sgradito. A dire il vero non ci convince troppo Daniele Biacchessi, l'indignato attore che accompagna i Gang nella rilettura della storia italiana dalla resistenza a via de'Georgofili. Ma i Severini sono sempre loro, anche in formazione ridotta, e il finale con "Le storie di ieri" vale il prezzo del biglietto...



Ma il bambino nel cortile si è fermato
si è stancato di seguire gli aquiloni

si è seduto tra i ricordi vicini, i rumori lontani

guarda il muro e si guarda le mani

martedì 22 dicembre 2009

L'ultimo '89


Per l'Europa il simbolo condiviso di quanto avvenne nel 1989 è la caduta del muro di Berlino, nel novembre di quell'anno. In Romania però i cambiamenti arrivarono con più di un mese di ritardo, con quella che è stata poi definita la “rivoluzione” del dicembre 1989. A Timişoara le manifestazioni e gli scontri contro il regime di Ceauşescu iniziarono il 16 dicembre. Da quel momento tutto successe molto in fretta. Troppo in fretta per qualcuno, in un susseguirsi di avvenimenti mai del tutto chiariti e probabilmente pilotati dai servizi segreti. Il 22 dicembre, 20 anni fa esatti, Ceauşescu scappò da Bucarest, per essere catturato, processato in una scuola elementare e subito fucilato con la moglie il giorno di Natale.
Quando crolla l'ultimo bastione della cortina di ferro, quello che resta della Romania sembra un mondo di altri tempi, governato per decenni da un vampiro come il leggendario Dracula. Di Bucarest s’erano perse le tracce, da quando negli anni Sessanta e Settanta Ceausescu veniva lodato e riempito di crediti da tutti i solerti leader occidentali, Nixon in testa, che scambiavano la sua politica opportunistica per un coraggioso percorso autonomo da Mosca. Sotto gli interessi e i miraggi, il comunismo rumeno era degenerato in un sultanato, in mano a una coppia i cui capricci decidevano le sorti dello stato. Nicolae ed Elena, lui il «Conducător», «il Genio dei Carpazi» e «il Danubio del pensiero», lei «la fiaccola del partito» e «la saggia di grande nomea», per usare appellativi, fra i più sobri, con cui venivano celebrati dai poeti di corte. Avevano inventato «il socialismo in una sola famiglia», parenti ovunque a presidiare i cardini di un sistema di potere che aveva stremato il paese oltre ogni limite di immaginazione. Niente riscaldamento nelle case, niente cibo nei negozi, salari di fame, esportazione di tutte le materie prime nel tentativo di ripianare l'enorme debito estero, controllo ossessivo su tutta la popolazione: la Securitate non aveva nulla da invidiare alla Stasi, con un agente in ogni condominio. Anche il possesso di una macchina da scrivere doveva essere registrato negli archivi.
Anni dopo la caduta del regime, nel 1995, ebbi l'occasione di lavorare per un paio di intense settimane in quello che restava (dopo il completo restyling di un gruppo incredibile di suore di Madre Teresa) di uno dei piu' vergognosi lasciti del regime, le migliaia di orfanotrofi-lager, bacino per i reclutatori della polizia politica e risultato della folle politica demografica del regime che costringeva ogni donna a partorire almeno 4 figli. Dove i bambini venivano tenuti richiusi in celle di pochi metri quadrati con il pavimento in discesa, per meglio raccogliere nello scarico al centro della stanza avanzi di cibo digeriti e non e sudiciume vario, in modo da selezionare i piu' coriacei per le operazioni della Securitate. E all'epoca i carri a cavallo nelle strade di periferia, territorio di branchi di cani randagi, erano ancora in numero simile alle utilitarie Dacia di fabbicazione locale con vecchie catene di montaggio Volkswagen.
Segnalo un bel reportage di Paolo Rumiz su Repubblica di oggi (che purtroppo non ho trovato in rete), sulla Romania a 20 anni dall'anniversario della fuga del dittatore. Tra l'indifferenza dei giovani, la rimozione degli anziani e le piccole e grandi manie del padre padrone come il guardaroba sterminato conservato nel piu' grande edificio del mondo dopo il Pentagono, il palazzo "Casa del Popolo" che si era fatto costruire nel megalomane piano di ristrutturazione della citta' che ricostrui' piu' di un quinto di Bucarest. Buona lettura.

lunedì 9 novembre 2009

Die Mauer ist weg


Venti anni fa, il 9 Novembre 1989, si apriva in maniera rocambolesca (peraltro innescata da una domanda di un giornalista fiorentino) la prima breccia nel muro che circondava Berlino Ovest. Erano gli anni in cui le cortine di ferro si sgretolavano fra i baffoni di Walesa e la voglia di Gorbačëv, tra i giovani che ovunque nei paesi di influenza sovietica chiedevano liberta', trasparenza e rinnovamento. Solo pochi anni dopo le cartine degli atlanti e quelle appese nelle classi erano da buttare, carta straccia trascinata dal vento di cambiamento che soffiava da est. Ma la stessa cancelliera tedesca avverte che se l'unificazione e' da tempo su quelle cartine, e' ancora incompiuta nella testa e nelle tasche dei tedeschi.
Qui una bella storia fotografica del muro, e alcuni interessanti link per chi mastica il tedesco si trova su Concausa. Sperando che questo anniversario possa servire a ricordarci che esistono ancora nel mondo migliaia di chilometri di muri a separarci, dalla Palestina al Saharawi, senza contare quelli fatti non di pietra ma da braccia di mare, odio e intolleranza.

giovedì 4 giugno 2009

Vent'anni


Vent’anni fa, il 4 Giugno del 1989, l’esercito cinese apriva il fuoco sulla folla di studenti riuniti in piazza Tiananmen in nome della democrazia, uccidendo centinaia di persone. Ogni anno, in occasione dell’anniversario della strage, la Cina rafforza le misure di sicurezza e soffoca ogni voce dissidente. E quest’anno le restrizioni sono state particolarmente dure. Oltre a bloccare migliaia di forum e di siti internet, le autorità hanno vietato l’accesso alla piazza alle troupe televisive e ai fotografi stranieri. Decine di dissidenti, residenti anche a centinaia di chilometri da Pechino, sono stati preventivamente arrestati o messi agli arresti domiciliari. Sono passati vent'anni, ma molto pare essere sempre uguale.

lunedì 12 gennaio 2009

Riscrivere la storia


I neo-fascisti attualmente al governo del paese stanno tentando per l'ennesima volta di equiparare i Repubblichini di Salo', che cercarono di consegnare l'Italia a Hitler, ai partigiani che lottarono per la liberta'. Il disegno di legge 1360 infatti, che ha come primo firmatario l'onorevole socialista Lucio Barani (gia' sindaco di Aulla, famoso per aver creato durante il suo mandato il primo e unico comune "dedipietrizzato" e a far erigere nella piazza del comune, intitolata a Bettino Craxi, una statua commemorativa dello stesso), chiede di istituire un Ordine del Tricolore, con tanto di vitalizio, sia per i partigiani sia per coloro che hanno aderito alla Repubblica Sociale Italiana di Mussolini: "Non s'intende proponendo l'istituzione di questo Ordine sacrificare la verità storica di una feroce guerra civile sull'altare della memoria comune, ma riconoscere, con animo oramai pacificato, la pari dignità di una partecipazione al conflitto avvenuta in uno dei momenti più drammatici e difficili da interpretare della storia d'Italia; nello smarrimento generale, anche per omissioni di responsabilità ad ogni livello istituzionale, molti combattenti, giovani o meno giovani, cresciuti nella temperie culturale guerriera e «imperiale» del ventennio, ritennero onorevole la scelta a difesa del regime, ferito e languente; altri, maturati dalla tragedia in atto o culturalmente consapevoli dello scontro in atto a livello planetario, si schierarono con la parte avversa, «liberatrice», pensando di contribuire a una rinascita democratica, non lontana, della loro Patria".
Tralasciando l'ovvio fatto che la continuita' dello Stato Italiano dopo l'8 settembre non puo' essere negata, e che quindi i Repubblichini non possono che essere considerati come nemici, segnalo il commento di Vassalli a proposito: "Ma cosa vogliono ancora? Hanno avuto tutto, l'amnistia di Togliatti, la legittimazione democratica immediata, l'Msi in Parlamento, adesso sono al potere. Eppure vanno avanti, incuranti del fatto che non esiste paese in Europa dove i collaborazionisti del nazismo sono premiati".
Purtroppo pero' la notizia gravissima non e' il gia' grave e vile tentativo di riscrivere la storia da parte dei neofascisti ripuliti e dei loro amici, ma che tra i firmatari del disegno di legge ci sono anche due deputati del Partito Democratico: Franco Narducci e Giampaolo Fogliardi. Di seguito la lettera che ho inviato a entrambi.

Gentili Onorevoli Fogliardi e Narducci,
leggo con stupore nella bozza di proposta di legge numero 1360 per l' "Istituzione dell'Ordine del Tricolore e adeguamento dei trattamenti pensionistici di guerra" il vostro nome fra i firmatari. Dietro la maschera di equiparare i combattenti della seconda guerra mondiale a quelli della prima come trattamento pensionistico, nella proposta si cerca infatti di equiparare
"i combattenti che ritennero onorevole la scelta a difesa del regime ferito e languente e aderirono a Salò" ai partigiani che lottarono per la liberta' del paese contro il nazifascismo. Trovo particolarmente grave che rappresentanti di un partito che si rifa' anche nello statuto ai valori dell'antifascismo siano complici dell'ennesimo tentativo della destra di sovvertire la Storia d'Italia e le radici stesse della Repubblica.
Sperando in un mio errore, attendo con interesse le spiegazioni che spero riteniate opportuno fornire.
Distinti saluti

AGGIORNAMENTO
Mi risponde solerte Franco Narducci spiegando che ha ritirato la propria firma dal DDL:

Le dico subito, a scanso di equivoci, che ho ritirato da tempo la mia firma al DDL 1360, secondo le procedure previste dai regolamenti della Camera, e mi risulta che altrettanto abbiano fatto i colleghi Corsini e Cesario. Ricostruendo i fatti che mi avevano indotto a sottoscrivere il provvedimento, ritengo che del DDL in questione siano circolate alcune bozze differenti rispetto al testo divenuto poi definitivo e formalmente depositato. Purtroppo, come mi è stato detto dall'Ufficio per i testi normativi, non era più possibile ritirare le copie del DDL già stampate. Sulla mia scheda personale della home page della Camera, in ogni caso, non figura il DDL 1360 tra le proposte di legge da me firmate come cofirmatario. Condivido evidentemente, nel modo più assoluto, le Sue considerazioni e riflessioni sui valori dell'antifascismo e della Memoria, valori che sono alla base del ritiro della mia firma al provvedimento in oggetto.Colgo l'occasione per inviarle molti cordiali saluti.
On. Franco Narducci

E sempre a proposito di (ri)scrittura della storia, segnalo via Augusto questa intervista di Cossiga al Corriere in cui per la prima volta un alto rappresentante dello stato ammette la responsabilita' francese nella strage di Ustica, e particolari mai ammessi sia su Piazza Fontana sia sulla Stazione di Bologna. Peraltro nel disinteresse del giornalista assai piu' attento all'amore di Andreotti per poker e cavalli. Si sa che Cossiga ultimamente ne spara di grosse, ma stranamente la cosa non ha sollevato quasi nessuna eco...
Per finire, la Lega giorni fa ha presentato due emendamenti, entrambi inizialmente accolti dalla maggioranza e dal governo (salvo poi ripensarci). Il primo obbligava i cittadini immigrati che aprono una partiva Iva a fare una fideiussione di 10 mila euro. L’altro prevedeva che per il rilascio o il rinnovo del permesso di soggiorno si debba pagare una tassa di 50 euro. Che adesso vogliono far passare come uno sconto. L'emergenza continua, con il razzismo in saldo.

lunedì 8 settembre 2008

Otto settembre


L'otto settembre del 1943 l'Italia si arrendeva. Il Re fuggito, nessuna disposizione dai comandi, l'esercito sbandato, l'occupazione tedesca. A Roma, a Porta San Paolo, gli antifascisti difendono la città dall'arrivo dei tedeschi. Inizia la Resistenza e la guerra di Liberazione, il riscatto del paese dall'incubo nazifascista. Oggi, sessantacinque anni dopo, il Capo dello Stato e i ministri in carica ricordano quella giornata storica, in cui i partigiani iniziarono la Liberazione e posero la pietra miliare su cui nacque la nostra Costituzione. Ma oggi gli eredi di quei fascisti che si schierarono quel giorno dalla parte sbagliata sono al governo, e vogliono scrivere la loro verita'. "Farei un torto alla mia coscienza - ha detto La Russa, parlando davanti al presidente della Repubblica Giorgio Napolitano – se non ricordassi che altri militari in divisa, come quelli della Nembo dell'esercito della Rsi, soggettivamente, dal loro punto di vista, combatterono credendo nella difesa della patria, opponendosi nei mesi successivi allo sbarco degli anglo-americani e meritando quindi il rispetto, pur nella differenza di posizioni, di tutti coloro che guardano con obiettività alla storia d'Italia". L'obiettivita' di chi considera tutti uguali, di chi confonde il bianco con il nero. Di chi non vede che furono la stessa cosa, ma tutto il contrario:

Ferriera mugola nella barba: - Quindi, lo spirito dei nostri... e quello della brigata nera... la stessa cosa?... - La stessa cosa, intendi cosa voglio dire, la stessa cosa... - Kim s'è fermato e indica con un dito come se tenesse il segno leggendo; - la stessa cosa ma tutto il contrario. Perché qui si è nel giusto, là nello sbagliato. Qua si risolve qualcosa, là ci si ribadisce la catena. Quel peso di male che grava sugli uomini del Dritto, quel peso che grava su tutti noi, su me, su te, quel furore antico che è in tutti noi, e che si sfoga in spari, in nemici uccisi, è lo stesso che fa sparare i fascisti, che li porta a uccidere con la stessa speranza di purificazione, di riscatto. Ma allora c'è la storia. C'è che noi, nella storia, siamo dalla parte del riscatto, loro dall'altra. Da noi, niente va perduto, nessun gesto, nessuno sparo, pur uguale al loro, m'intendi? uguale al loro, va perduto, tutto servirà se non a liberare noi a liberare i nostri figli, a costruire un'umanità senza più rabbia, serena, in cui si possa non essere cattivi. L'altra è la parte dei gesti perduti; degli inutili furori, perduti e inutili anche se vincessero, perché non fanno storia, non servono a liberare ma a ripetere e perpetuare quel furore e quell'odio, finché dopo altri venti o cento o mille anni si tornerebbe così, noi e loro, a combattere con lo stesso odio anonimo negli occhi e pur sempre, forse senza saperlo, noi per redimercene, loro per restarne schiavi. Questo è il significato della lotta, il significato vero, totale, al di là dei vari significati ufficiali. Una spinta di riscatto umano, elementare, anonimo, da tutte le nostre umiliazioni: per l'operaio dal suo sfruttamento, per il contadino dalla sua ignoranza, per il piccolo borghese dalle sue inibizioni, per il paria dalla sua corruzione. Io credo che il nostro lavoro politico sia questo, utilizzare anche la nostra miseria umana, utilizzarla contro se stessa, per la nostra redenzione, così come i fascisti utilizzano la miseria per perpetuare la miseria, e l'uomo contro l'uomo.


E se il sindaco (fascista) di Roma spiega candidamente che il fascismo non fu il male assoluto, ma lo furono solo le leggi razziali, tutti a indignarsi giustamente per l'orrido revisionismo di chi si sente in potere di dire e fare quello che vuole. Ma nessuno che faccia notare ad Alemanno, al suo partito e agli alleati che oggi, come allora, male assoluto sono tutte le leggi razziali, classiste e inutilmente repressive. Comprese quelle che continuano a varare a getto continuo. E l'emergenza continua.

martedì 12 agosto 2008

S. Anna, 12 Agosto 1944


Mentre il mondo lontano e prossimo rinnova troppo spesso le scene di devastazione, di carneficine e di scempi, Sant’Anna, con l’umile autorità che le viene dal suo martirio chiama tutti gli uomini ad una definitiva conversione alla pace, alla dignità del colloquio, alla ricerca costante di una possibile armonia. Il cuore degli uomini sia pari alla enormità del luttuoso retaggio e alla grandezza della speranza.
Mario Luzi
Appello di Pace, 18 giugno 1994

Il 12 Agosto del 1944 il 16° battaglione SS, con a capo il maggiore Walter Reder, sali' guidato da collaborazionisti fascisti al paese di Sant'Anna di Stazzema, nell'interno ddella Versilia. In poco più di tre ore massacrarono 560 innocenti. Uccisero i nonni, le madri, uccisero i figli e i nipoti. Uccisero i paesani ed uccisero gli sfollati, i tanti saliti lassu' in cerca di un rifugio dalla guerra. Uccisero Anna, l’ultima nata nel paese di appena 20 giorni, uccisero Evelina, che quel mattino aveva le doglie del parto e a cui i tedeschi aprirono il ventre con le baionette per poi lanciare il feto per aria sparandogli alla testa, uccisero Genny, la giovane madre che, prima di morire, per difendere il suo piccolo Mario, scagliò il suo zoccolo in faccia al nazista che stava per spararle, uccisero il prete Innocenzo, che implorava i soldati nazisti perché risparmiassero la sua gente, uccisero gli otto fratellini Tucci, con la loro mamma. 560 ne uccisero, senza pietà in preda ad una cieca furia omicida. Indifesi, senza responsabilità, senza colpe. E poi il fuoco, a distruggere i corpi, le case, le stalle, gli animali, le masserizie. A Sant’Anna, quel giorno, uccisero l’uomo.
La verita' sulla strage e' emersa, oltre che dal racconto dei pochi sopravvissuti e di uno dei soldati, dalle indagini della Procura Militare di La Spezia e al ritrovamento negli scantinati di Palazzo Cesi a Roma di un armadio chiuso e girato con le ante verso il muro, ribattezzato poi “Armadio della vergogna”, poiché nascondeva da oltre 40 anni documenti che sarebbero risultati fondamentali ai fini di una ricerca della verità storica e giudiziaria sulle stragi nazifasciste in Italia nel secondo dopoguerra. Non fu ne' vendetta ne' rappresaglia, ma un atto terroristico, premeditato e curato in ogni minimo dettaglio con l'obiettivo di rompere ogni collegamento fra le popolazioni civili e le formazioni partigiane presenti nella zona. La strage continuo' nei giorni seguenti, quando oltre 340 persone mitragliate, impiccate, bruciate con il lanciafiamme nelle valli vicine.
Così lo scrittore Manlio Cancogni narra gli avvenimenti di quella terribile giornata:

I tedeschi, a Sant’Anna, condussero più di 140 esseri umani, strappati a viva forza dalle case, sulla piazza della chiesa. Li avevano presi quasi dai loro letti; erano mezzi vestiti, avevano le membra ancora intorpidite dal sonno; tutti pensavano che sarebbero stati allontanati da quei luoghi verso altri e guardavano i loro carnefici con meraviglia ma senza timore nè odio. Li ammassarono prima contro la facciata della chiesa, poi li spinsero nel mezzo della piazza, una piazza non più lunga di venti metri e larga altrettanto una piazza di tenera erba, tra giovani piante di platani, chiusa tra due brevi muriccioli; e quando puntarono le canne dei mitragliatori contro quei corpi li avevano tanto vicini che potevano leggere negli occhi esterrefatti delle vittime che cadevano sotto i colpi senza avere tempo nemmeno di gridare. Breve è la giustizia dei mitragliatori; le mani dei carnefici avevano troppo presto finito e già fremevano d’impazienza. Così ammassarono sul mucchio dei corpi ancora tiepidi e forse ancora viventi, le panche della chiesa devastata, i materassi presi dalle case, e appiccarono loro fuoco. E assistendo insoddisfatti alla consumazione dei corpi spingevano nel braciere altri uomini e donne che esanimi dal terrore erano condotti sul luogo, e che non offrivano alcuna resistenza. Intanto le case sparse sulle alture, le povere case di montagna, costruite pietra su pietra, senza intonaco, senza armature, povere come la vita degli uomini che ci vivevano erano bloccate. Gli abitanti erano spinti negli anditi, nelle stanze a pianterreno e ivi mitragliati e, prima che tutti fossero spirati, era dato fuoco alla casa; e le mura, i mobili, i cadaveri, i corpi vivi, le bestie nelle stalle, bruciavano in un’unica fiamma. Poi c’erano quelli che cercavano di fuggire correndo fra i campi, e quelli colpivano a volo con le raffiche delle mitragliatrici, abbattendoli quando con grido d’angoscia di suprema speranza erano già sul limitare del bosco che li avrebbe salvati. Poi c’erano i bambini, i teneri corpi dei bimbi a eccitare quella libidine pazza di distruzione. Fracassavano loro il capo con il calcio della «pistol-machine », e infilato loro nel ventre un bastone, li appiccicavano ai muri delle case. Sette ne presero e li misero nel forno preparato quella mattina per il pane e ivi li lasciarono cuocere a fuoco lento. E non avevano ancora finito. Scesero perciò il sentiero della valle ancora smaniosi di colpire, di distruggere, compiendo nuovi delitti fino a sera. A mezzogiorno tutte le case del paese erano incendiate; i suoi abitanti fissi e gli sfollati erano stati tutti trucidati. Le vittime superano di gran lunga i cinquecento, ma il numero esatto non si potrà mai sapere. "Alcuni scampati all’eccidio erano corsi in basso a portare la notizia agli abitanti della pianura raccolti in gran numero nella conca di Valdicastello. La notizia la portavano sui loro volti esterrefatti, nelle parole monche che erano appena capaci di pronunciare e dalle quali chi li incontrava capiva che qualcosa di terribile era accaduto pur senza immaginare le proporzioni. Della verità cominciarono invece a sospettare nelle prime ore del pomeriggio quando le prime squadre di assassini scendendo dalle alture di Sant’Anna, si annunciarono sull’imbocco della vallata a monte del paese. Li sentivano venir giù precipitosi,accompagnati dal suono di organetti e di canzoni esaltate, e quel ch’è peggio dal rumore di nuovi spari, da nuove grida, che non convinti di aver ben speso quella giornata, i tedeschi la completavano uccidendo quanti incontravano sul sentiero della montagna. Alcuni che al loro passaggio s’erano nascosti nelle antrosità della roccia vi furono bruciati dentro dal getto del lanciafiamme. Una donna che correva disperata portando in salvo la sua creatura, raggiunta che fu, le strapparono dalle braccia il prezioso fardello, lo scagliarono nella scarpata e lei stessa l’uccisero a colpi di rivoltella nel cranio. Molti altri furono raggiunti dalle raffiche di mitragliatori mentre fuggivano saltando per le balze della montagna, come capre selvatiche contro le quali si esercitava la bravura del cacciatore. Quando i tedeschi raggiunsero Valdicastello cominciando a rastrellare gli abitanti, il paese era già stretto dall’angoscia; gli abitanti serrati nelle case e nascosti alla meglio; la strada deserta; tutti oppressi da un incubo di morte. Il passaggio dei tedeschi dal paese si chiuse con la discesa del buio sulla valle, dopodichè ottocento uomini erano stati strappati dalle case e condotti via, e un’ultima raffica di mitragliatrice accompagnata da un suono più sguaiato e atroce di organetto, aveva tolto la vita ad altri quattordici infelici, scelti a caso.

giovedì 3 aprile 2008

Curiosita'


Ma quanto sara' costata a Berlusconi questa Pizza da non far slittare? Visti i prezzi galoppanti, non credo pochissimo. Certo che, visto che l'idea era stata sua per dar fastidio all'UDC, un po' di giustizia in questo caso c'e'.
Altra cosa che mi toglie il sonno. Dal curriculum di tal Luca Luciani, dirigente Telecom che impazza in rete per aver finalmente e involontariamente spiegato con colorite parole la causa della rovina dell'azienda, non si riesce a capire dove e se ha frequentato con profitto le scuole elementari. Se qualcuno avesse notizie mi faccia sapere. E pensare che i manager italiani sono i piu' pagati d'Europa e le loro aziende le piu' in rosso. Se Waterloo non giustifica gli stipendi, almeno giustifica il rosso. Qui la giustizia si deve invece esser distratta un'attimino, ma tanto nel nostro paese la responsabilita' e' sempre di qualcun'altro. E se faccio fallire un'azienda, specie se pubblica, di solito ci guadagno anche una bella liquidazione.
Ultima curiosita' di oggi. Vorrei sapere come i sindacati ci spiegheranno che impedire l'ingresso di Alitalia allo stremo nel più grande e solido gruppo aereo del mondo e farla fallire corrisponda all'interesse dei lavoratori. Spero che a farlo si impegnino prossimamente un po' piu' di cosi'. Dopo il bieco tentativo di Berlusconi di manipolare per fini propagandistici la cessione dell'azienda, che di fatto l'ha invece spinta sul bordo del precipizio, un degno finale di una farsa "alitaliana".

martedì 20 novembre 2007

Il perdono


A voi che mi ascoltate dico: Amate i vostri nemici, fate del bene a coloro che vi odiano, benedite coloro che vi maledicono, pregate per coloro che vi maltrattano. A chi ti percuote sulla guancia porgi anche l’altra (Luca 6,27-29)

Il campo nazista di Ravensbrück fu l’unico grande Lager destinato alla "detenzione preventiva" femminile, in particolare rivolto alle donne comuniste. Era stato costruito dalle SS a partire dal Novembre 1938, sulle rive del lago Schwed vicino a Furstenberg, nel Mecklenburg (80 km. a nord di Berlino in una proprietà personale di Himmler). Il campo era condotto da una speciale sezione femminile delle SS, particolarmente feroci e crudeli. Dal 1939 al 1945, vi vennero detenute più di 132.000 tra donne e bambini, che appartenevano a più di 40 nazioni, ma principalmente Ebrei, Rom e Sinti, e, a partire dal 1941, anche 20.000 uomini. Si stima che le donne uccise siano state circa 92.000, in particolare nell’ultima fase della guerra (dall’aprile 1944 era entrata in funzione una camera a gas). Poco prima della fine della guerra, circa 7500 detenute vennero portate in salvo in Svizzera ed in Svezia grazie all’intervento della Croce Rossa Internazionale, e di quelle Svedese e Danese. Le decine di migliaia di donne rimaste vennero costrette dalle SS ad una "marcia della morte" verso nord-ovest. Il 30 Aprile 1945 l’Armata Rossa liberò 3000 detenute rimaste al campo, degenti per le gravi condizioni di salute.
Quel giorno, in quel campo in bilico sul mare di violenza e di terrore nel quale i nazisti hanno tentato di far affogare le proprie vittime, nel bel mezzo della tragedia Nazista, fu ritrovata questa preghiera. Ecce homo.

Signore, ricordati
non solo degli uomini di buona volonta'
ma anche di quelli di cattiva volonta'.

Non ricordarti di tutte le sofferenze
che ci hanno inflitto,
ricordati, invece,
dei frutti che abbiamo portato
grazie al nostro soffrire:
la nostra fraternita', la lealta', l'umilta'
il coraggio, la generosita', la grandezza di cuore
che sono fioriti
da tutto cio' che abbiamo patito.

E quando questi uomini
giungeranno al giudizio
fa' che tutti quei frutti che abbiamo fatto nascere
siano il loro perdono.


mercoledì 25 luglio 2007

Ancora apologia


Non solo in Veneto. Anche in Toscana, al sole della Versilia, il revisionismo e l'apologia del fascismo vanno di moda nelle amministrazioni comunali. Apprendo da Controradio che il vicesindaco del comune di Pietrasanta sfoggia alla finestra della sua attivita' commerciale, accanto alla bandiera italiana, una bandiera della "X Mas". Gia' unita' della Marina Italiana, i simboli della "X Mas" vennero poi utilizzati da una famigerato corpo della Repubblica di Salo' che si distinse per rappresaglie contro civili e sostegno all'occupante nazista nella lotta ai gruppi partigiani. Pare che la bandiera sia poi stata ammainata, ma spero che secondo la Costituzione il vice sindaco (FI) Giovannetti sia stato gia' accusato di quell'apologia di fascismo che nonostante vari tentativi nella scorsa legislatura ancora resiste nel nostro ordinamento.
Nel frattempo il presidente dell'Associazione dei reduci della strage nazifascista di S.Anna di Stazzema, molto vicina a Pietrasanta, risponde alla provocazione ancora piu' grave provenendo da chi ha compiti istituzionali:

Sono Enrico Pieri e quale Presidente dell’Associazione “Martiri di S.Anna di Stazzema”, è mia volontà e dovere, a nome di tutte le vittime di S.Anna, dei superstiti e dei loro familiari, esternare la mia profonda indignazione nell’apprendere il provocatorio affronto messo in atto a Pietrasanta, dove nello stabile di uno dei rappresentanti istituzionali cittadini, sventola la bandiera della famigerata “ X Mas”. L’esposizione di quella bandiera è un oltraggio non solo per le vittime del nazifascismo, ma è anche un vile gesto nei confronti di tutti i superstiti che portano dentro le ferite di quel periodo, è un’offesa per le loro famiglie, è una mancanza di rispetto non solo per quei cittadini che ricordano le efferate gesta di quel corpo militare, ma lo è anche per tutti quei visitatori di Pietrasanta da oggi non più solo nota come “Piccola Atene”, ma anche come terra di nostalgici di un regime stigmatizzato dai principi della nostra Costituzione. L’esposizione di quella bandiera è poi un insulto per tutti quei visitatori che, a migliaia, salgono a S.Anna di Stazzema, dove parecchi superstiti ricordano ancora la presenza e la partecipazione alla strage di uomini che parlavano il versiliese. Io, essendo un superstite dell’eccidio di S.Anna, ho provato sulla mia pelle la crudeltà del nazifascismo, e so anche cosa significhi essere un emigrante italiano, però credo in un’ Europa Unita e nella pace tra i popoli, così, mentre tra pochi giorni, dopo 63 anni, l’organo della Chiesa di S.Anna di Stazzema, tornerà a suonare grazie al contributo di cittadini tedeschi, voglio e chiedo rispetto per la Memoria delle vittime, dei superstiti e delle loro famiglie da parte di Istituzioni che sono comunque regolate dai principi antifascisti della Carta Costituzionale.

S.Anna di Stazzema, 24 luglio 2007
Il Presidente dell’Associazione "Martiri di S. Anna" ENRICO PIERI

sabato 21 luglio 2007

Al posto giusto


Il sindaco di Verona e' il sindaco che tutti vorrebbero. Appena eletto ha subito inizato, come promesso in campagna elettorale, a cercare di "liberare Verona dagli zingari". Nell'attesa, ha autorizzato la caccia al piccione in centro citta'. Cosi' i cacciatori locali si potranno allenare per la prossima ventura caccia allo zingaro.

Ma non basta. Non basta tentare di manipolare la realta' a uso e consumo dei razzisti e degli intolleranti. Occorre anche manipolare la storia. Riporto da l'Unita':

Tre mesi di carcere per istigazione all'odio razziale, leader degli skinhead, dirigente della Fiamma Tricolore, membro del gruppo musicale "Gesta bellica", che come pezzi culto ha canzoni dedicate a Erik Priebke ("Il capitano") e a Rudolph Hess ("Vittima della democrazia"). Quale curriculum migliore per far parte dell'Istituto per la resistenza di Verona? La splendida idea di nominare il 35enne Andrea Miglioranzi («Fascista? Per me è un termine molto caro») come rappresentate del Comune all'ente fondato nel 1998 che ha tra i compiti quello di «raccogliere testimonianze di partigiani» è venuta alla maggioranza del consiglio comunale. Ancora elettrizzati dalla fresca nomina dopo l'elezione a sindaco dell'astro nascente della Lega Flavio Tosi (quello che come prima cosa ha cacciato gli «zingari» dalla città), i consiglieri della destra si sono sentiti di osare. Dovevano nominare due persone.

La prima è stata Lucia Canetti di Alleanza Nazionale. E già ci sarebbe di che discutere. Ma per secondo hanno scelto lui, «il camerata Miglioranzi». Uno che era già conosciuto nel mondo del "white power rock", ma è diventato ancora più famoso per essere il primo in Italia a finire in carcere per la legge Mancino sull'istigazione all'odio razziale. Nel 1996: tre componenti del gruppo (oltre a Miglioranzi, c'è il leader Alessandro Castorina, ora segretario provinciale della Fiamma Tricolore) organizzano un'aggressione nei confronti di uno "sharp" (skinheads di sinistra), reo di essere l'ispiratore di alcune iniziative musicali multietniche. Le minacce sono chiare: «A Verona queste cose non le vogliamo, se ci provi ancora sei morto». I picchiatori sono di Napoli, i mandanti si limitano ad osservare il pestaggio. Con entusiasmo. La Digos li arresta e, grazie all'applicazione della legge Mancino, scontano in carcere quasi tre mesi.

Qualcuno a Verona, città medaglia d'oro per la Resistenza, si è opposto. Oltre allo scultore e sopravvissuto ai campi di concentramento Vittore Bocchetta («Qui è peggio del periodo di Hitler, a Verona manca totalmente la memoria storica»), è la senatrice di Rifondazione Tiziana Valpiana a organizzare la protesta. «Io sono anche componente del direttivo dell'Istituto e posso promettere che Miglioranzi non varcherà mai la soglia della nostra sede. Mi impegno in nome dei miei parenti morti a Mathausen. La sua nomina è in spregio alla resistenza e già lunedì chiederò a Oscar Luigi Scalfaro, come presidente degli enti di ricerca sulla resistenza, di chiedere l'annullamento della nomina». La senatrice Valpiana, poi, dietro Miglioranzi vede la mano di Tosi. «Sono sicura che l'idea è sua. Il nuovo sindaco vuole mostrarsi come uomo forte, come nuovo Gentilini (l'ex sindaco di Treviso, ndr) e per farlo arriva a provocazioni come quella di nominare un fascista pregiudicato a custode della memoria dei partigiani».

E difatti il neo sindaco di Verona (accomunato a Miglioranzi per una condanna, ancora non definitiva, per lo stesso reato) non si nasconde. «Le nomine sono del Consiglio comunale, ma li avrei votati anch'io se fossi stato presente. I due consiglieri nominati sono sicuramente persone preparate, con idee politiche magari diverse. Ma sono convinto che possano portare un confronto positivo all'interno dell'Istituto, non per riscrivere la storia o per fare del revisionismo, ma per approfondire alcuni aspetti sui quali fino ad ora c'è stata minore sensibilità». Oltre a Tosi, a Miglioranzi è stata espressa solidarietà dal presidente veronese di An Massimo Giorgetti. «In democrazia funziona così, non capisco lo sconcerto. E poi mi pare che il dopoguerra sia finito da un pezzo», ha commentato stupito al "Corriere di Verona".

Insomma, Miglioranzi (e Canetti di An) potranno dimostrare che i partigiani stavano dalla parte sbagliata e che i giusti stavano vicino Verona, nella Repubblica Sociale di Salò. Miglioranzi potrà farlo canticchiando le canzoni del suo gruppo. Come "Feccia Rossa": "feccia rossa/nemica della civiltà/ bestia senza umanità/ la celtica croce vincerà". Oppure "8 settembre '43": "una data senza perché/ è giunta l'ora della viltà/ un altro marchio di infamità/ Ma io sono camicia nera/ nel mio cuore una fede sincera".

giovedì 14 giugno 2007

Saper obbedire

Un ordine era un ordine, ragazzo. Non commettemmo alcun crimine. Facemmo quello che ci era stato ordinato, e questo, sa, non è un crimine

Cosi' Erik Priebke, capitano delle SS tedesche durante la Seconda Guerra Mondiale e responsabile dell'eccidio delle Fosse Ardeatine, poco tempo prima di essere estradato in Italia, si giustifico' con il produttore di Hollywood che lo trovo' a Bariloche, in Argentina, mentre girava un documentario sui rifugiati Nazisti.

...E così siamo giunti a quest'assurdo che l'uomo delle caverne se dava una randellata sapeva di far male e si pentiva. L'aviere dell'era atomica riempie il serbatoio dell'apparecchio che poco dopo disintegrerà 200.000 giapponesi e non si pente.
A dar retta ai teorici dell'obbedienza e a certi tribunali tedeschi, dell'assassinio di sei milioni di ebrei risponderà solo Hitler. Ma Hitler era irresponsabile perché pazzo. Dunque quel delitto non è mai avvenuto perché non ha autore.
C'è un modo solo per uscire da questo macabro gioco di parole.
Avere il coraggio di dire ai giovani che essi sono tutti sovrani, per cui l'obbedienza non è ormai più una virtù, ma la più subdola delle tentazioni, che non credano di potersene far scudo né davanti agli uomini né davanti a Dio, che bisogna che si sentano ognuno l'unico responsabile di tutto...

Cosi' Don Lorenzo Milani, priore di Barbiana, nella splendida lettera ai giudici per il processo avviato dopo una denuncia per apologia di reato da parte dei Cappellani Militari dopo una sua lettera ai giornali in difesa dell'obiezione di coscienza. Un testo bellissimo, sulla non giusticabilita' della guerra e sulla responsabilita' individuale, che e' possibile leggere interamente on line.

Certo che oggi, quando ormai si bruciano tricolori, si dichiara la secessione e si invoca lo sciopero fiscale, l'apologia di reato fa sorridere. E soprattutto lascia molto perplessi che un uomo condannato all'ergastolo per crimini contro l'umanita', e mai dichiaratosi pentito, sia rimesso in libertà, godendone pienamente anche se con qualche restrizione solo formale. Per lavorare, a 93 anni, nello studio del suo avvocato, lui che in passato ha fatto solo il cameriere e il capitano nell'esercito. Per giunta proprio mentre si chiede di non alzare l'eta' pensionabile.

L'obbedienza non e' piu' una virtu'. Qualcuno, anche se in ritardo, l'ha capito. Come il vice-questore Fournier, che ha ammesso le gravissime responsabilita' della squadra mobile nell'irruzione alla scuola Diaz durante il G8 di Genova. Speriamo non finisca come con chi il giorno successivo ha sparato, che questo e' reato, non solo apologia.

martedì 5 giugno 2007

Un singolo che non poteva fare nulla


Tre eventi, tra quelli che hanno segnato la storia, hanno avuto un impatto decisivo durante la mia prima adolescenza. Avevo tra i 12 e 14 anni, e guardavo dal telegiornale, che mio padre si ostinava a voler seguire al posto di bellissimi cartoni animati, il mondo che cambiava velocemente e radicalmente. Capivo poco, chiedevo qualcosa, altro rimaneva misterioso. Ma delle televisione mi hanno sorprendentemente colpito piu' queste cose che l'Uomo Tigre e Mazinga, di cui oggi ricordo quasi nulla.

Oggi ricorre l'anniversario del primo di questi eventi, forse quello che piu' di tutti mi ha segnato e colpito. Era il 1989, un anno destinato a cambiare per sempre l'assetto geopolitico mondiale. Gli studenti cinesi manifestavano da aprile in Piazza Tiananmen a Pechino per denunciare la corruzione e la mancanza di liberta' civili e chiedere la democrazia. Si radurano in centinaia di migliaia per diverse manifestazioni, cominciarono un lungo sciopero della fame, innalzarono in pochi giorni una grande statua di cartapesta e polistirolo, la Dea della Democrazia, al centro della piazza. Non si fermarono neppure dopo la dichiarazione della legge marziale. La notte del 4 giugno il governo cinese represse nel sangue la rivolta, mandando l'esercito con tanto di carri armati a riprendere il controllo della citta', causando migliaia di morti e decine di migliaia di feriti.

Non capivo molto di quanto stava accadendo. Sapevo solo che quei ragazzi stavano rischiando grosso per poter vivere in un paese migliore e piu' giusto, non capivo come fosse possibile che un'esercito potesse sparare sulla propria gente. Il 5 giugno, quando ormai la durissima repressione era in atto e i massacri si moltiplicavano, un'immagine fece il giro del mondo. Un ragazzo, di cui non si seppe piu' nulla, in una strada nei pressi della piazza fermo davanti a una fila di carrarmati armato solo di due sacchetti della spesa riusci' a fermarli per attimi interminabili.



Era anche lui un singolo che non poteva fare nulla. Eppure sposto' quei carri. Perche' allora non provare anche noi a spostare le montagne? Questo lo capii bene. Non esistono uomini soli che non possono fare nulla.

lunedì 4 giugno 2007

Venga il tuo Regno


Il 4 giugno 1989 Solidarność, sindacato cattolico guidato da Lech Walesa, vinceva le prime elezioni libere in Polionia dal dopoguerra, innescando la protesta contro i regimi comunisti in gran parte dell'Europa orientale.

A questo proposito, proprio in questi giorni sto leggendo un libro che per molto tempo ho tenuto sul comodino, senza decidermi ad aprirlo. Si tratta di "Lettere alle Claustrali" di Giorgio La Pira, padre costituente, deputato, sindaco di Firenze e grande uomo di fede. Il libro e' una raccolta di lettere circolari scritte da La Pira tra il 1951 e il 1971 ai monasteri di clausura femminili dell'Italia e poi di varie parti del mondo. Siamo in piena guerra fredda, e dalle lettere traspare chiara la tensione per l'ordine mondiale mai come in quel momento appeso ad un filo, insieme alla concezione e l'interconnessione che hanno per La Pira il ruolo della politica, del Cristianesimo, e del senso della Storia. Niente di piu' lontano dai "teo-con" e altri esagitati di oggi. Il comunismo marxista e' allora per La Pira "un Cristianesimo spezzato in due", che raccoglie "valori come lavoro, casa, assistenza, elevazione degli umili, primato del bene comune" che sono "valori elementari di cui e' tessuta tanta parte dell'Evangelo", ma che "ha spezzato con violenza, sino alla radice, questa unita' di divino e di umano, di cielo e di terra; ha spezzato l'unita' di Cristo." La Pira e' davvero profetico, in quanto capace di leggere anche nei momenti piu' bui della storia "i segni dei tempi", e trasformare la tensione e il timore per il domani in una speranza illuminata dalla fede. In quanto capace di portare questo messaggio al di la' delle barriere politiche, religiose e geografiche. Nella certezza che la Storia non va verso la rovina, ma cammina verso un fine:

Dove va la storia della Chiesa e quella dei popoli? Ormai possiamo rispondere con chiarezza e precisione di termini: va (malgrado tutto e nonostante tutto) verso la nuova pienezza dei tempi [...], in cui il corpo delle nazioni sara' organicamente composto in unita' ed in pace. [...] Che tempo fara' domani? Bel tempo, Madre Reverenda: bel tempo malgrado tutto e nonostante tutto: malgrado tempeste locali e ondate superficiali qua e la' furiose, il fondo dell'oceano e' ormai pacificato. [...] La speranza teologale e' la bandiera che si alza sulla poppa della nostra nave e che viene elevata al cospetto dei popoli, come segno di grazia, di pace e di vittoria.

E tuttavia e' oggi piu' che mai necessario "pregare e remare perche' la nostra nave si avvii, malgrado ogni resistenza verso i lidi della grazia e della pace".

Concludo allora con una bellissimo estratto di una teologa Evangelica, che credo colga in pieno il messaggio davvero rivoluzionario del Vangelo, in cui la costruzione di un mondo migliore e' portata avanti dalle nostre mani e dalla nostra volonta'. Un credo per il tempo secolare.
Io credo in Dio,
che non ha fatto il mondo già finito

come una cosa che deve rimanere per sempre così;

che lo regge non secondo leggi eterne
immutabilmente valide,
non secondo ordinamenti naturali

di poveri e ricchi,
competenti e non competenti,
dominanti e dominati.


Io credo in Dio,

che vuole la contraddizione in ciò che è vivo,

e il mutamento di tutte le situazioni

per il tramite del nostro lavoro,
per il tramite della nostra politica.

Io credo in Gesù Cristo,
che aveva ragione quando egli,

"un singolo che non poteva fare nulla"
come noi,
lavorava al cambiamento di tutto le situazioni

e perciò dovette soccombere.

Confrontandomi con Lui io riconosco

come la nostra intelligenza sia atrofizzata,

la nostra fantasia spenta,
la nostra fatica sprecata,
perché noi non viviamo come lui viveva.
Ogni giorno io ho paura
che sia morto invano
perché è sotterrato nelle nostre chiese,

perchè noi abbiamo tradito la sua rivoluzione

in obbedienza e paura
davanti alle autorità.

Io credo in Gesù Cristo,

che risorge nella nostra vita,

perche' noi diventiamo liberi

da pregiudizi e conformismo,

da paura e odio,

e portiamo avanti la sua rivoluzione
per il suo Regno.

Io credo nello Spirito

che con Gesù è venuto nel mondo,

alla comunità di tutti i popoli,

e alla nostra responsabilità
per quello
che sarà della nostra terra,
una valle piena di afflizione fame e violenza

o la città di Dio.


Io credo nella pace giusta,

che è fattibile nella possibilità di una vita che abbia senso

per tutti gli uomini e le donne

nel futuro di questo mondo di Dio.

(da Teologia Politica, Dorothee Sölle)

mercoledì 25 aprile 2007

25 Aprile


Oggi e' un giorno speciale. E' il giorno in cui la nostra Costituzione nasce dalle rovine della guerra, grazie alla lotta e al sacrificio di chi non ha smesso di sperare in un mondo e in un'Italia migliore.


Da "Il sentiero dei nidi di ragno", Italo Calvino

Ora il commissario Kim e il comandante Ferriera camminano soli per la montagna buia, diretti a un altro accampamento.
- Ti sei convinto che è uno sbaglio,
Kim? — dice Ferriera.
Kim scuote il capo: - Non è uno sbaglio, - dice.
- Ma sì, - fa il comandante. - È stata un'idea sbagliata la tua, di fare un distaccamento tutto di uomini poco fidati, con un comandante meno fidato ancora. Vedi quello che rendono. Se li dividevamo un po' qua un po' là in mezzo ai buoni era più facile che rigassero dritti.
Kim continua a mordersi i baffi: - Per me, - dice, - questo è il distaccamento di cui sono più contento.

Ci manca poco che Ferriera perda la sua calma: alza gli occhi freddi e si gratta la fronte: - Ma
Kim, quando la capirai che questa è una brigata d'assalto, non un laboratorio d'esperimenti? Capisco che avrai le tue soddisfazioni scientifiche a controllare le reazioni di questi uomini, tutti in ordine come li hai voluti mettere, proletariato da una parte, contadini dall'altra, poi sottoproletari come li chiami tu... Il lavoro politico che dovresti fare, mi sembra, sarebbe di metterli tutti mischiati e dare coscienza di classe a chi non l'ha e raggiungere questa benedetta unità... Senza contare il rendimento militare, poi... Kim ha difficoltà a esprimersi, scuote il capo: - Storie, - dice, - storie. Gli uomini combattono tutti, c'è lo stesso furore in loro, cioè non lo stesso, ognuno ha il suo furore, ma ora combattono tutti insieme, tutti ugualmente, uniti. Poi c'è il Dritto, c'è Pelle... Tu non capisci quanto loro costi... Ebbene anche loro, lo stesso furore... Basta un nulla per salvarli o per perderli... Questo è il lavoro politico... Dare loro un senso... Quando discute con gli uomini, quando analizza la situazione, Kim è terribilmente chiaro, dialettico. Ma a parlargli cosi, a quattrocchi, per fargli esporre le sue idee, c'è da farsi venire le vertigini. Ferriera vede le cose più semplici: - Ben, diamoglielo questo senso, quadriamoli un po' come dico io. Kim si soffia nei baffi: - Questo non è un esercito, vedi, da dir loro: questo è il dovere. Non puoi parlar di dovere qui, non puoi parlare di ideali: patria, libertà, comunismo. Non ne vogliono sentir parlare di ideali, gli ideali son buoni tutti ad averli, anche dall'altra parte ne hanno di ideali. Vedi cosa succede quando quel cuoco estremista comincia le sue prediche? Gli gridano contro, lo prendono a botte. Non hanno bisogno di ideali, di miti, di evviva da gridare. Qui si combatte e si muore cosi, senza gridare evviva. - E perché allora? - Ferriera sa perché combatte, tutto è perfettamente chiaro in lui. - Vedi, - dice Kim, - a quest'ora i distaccamenti cominciano a salire verso le postazioni, in silenzio. Domani ci saranno dei morti, dei feriti. Loro lo sanno. Cosa li spinge a questa vita, cosa li spinge a combattere, dimmi? Vedi, ci sono i contadini, gli abitanti di queste montagne, per loro è già più facile. I tedeschi bruciano i paesi, portano via le mucche. È la prima guerra umana la loro, la difesa della patria, i contadini hanno una patria. Cosi li vedi con noialtri, vecchi e giovani, con i loro fucilacci e le cacciatore di fustagno, paesi interi che prendono le armi; noi difendiamo la loro patria, loro sono con noi. E la patria diventa un ideale sul serio per loro, li trascende, diventa la stessa cosa della lotta: loro sacrificano anche le case, anche le mucche pur di continuare a combattere. Per altri contadini invece la patria rimane una cosa egoistica: casa, mucche, raccolto. E per conservare tutto diventano spie, fascisti; interi paesi nostri nemici... Poi, gli operai. Gli operai hanno una loro storia di salari, di scioperi, di lavoro e lotta a gomito a gomito. Sono una classe, gli operai. Sanno che c'è del meglio nella vita e che si deve lottare per questo meglio. Hanno una patria anche loro, una patria ancora da conquistare, e combattono qui per conquistarla. Ci sono gli stabilimenti giù nelle città, che saranno loro; vedono già le scritte rosse sui capannoni e bandiere alzate sulle ciminiere. Ma non ci sono sentimentalismi, in loro. Capiscono la realtà e il modo di cambiarla. Poi c'è qualche intellettuale o studente, ma pochi, qua e là, con delle idee in testa, vaghe e spesso storte. Hanno una patria fatta di parole, o tutt'al più di qualche libro. Ma combattendo troveranno che le parole non hanno più nessun significato, e scopriranno nuove cose nella lotta degli uomini e combatteranno cosi senza farsi domande, finché non cercheranno delle nuove parole e ritroveranno le antiche, ma cambiate, con significati ma a un altro, con un gioco di trasposizioni da slogare il cervello, in cui ogni cosa o persona diventa un'ombra cinese, un mito insospettato. Poi chi c'è ancora? Dei prigionieri stranieri, scappati dai campi di concentramento e venuti con noi; quelli combattono per una patria vera e propria, una patria lontana che vogliono raggiungere e che è patria appunto perché è lontana. Ma capisci che questa è tutta una lotta di simboli; che uno per uccidere un tedesco deve pensare non a quel tedesco? Ferriera arriccia la burba bionda; non vede nulla di tutto questo, lui. - Non è così - dice. - Non è cosi, — continua Kim, - lo so anch'io. Non è cosi. Perché c'è qualcos'altro, comune a tutti, un furore. Il distaccamento del Dritto: ladruncoli, carabinieri, militi, borsaneristi, girovaghi. Gente che s'accomoda nelle piaghe della società, e s'arrangia in mezzo alle storture, che non ha niente da difendere è niente da cambiare. Oppure tarati fisicamente, o fissati, o fanatici. Un'idea rivoluzionaria in loro non può nascere, legati come sono alla ruota che li macina. Oppure nascerà storta, figlia della rabbia, dell'umiliazione, come negli sproloqui del cuoco estremista. Perché combattono, allora? Noia hanno nessuna patria, né vera né inventata. Eppure tu sai che c'è coraggio, che c'è furore anche in loto. È l'offesa della loro vita, il buio della loro strada, il sudicio della loro casa, le parole oscene imparate fin da bambini, la fatica di dover essere cattivi. E basta un nulla, un passo falso, un impennamento dell'anima e ci si trova dall'altra parte, come Pelle, dalla brigata nera, a sparare con lo stesso furore, con lo stesso odio, contro gli uni o contro gli altri, fa lo stesso.

Ferriera mugola nella barba: - Quindi, lo spirito dei nostri... e quello della brigata nera... la stessa cosa?... - La stessa cosa, intendi cosa voglio dire, la stessa cosa... - Kim s'è fermato e indica con un dito come se tenesse il segno leggendo; - la stessa cosa ma tutto il contrario. Perché qui si è nel giusto, là nello sbagliato. Qua si risolve qualcosa, là ci si ribadisce la catena. Quel peso di male che grava sugli uomini del Dritto, quel peso che grava su tutti noi, su me, su te, quel furore antico che è in tutti noi, e che si sfoga in spari, in nemici uccisi, è lo stesso che fa sparare i fascisti, che li porta a uccidere con la stessa speranza di purificazione, di riscatto. Ma allora c'è la storia. C'è che noi, nella storia, siamo dalla parte del riscatto, loro dall'altra. Da noi, niente va perduto, nessun gesto, nessuno sparo, pur uguale al loro, m'intendi? uguale al loro, va perduto, tutto servirà se non a liberare noi a liberare i nostri figli, a costruire un'umanità senza più rabbia, serena, in cui si possa non essere cattivi. L'altra è la parte dei gesti perduti; degli inutili furori, perduti e inutili anche se vincessero, perché non fanno storia, non servono a liberare ma a ripetere e perpetuare quel furore e quell'odio, finché dopo altri venti o cento o mille anni si tornerebbe così, noi e loro, a combattere con lo stesso odio anonimo negli occhi e pur sempre, forse senza saperlo, noi per redimercene, loro per restarne schiavi. Questo è il significato della lotta, il significato vero, totale, al di là dei vari significati ufficiali. Una spinta di riscatto umano, elementare, anonimo, da tutte le nostre umiliazioni: per l'operaio dal suo sfruttamento, per il contadino dalla sua ignoranza, per il piccolo borghese dalle sue inibizioni, per il paria dalla sua corruzione. Io credo che il nostro lavoro politico sia questo, utilizzare anche la nostra miseria umana, utilizzarla contro se stessa, per la nostra redenzione, così come i fascisti utilizzano la miseria per perpetuare la miseria, e l'uomo contro l'uomo.

Di Ferriera, nel buio, si vedono l'azzurro degli occhi e il biondo della barba: scuote il capo. Lui non conosce il furore: è preciso come un meccanico e pratico come un montanaro, la lotta è una macchina esatta per lui, una macchina di cui si sa il funzionamento e lo scopo. - Pare impossibile, - dice, - pare impossibile che con tante balle in testa tu sappia fare il commissario come si deve e parlare agli uomini con tanta chiarezza. A Kim non dispiace che Ferriera non capisca: agli uomini come Ferriera si deve parlare con termini esatti, « a, bi, ci » « deve dire, le cose sono sicure o sono « balle », non ci sono zone ambigue ed oscure per loro. Ma Kim non pensa questo perché si creda superiore a Ferriera: Il suo punto d'arrivo è poter ragionate come Ferriera, non aver altra realtà all'infuori di quella di Ferriera, tutto il resto non serve. - Ben. Ti saluto -. Sono giunti a un bivio. Ora Ferriera andrà dal Gamba e Kim da Baleno. Devono ispezionare tutti i distaccamenti quella notte, prima della battaglia e bisogna che si separino. Tutto il retto non serve. Kim cammina solo per i sentieri, con appesa alla spalla quell'arma smilza che sembra una stampella rotta: lo sten. Tutto il resto non serve. I tronchi nel buio hanno strane forme umane. L'uomo porte dentro in sé le sue paure bambine per tutta la vita. « Forse, - pensa Kim, - se non fossi commissario di brigata avrei paura. Arrivare a non aver più paura, questa è la meta ultima dell'uomo ». Kim è logico, quando analizza con i commissari la situazione dei distaccamenti, ma quando ragiona andando da solo per i sentieri, le cose ritornano misteriose e magiche, la vita degli uomini piena di miracoli. Abbiamo ancora la testa piena di miracoli e di magie, pensa Kim. Ogni tanto gli sembra di camminare in un mondo di simboli, come il piccolo Kim in mezzo all'India, nel libro di Kipling tante volte riletto da ragazzo.

«
Kim... Kim... Chi è Kim?... » Perché lui cammina quella notte per la montagna, prepara una battaglia, ha ragione di vite e di morti, dopo la sua melanconica infanzia di bambino ricco, dopo la sua scialba adolescenza di ragazzo timido? A volte gli sembra d'essere in preda a furibondi squilibri, d'agire in preda all'isteria. No, i suoi pensieri sono logici, può analizzare ogni cosa con perfetta chiarezza. Ma non è un uomo sereno. Sereni erano i suoi padri, i grandi padri borghesi che creavano la ricchezza. Sereni sono i proletari che sanno quel che vogliono, i contadini che ora vegliano di sentinella ai loro paesi, sereni sono i sovietici che hanno deciso tutto e ora fanno la guerra con accanimento e metodo, non perché sia bello, ma perché bisogna. I bolscevichi! L'Unione Sovietica forse è già un paese sereno. Forse non c'è più miseria umana, laggiù. Sarà mai sereno, lui, Kim? Forse un giorno si arriverà ad essere tutti sereni, e non capiremo più tante cose perché capiremo tutto. Ma qui gli uomini hanno occhi torbidi e facce ispide, ancora, e Kim è affezionato a questi uomini, al riscatto che si muove in loro. Quel bambino del distaccamento del Dritto, come si chiama? Pin? Con quello struggimento di rabbia nel viso lentigginoso, anche quando ride... Dicono sia fratello di una prostituta. Perché combatte? Non sa che combatte per non essere più fratello di una prostituta. E quei quattro cognati « terroni » combattono per non essere più dei «terroni», poveri emigrati, guardati come estranei. E quel carabiniere combatte per non sentirsi più carabiniere, sbirro alle costole dei suoi simili. Poi Cugino, il gigantesco, buono e spietato Cugino... dicono che vuole vendicarsi d'una donna che l'ha tra-dito... Tutti abbiamo una ferita segreta per riscattare la quale combattiamo. Anche Ferriera? Forse anche Ferriera: la rabbia a non poter fare andare il mondo come vuoi lui Lupo Rosso, no: per Lupo Rosso tutto quel che vuole è possibile. Bisogna fargli volere delle cose giuste: questo è lavoro politico, lavoro da commissario. E imparare che è giusto quello che lui vuole: anche questo è lavoro politico, lavoro da commissario. Un giorno forse io non capirò più queste cose, pensa Kim, tutto sarà sereno in me e capirò gli uomini in tutt'altro modo, più giusto, forse. Perché: forse? Bene, io allora non dirò più forse, non ci saranno più forse in me. E farò fucilare il Dritto. Adesso sono troppo legato a loro, a tutte le loro storture. Anche al Dritto: io so che il Dritto deve soffrire terribilmente, per quel suo puntiglio di fare la carogna a tutti i costi. Non c'è nulla più doloroso al mondo di essere cattivi. Un giorno da bambino mi rinchiusi in camera per due giorni senza mangiare. Soffrii terribilmente ma non aprii e dovettero venire a prendermi con una scala dalla finestra. Avevo una voglia enorme d'essere compatito. Il Dritto fa lo stesso. Ma sa che lo fucileremo. Vuole esser fucilato. È una voglia che prende alle volte, agli uomini. E Pelle, cosa farà a quest'ora, Pelle? Kim cammina per un bosco di larici e pensa a Pelle laggiù nella città, con la testa da morto sul berretto, che gira di pattuglia per il coprifuoco. Sarà solo, Pelle, con il suo odio anonimo, sbagliato, solo col suo tradimento che gli rode dentro e lo fa essere ancora più cattivo per giustificarsi. Sparerà raffiche ai gatti, nel coprifuoco, con rabbia, e i borghesi sussulteranno nei letti, svegliandosi agli spari. Kim pensa alla colonna di tedeschi e fascisti che forse stanno già avanzando su per la vallata, verso l'alba che porterà la morte a dilagare su di loro, dalle creste delle montagne. È la colonna dei gesti perduti: ora un soldato svegliandosi a uno scossone del camion pensa: ti amo, Kate. Tra sei, sette ore morirà, lo uccideremo; anche se non avesse pensato: ti amo, Kate, sarebbe stato lo stesso, tutto quello che lui fa e pensa è perduto, cancellato dalla storia. Io invece cammino per un bosco di larici e ogni mio passo è storia; io penso: ti amo, Adriana, e questo è storia, ha grandi conseguenze, io agirò domani in battaglia come un uomo che ha pensato stanotte: « ti amo, Adriana ». Forse non farò cose importanti, ma la storia è fatta di piccoli gesti anonimi, forse domani morirò, magari prima di quel tedesco, ma tutte le cose che farò prima di morire e la mia morte stessa saranno pezzetti di storia, e tutti i pensieri che sto facendo adesso influiscono sulla mia storia di domani, sulla storia di domani del genere umano. Certo io potrei adesso invece di fantasticare come facevo da bambino, studiare mentalmente i particolari dell'attacco, la disposizione delle armi e delle squadre. Ma mi piace troppo continuare a pensare a quegli uomini, a studiarli, a fare delle scoperte su di loro. Cosa faranno «dopo», per esempio? Riconosceranno nell'Italia del dopoguerra qualcosa fatta da loro? Capiranno il sistema che si dovrà usare allora per continuare la nostra lotta, la lunga lotta sempre diversa del riscatto umano? Lupo Rosso lo capirà, io dico: chissà come farà a metterlo in pratica, lui cosi avventuroso e ingegnoso, senza più possibilità di colpi di mano ed evasioni? Dovrebbero essere tutti come Lupo Rosso. Dovremmo essere tutti come Lupo Rosso. Ci sarà invece chi continuerà col suo furore anonimo, ritornato individualista, e perciò sterile: cadrà nella delinquenza, la grande macchina dai furori perduti, dimenticherà che la storia gli ha camminato al fianco, un giorno, ha respirato attraverso i suoi denti serrati. Gli ex fascisti diranno: i partigiani! Ve lo dicevo io! Io l'ho capito subito! E non avranno capito niente, né prima, né dopo. Kim un giorno sarà sereno. Tutto è ormai chiaro in lui: il Dritto, Pin, i cognati calabresi. Sa come comportarsi con l'uno e con l'altro, senza paura né pietà. Alle volte camminando nella notte le nebbie degli animi gli si condensano intorno, come le nebbie dell'aria, ma lui è un uomo che analizza, « a, bi, ci », dirà ai commissari di distaccamento, è un « bolscevico », un uomo che domina le situazioni. Ti amo, Adriana. La valle è piena di nebbie e Kim cammina su per una costiera sassosa come sulle rive di un lago. I larici escono dalle nuvole come pali per attraccare barche. Kim... Kim... chi è Kim? Il commissario di brigata si sente come l'eroe del romanzo letto nella fanciullezza: Kim, il ragazzo mezzo inglese mezzo indiano che viaggia attraverso l'India col vecchio Lama Rosso, per trovare il fiume della purificazione. Due ore fa parlava con quel barabba del Dritto, con il fratellino della prostituta, ora arriva al distaccamento di Baleno, il migliore della Brigata. C'è la squadra dei russi, con Baleno, ex prigionieri scappati dai lavori di fortificazione del confine. - Chi va là! È la sentinella: un russo. Kim dice il suo nome.
- Portare novità, commissario?
È
Aleksjéi, figlio d'un mugik, studente in ingegneria.
- Domani c'è battaglia,
Aleksjéi.
- Battaglia? Cento fascisti
kaput?
- Non so quanti
kaput, Aleksjéi. Non so bene neanche quanti vivi.
- Sali e tabacchi, commissario.
Sali e tabacchi è la frase italiana che ha fatto più impressione su
Aleksjéi, la ripete sempre come un intercalare, un augurio.
- Sali e tabacchi,
Aleksjéi.

Domani sarà una grande battaglia.
Kim è sereno. « A, bi, ci », dirà. Continua a pensare: ti amo, Adriana. Questo, nient'altro che questo, è la storia.