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venerdì 14 ottobre 2011

99%

Aumenta il numero di persone accampate in via Nazionale a Roma sui gradini del palazzo delle Esposizioni a pochi metri dalla sede della Banca d'Italia...

venerdì 25 febbraio 2011

Il cambiamento e' possibile

Mentre in Libia i ribelli avanzano (secondo il dittatore sotto l'effetto di droghe allucinogene) e Gheddafi cerca di lasciarsi alle spalle un bagno di sangue, in Italia si discute solo di migranti e di sbarchi. Anzi, Lamberto Dini (già presidente del Consiglio e ministro degli esteri, già membro del comitato fondatore del Partito Democratico, oggi senatore del Popolo delle Libertà e presidente della commissione esteri) dichiarava:


«L’Italia non auspica la fine del Colonnello, non abbiamo ragioni per volere la caduta di un leader che oggi intrattiene buoni rapporti con tutta la comunità internazionale»


Nelle stesse ore,  alcuni aerei militari della Corea del Sud hanno lanciato in Corea del Nord diversi volantini (oltre cibo, medicine e radio) che raccontano delle recenti proteste antigovernative in Egitto e in Libia. I volantini sono destinati alla popolazione nordcoreana con «l’obiettivo di incoraggiarla a pensare che il cambiamento è possibile», stando a quanto ha detto alla stampa il parlamentare conservatore sudcoreano Song Young. Qui per i lettori dalal Corea del Nord la mappa interattiva dei twitter dai paesi arabi in rivolta.
In Italia niente lancio di volantini, ma la Camera approva la fiducia sul milleproroghe, il primo di 3 voti di fiducia in una settimana, grazie a 34 deputati assenti o che non hanno votato, fra i quali Antonio Di Pietro.

sabato 12 febbraio 2011

11 Febbraio 2011

Moubarak se n'e' andato, dopo un’insurrezione popolare spontanea e inattesa, lasciando la nipote in Italia da Berlusconi. E ora, ahinoi, speriamo nell'esercito...

giovedì 16 dicembre 2010

Rivoluzione

Chi si spaventa quando sente dire
"rivoluzione"
forse non ha capito.

Non è rivoluzione tirare una sassata in testa a uno sbirro,
sputare addosso a un poveraccio che ha messo una divisa
non sapendo come mangiare;
non è incendiare il municipio o le carte in catasto
per andare da stupidi in galera
rinforzando il nemico di pretesti.

Quando ci si agita per giungere al potere e non si arriva
non è rivoluzione, si è mancata;
se si giunge al potere e la sostanza dei rapporti rimane come prima,
rivoluzione tradita.

Rivoluzione è distinguere il buono già vivente,
sapendolo godere sani, senza rimorsi,
amore, riconoscersi con gioia.

Rivoluzione
è curare il curabile profondamente e presto,
è rendere ciascuno responsabile.

Rivoluzione è incontrarsi con sapiente pazienza
assumendo rapporti essenziali tra terra, cielo e uomini:
ostie sì, quando necessita, sfruttati no,
i dispersi atomi umani divengano nuovi organismi
e lottino nettando via ogni marcio, ogni mafia.

Da D.Dolci, Poema umano, Einaudi, Torino 1974.

mercoledì 24 marzo 2010

La giustizia dell'amore


E' un'imitazione dell'amore quando si cerca di offuscare con l'elemosina quello che bisogna fare con la giustizia

Il 24 marzo 1980, 30 anni fa, mentre stava celebrando la Messa nella cappella dell'ospedale della Divina Provvidenza, Monsignor Oscar Romero, arcivescovo di El Salvador, venne ucciso mentre elevava l'ostia della comunione da un sicario appartenente ad uno squadrone della morte agli ordini del maggiore Roberto D’Aubuisson, leader del partito di estrema destra Arena.
Fino alla sua nomina a Vescovo, Romero fu considerato rappresente del lato conservatore della Chiesa sudamericana, fedele alla tradizione romana e timoroso di aprirsi al fermento che veniva dalla teologia della liberazione e dai movimenti di base. Questo gli aveva fatto guadagnare la stima dell'oligarchia del suo Paese, e gli spiano' la strada al soglio vescovile mentre nel paese si susseguono colpi di stato che lasciano il potere nelle mani dell'oligarchia e dei militari. Nell'ottobre 1974 viene nominato vescovo della diocesi di Santiago de Maria, in una delle zone piu' povere del paese. Il contesto politico e sociale è caratterizzato soprattutto dalla repressione contro i contadini organizzati, e il contatto con la vita reale della popolazione, stremata dalla povertà e oppressa dalla feroce repressione militare che voleva mantenere la classe più povera soggetta allo sfruttamento dei latifondisti locali, provocano in lui una profonda conversione, sia nelle convinzioni teologiche che nelle scelte pastorali. I fatti di sangue sempre più frequenti che colpiscono persone e collaboratori a lui cari, lo spingono alla denuncia delle situazioni di violenza che contraddistinguono il paese.
La nomina ad arcivescovo di San Salvador, il 3 febbraio 1977, lo trova ormai pienamente schierato dalla parte dei poveri, e in aperto contrasto con le stesse famiglie che lo sostenevano e che auspicavano in lui un difensore dello status quo politico ed economico: “Quando do ai poveri da mangiare, dicono che sono un bravo vescovo. Se chiedo perché i poveri non hanno da mangiare dicono che sono un comunista”. Lo stesso giorno della sua elezione l’esercito spara su cinquantamila persone riunite in piazza per protestare contro dei brogli elettorali. Un centinaio di persone che si erano rifugiate nella chiesa del Rosario muoiono soffocate dai lacrimogeni lanciati dai militari. L'episodio della morte di p. Rutilio Grande, gesuita e parroco di aguilara, centro agricolo poverissimo, assassinato appena un mese dopo il suo ingresso in diocesi, diventa l'evento che apre pienamente la sua azione di denuncia profetica, che porterà la chiesa salvadoregna a pagare un pesante tributo di sangue. L'esercito, guidato dal partito allora al potere, arriva anche a profanare ed occupare le chiese, come ad Aguilares, dove vengono sterminati più di 200 fedeli lì presenti. Le sue catechesi, le sue omelie, trasmesse dalla radio diocesana, vengono ascoltate anche all'estero, facendo conoscere a moltissimi la situazione di degrado che la guerra civile stava compiendo nel Paese. Nel febbraio 1980 compie un viaggio in Europa per ritirare alcuni riconoscimenti, e incontra Giovanni Paolo II per comunicargli le proprie preoccupazioni di fronte alla terribile situazione che il suo paese sta attraversando. Nel discorso all'Universita' di Lovanio diove ritira una laurea Honoris Causa ricorda: "Negli ultimi tre anni, la chiesa di El Salvador è stata perseguitata. È importante chiederci perché. Notate: non è stato perseguitato un sacerdote qualsiasi, né attaccata una qualunque istituzione; si è perseguitato e attaccato quella parte di chiesa che si è posta al fianco del popolo povero e ne ha preso le difese. La persecuzione è la conseguenza di questa scelta di assumere il destino dei poveri. La vera persecuzione è diretta contro il popolo povero, che oggi è il Corpo di Cristo nella storia. Popolo crocefisso come Cristo, perseguitato come il Servo di Jahvè. I poveri completano nel proprio corpo ciò che manca alla Passione di Cristo. Quando la chiesa si organizza e si riunisce attorno alle speranze e alle angosce dei poveri, essa subisce la stessa sorte di Cristo e dei poveri: la persecuzione". Poche settimane dopo l’ultima omelia gli costò la vita: aveva invitato i soldati all’obiezione di coscienza di fronte alle direttive di uccidere contadini e sacerdoti, padri gesuiti e sindacalisti, perché accusati di essere «comunisti» a causa della richiesta di equità economica e sociale: "in nome di Dio, in nome di questo popolo sofferente, i cui lamenti salgono al cielo ogni giorno più tumultuosi, vi supplico, vi chiedo, vi ordino, in nome di Dio: cessi la repressione!".
Da quell’ultima messa sono trascorsi trent’anni, durante i quali sono stati nominati 456 santi e 1288 beati ma non Monsignor Romero, la cui causa di beatificazione e' aperta dal 1997. D’Aubuisson, mandante dell'assassinio e impunito per i suoi crimini, nel 1984 ricevette a Washington prima di morire di cancro un’onorificenza da parte di alcune organizzazioni conservatrici per il suo “contributo alla lotta contro il comunismo e per la libertà”.

martedì 22 dicembre 2009

L'ultimo '89


Per l'Europa il simbolo condiviso di quanto avvenne nel 1989 è la caduta del muro di Berlino, nel novembre di quell'anno. In Romania però i cambiamenti arrivarono con più di un mese di ritardo, con quella che è stata poi definita la “rivoluzione” del dicembre 1989. A Timişoara le manifestazioni e gli scontri contro il regime di Ceauşescu iniziarono il 16 dicembre. Da quel momento tutto successe molto in fretta. Troppo in fretta per qualcuno, in un susseguirsi di avvenimenti mai del tutto chiariti e probabilmente pilotati dai servizi segreti. Il 22 dicembre, 20 anni fa esatti, Ceauşescu scappò da Bucarest, per essere catturato, processato in una scuola elementare e subito fucilato con la moglie il giorno di Natale.
Quando crolla l'ultimo bastione della cortina di ferro, quello che resta della Romania sembra un mondo di altri tempi, governato per decenni da un vampiro come il leggendario Dracula. Di Bucarest s’erano perse le tracce, da quando negli anni Sessanta e Settanta Ceausescu veniva lodato e riempito di crediti da tutti i solerti leader occidentali, Nixon in testa, che scambiavano la sua politica opportunistica per un coraggioso percorso autonomo da Mosca. Sotto gli interessi e i miraggi, il comunismo rumeno era degenerato in un sultanato, in mano a una coppia i cui capricci decidevano le sorti dello stato. Nicolae ed Elena, lui il «Conducător», «il Genio dei Carpazi» e «il Danubio del pensiero», lei «la fiaccola del partito» e «la saggia di grande nomea», per usare appellativi, fra i più sobri, con cui venivano celebrati dai poeti di corte. Avevano inventato «il socialismo in una sola famiglia», parenti ovunque a presidiare i cardini di un sistema di potere che aveva stremato il paese oltre ogni limite di immaginazione. Niente riscaldamento nelle case, niente cibo nei negozi, salari di fame, esportazione di tutte le materie prime nel tentativo di ripianare l'enorme debito estero, controllo ossessivo su tutta la popolazione: la Securitate non aveva nulla da invidiare alla Stasi, con un agente in ogni condominio. Anche il possesso di una macchina da scrivere doveva essere registrato negli archivi.
Anni dopo la caduta del regime, nel 1995, ebbi l'occasione di lavorare per un paio di intense settimane in quello che restava (dopo il completo restyling di un gruppo incredibile di suore di Madre Teresa) di uno dei piu' vergognosi lasciti del regime, le migliaia di orfanotrofi-lager, bacino per i reclutatori della polizia politica e risultato della folle politica demografica del regime che costringeva ogni donna a partorire almeno 4 figli. Dove i bambini venivano tenuti richiusi in celle di pochi metri quadrati con il pavimento in discesa, per meglio raccogliere nello scarico al centro della stanza avanzi di cibo digeriti e non e sudiciume vario, in modo da selezionare i piu' coriacei per le operazioni della Securitate. E all'epoca i carri a cavallo nelle strade di periferia, territorio di branchi di cani randagi, erano ancora in numero simile alle utilitarie Dacia di fabbicazione locale con vecchie catene di montaggio Volkswagen.
Segnalo un bel reportage di Paolo Rumiz su Repubblica di oggi (che purtroppo non ho trovato in rete), sulla Romania a 20 anni dall'anniversario della fuga del dittatore. Tra l'indifferenza dei giovani, la rimozione degli anziani e le piccole e grandi manie del padre padrone come il guardaroba sterminato conservato nel piu' grande edificio del mondo dopo il Pentagono, il palazzo "Casa del Popolo" che si era fatto costruire nel megalomane piano di ristrutturazione della citta' che ricostrui' piu' di un quinto di Bucarest. Buona lettura.

lunedì 9 novembre 2009

Die Mauer ist weg


Venti anni fa, il 9 Novembre 1989, si apriva in maniera rocambolesca (peraltro innescata da una domanda di un giornalista fiorentino) la prima breccia nel muro che circondava Berlino Ovest. Erano gli anni in cui le cortine di ferro si sgretolavano fra i baffoni di Walesa e la voglia di Gorbačëv, tra i giovani che ovunque nei paesi di influenza sovietica chiedevano liberta', trasparenza e rinnovamento. Solo pochi anni dopo le cartine degli atlanti e quelle appese nelle classi erano da buttare, carta straccia trascinata dal vento di cambiamento che soffiava da est. Ma la stessa cancelliera tedesca avverte che se l'unificazione e' da tempo su quelle cartine, e' ancora incompiuta nella testa e nelle tasche dei tedeschi.
Qui una bella storia fotografica del muro, e alcuni interessanti link per chi mastica il tedesco si trova su Concausa. Sperando che questo anniversario possa servire a ricordarci che esistono ancora nel mondo migliaia di chilometri di muri a separarci, dalla Palestina al Saharawi, senza contare quelli fatti non di pietra ma da braccia di mare, odio e intolleranza.

giovedì 30 luglio 2009

Boicottaggio


Francesco Costa per Internazionale ci spiega come la rivolta in Iran sia entrata in una fase "ingegnosa", direi piuttosto simile nei metodi a quella che qualcuno dalle parti di Monaco auspicherebbe anche contro l'asso pigliatutto che governa in Italia. Per fortuna da noi il buon Papi si puo' combattere anche con armi diverse e fin dentro la cabina elettorale, mentre al popolo Iraniano resta solo questa forma di lotta. Coraggio.

Per quanto a uno sguardo superficiale verrebbe da dire il contrario, le proteste contro il regime in Iran non si sono affatto fermate. Secondo Robin Wright, su Time, hanno soltanto cambiato forma. “È iniziata la fase due. Sei settimane dopo le rivolte che hanno visto milioni di iraniani invadere le strade, oggi la protesta si è trasformata, diventando più ingegnosa e potenzialmente più duratura”.
“La seconda fase è cominciata col boicottaggio dei prodotti che si fanno pubblicità sulla tv di stato. Ho cercato di acquistare un prodotto di un certo marchio e un attivista iraniano dietro di me mi ha sussurrato: ‘Non comprarlo, è di un inserzionista’. Si prosegue poi con l’accensione di tutti gli elettrodomestici della propria casa poco prima dei telegiornali del regime, così da far saltare l’energia elettrica in interi quartieri. Senza contare le manifestazioni lampo: dei blitz lunghi abbastanza da poter gridare ‘Morte al dittatore!’ ma non da permettere alle forze speciali di localizzare e arrestare i dimostranti”.
“Si tratta di una strategia poco organizzata e senza leader, che sta muovendo i suoi primi passi. Per quanto il suo impatto sia ancora variabile, però, la fase due sta iniziando a mietere risultati. Fatemeh Haghighatjoo, un ex membro del parlamento, mi ha detto che alcune aziende hanno tagliato i loro spot sulle tv governative, e alcuni negozi hanno smesso di vendere i prodotti degli inserzionisti. Un nuovo boicottaggio degli sms potrebbe costare alla compagnia telefonica di stato un milione di dollari per ogni giorno. Le informazioni sulle tecniche di rivolta vengono diffuse via email o col passaparola, ma il loro ingegno e i risultati ottenuti mostrano come le recenti rivolte in Iran non sono destinate a passare come le proteste del 1999. Stavolta gli iraniani stanno vincendo le loro paure”.

domenica 28 giugno 2009

Honduras


Il referendum che oggi avrebbe dovuto decidere se convocare o no l’elezione di un’assemblea Costituente (voluta secondo i sondaggi dall’85% della popolazione) ha scatenato un colpo di stato in Honduras per estromettere il presidente democraticamente eletto Manuel Zelaya. È bastato infatti solo l’odore di una Carta costituzionale che per la prima volta mettesse nero su bianco diritti civili e strumenti per ottenerli in un paese per molti versi ancora premoderno come l’Honduras, perché si mettesse in moto la macchina golpista che durante tutta la storia ha impedito giustizia sociale e democrazia in tutto il Centroamerica. Il presidente Manuel Zelaya, “Mel”, con una storia di centro-destra nel partito liberale che durante il suo mandato ha virato con molta dignità verso il verso il centro-sinistra, aveva indetto per oggi domenica 28 giugno una consultazione con la quale si chiedeva ai cittadini se nel prossimo novembre si dovesse convocare o meno un’Assemblea Costituente nel paese contemporaneamente alle elezioni presidenziali, legislative e amministrative già previste a fine anno. Il sistema dei partiti (incluso quello del presidente che oramai si oppone apertamente), dei media di comunicazione, che in Honduras come nel resto del continente sono dominio esclusivo del potere economico, della Corte Suprema e dall’esercito si e' subito opposto al progetto di una nuova Costiutuzione che metta fine a una lunga storia di disuguaglianza e ingiustizia sociale e fermare lo sfruttamento senza limiti del paese da parte delle multinazionali imposto dal Trattato di Libero Commercio con gli Stati Uniti. In Honduras infatti ben il 30% del territorio nazionale è stato alienato a imprese straniere, soprattutto dei settori minerari e idrici. Le multinazionali quasi non pagano tasse in un paese dove tre quarti della popolazione vive in povertà. Così l’opposizione, al solo odore di una nuova Costituzione che affermi che per esempio l’acqua è un bene comune e che imponga per lo meno un sistema fiscale che permetta processi redistributivi, è disposta a spezzare il simulacro di democrazia rappresentativa che evidentemente considera utile solo quando sono i poteri di sempre a comandare. Di conseguenza settori numericamente preponderanti dell’esercito di Tegucigalpa, che rispondevano al Capo di Stato Maggiore Romeo Vázquez, si sono rifiutati di operare per permettere la consultazione di domenica, distribuendo le urne e permettendo il regolare svolgimento della stessa adducendo che il referendum sarebbe illegale e che sarebbe propedeutico all’installazione di una dittatura di Mel Zelaya nel paese.
Nonostante il rapimento questa mattina del presidente eletto tradotto in CostaRica e degli ambasciatori di Nicaragua, Cuba, Venezuela del Ministro degli Esteri dell’Honduras Patricia Roda, pare che sia comunque in corso la votazione del referendum come forma di resistenza pacifica per dire no al golpe. Anche il presidente Zelaya ha parlato alla nazione, circondato da rappresentanti dei movimenti sociali del paese, aveva confermato il recupero del materiale elettorale inizialmente sequestrato dai militari e aveva riaffermato che oggi si sarebbe comunque votato per il referendum. Mentre il presidente della Camera, Roberto Micheletti, avrebbe giurato come presidente di fatto e dittatore dell’Honduras, i movimenti sociali honduregni, di fronte al silenzio dei media rispetto al colpo di stato in corso nel paese, invitano a far circolare al massimo l’informazione e la solidarietà internazionale sul golpe in Honduras. Pare che anche in queste ore migliaia di persone starebbero affrontando i militari e protestando contro l'azione dell'esercito.

giovedì 18 giugno 2009

In difesa della foresta


Da due mesi i nativi della foresta Peruviana sono impegnati in una battaglia importantissima con il governo di Alan García, uno degli ultimi in America latina che al consenso degli elettori continua ad anteporre quello di Washington e degli interessi delle multinazionali dello sfruttamento. Poco dopo il ventennale dell'assassinio di Chico Mendes, gli indigeni infatti difendono con i denti la loro foresta, che il governo ha venduto nel Trattato di Libero Commercio con gli Stati Uniti alle multinazionali minerarie e del legname. Da quasi due mesi 1.300 comunità native della selva amazzonica peruviana sono infatti tornate in stato di mobilitazione permanente contro nove decreti legge varati dal governo di Lima, nella quasi indifferenza dei media internazionali. Le proteste sono partite all’inizio di aprile di quest’anno, dopo che le organizzazioni indigene hanno lanciato un «levantamiento» contro i decreti del presidente che autorizzavano le esplorazioni petrolifere e per il gas naturale in Amazzonia. Secondo gli indigeni i decreti sono illegali, perché violano la Convenzione 169 dell’Organizzazione internazionale del lavoro, ratificata dal Perù, che prevede che i popoli indigeni siano consultati prima dell’approvazione di qualsiasi progetto sul loro territorio. Mentre il governo accusa gli indigeni di voler mettere "il Perù in ginocchio e bloccare il suo cammino verso lo sviluppo", i nativi incassano la solidarieta' dei paesi vicini e dei cittadini peruviani, e continuano la loro lotta per la preservazione di uno degli ecosistemi piu' importanti del pianeta.
Blocchi stradali e fluviali sono state le forme di protesta organizzate dalle comunita' native. Ma la repressione del governo e' stata durissima: il 5 giugno la polizia ha attaccato un blocco stradale nella regione di Bagua Grande, picchiando e sparando sulla folla: almeno 60 i morti e centinaia ancora dispersi. Solo da pochi giorni sono apparsi sull'Indipendent alcune delle foto che documentano la strage, "la Tienammen amazzonica" come la definisce il giornale inglese. Molte delle foto scattate da due cooperatori belgi, non sono state pubblicate perche' troppo crude.
Le foto escono proprio quando il governo del presidente Alan Garcia in difficolta' per le dimissioni di alcuni suoi esponenti in polemica con le violenze si e' visto costretto a revocare due dei decreti che favorivano lo sfruttamento delle foreste, il 1090 e il 1064. Uno dei principali capi indio, Daysi Zapata, vicepresidente della confederazione degli indiani d’Amazzonia, ha quindi chiesto ai suoi sostenitori di togliere i blocchi a strade e fiumi. Intanto il leader delle proteste Alberto Pizango, presidente della Confederazione, e’ arrivato in Nicaragua dove aveva chiesto asilo politico. La settimana scorsa Pizango era stato accusato di "sedizione, cospirazione e ribellione". Cosi' commenta gli eventi Gennaro Carotenuto su Latinoamerica:

Quello che si combatte in Perù è un conflitto che mette in gioco molteplici aspetti. Vediamo una volta di più la controffensiva di popolazioni native che qualcuno considerava residuali e assimilabili (se non sterminabili) e che invece in questi anni risultano sempre più coscienti di sé e dei propri diritti e pertanto combattive, dai mapuche cileni ai garifuna dell’Honduras. Questa lotta coincide dunque con quella di chi pensa che tutto il pianeta, la vita, la natura, la biodiversità, non sia assoggettabile ai Trattati di Libero Commercio come quello firmato dal governo di Lima che ha semplicemente rinunciato alla propria sovranità sulla regione sottoponendola agli interessi economici e finanche alle leggi di un paese terzo, in questo caso gli Stati Uniti. Il governo di Alan García spara sulla folla sostenendo pubblicamente che non ci sia altra via allo sviluppo che questa, disboscare, desertificare, distruggere, privare i popoli del loro territorio. Paesi vicini al Perù, l’Ecuador e la Bolivia in primo luogo, stanno dimostrando che il governo peruviano ha torto, che ci sono altre vie allo sviluppo oltre quella del pensiero unico e che senza rispetto per la vita dei popoli lo sviluppo stesso non ha alcun senso.

lunedì 15 giugno 2009

Democrazia vigilata


Carla Reschia sulla Stampa su quello che sta accadendo in Iran:

Giornalisti intimiditi arrestati e picchiati, comunicazioni interne e internazionali oscurate, un conteggio dei voti istantaneo in un Paese enorme e non proprio all'avanguardia, una vittoria annunciata con giorni di anticipo. Che nelle elezioni iraniane qualcosa non sia andato per il verso giusto è evidente anche se la comunità internazionale sembra tardare a prenderne atto e si limita a manifestare «dubbi» e ad auspicare che «possano essere compiuti i necessari passi per accertare che l’esito del voto rifletta appieno la volontà espressa dal popolo iraniano e che la situazione non conduca ad ulteriori degenerazioni», come ha detto il nostro iperdiplomatico ministro degli Esteri Frattini.
La sua volontà una parte del popolo iraniano sta cercando di farla presente con rivolte di piazza scoppiate nel momento esatto della proclamazione della vittoria del presidente annunciato, Ahmadinejad e bollate dal medesimo con un paragone surreale: «È come dopo una partita di calcio - ha detto - i tifosi escono eccitati dallo stadio e qualcuno, preso da questa eccitazione, magari viola le regole del traffico e passa con il semaforo rosso. Allora viene multato dalla polizia. Ma non è nulla di importante».
Un finale di partita che avrebbe già causato alcuni morti, un numero imprecisato di arresti e un crescendo di repressione e violenza documentato sul web da siti che pubblicano foto e flamti e chiedono supporto. E che porta lo sfidante Moussavi - forse agli arresti domiciliari - a chiedere invano che le elezioni siano annullate. Che Moussavi, già capo delle Guardie della rivoluzione ed ex Primo Ministro dei mullah negli Anni '80, coinvolto in prima persona nella sanguinosa guerra fra Iran e Iraq che costò la vita a un milione di giovani iraniani - spesso mandati a morire per sminare le paludi dello Shatt El Arab con la foto di Khomeini sul cuore - e responsabile, secondo l'opposizione in esilio di avere, nell'estate del 1988 massacrato 33 mila prigionieri politici, sia diventato il campione della voglia di cambiamento degli iraniani è forse il segno della disperazione di un Paese dove il sistema formalmente democratico e dotato di tutti gli organi costituzionali è ostaggio del Consiglio dei guardiani, un gendarme religioso con potere di veto su ogni legge e su ogni candidato non gradito, emanazione diretta della Suprema Guida, l'ayatollah Khamenei. Al suo vaglio sono passati anche i candidati a queste ultime elezioni, quattro "sopravvissuti" su 471 che si erano presentati tra cui il vincitore designato, malgrado gli speranzosi sondaggi pubblicati da Ayandehnews e Ilna (agenzie vicine ai riformisti) che accreditavano a Moussavi un consenso fino al 64% nei centri urbani e fino al 42%, nei centri rurali) . Come notano da tempi non sospetti gli oppositori, il sistema della Velayat-e Faqih (la Guida Suprema), impedisce di fatto che una persona sgradita al regime occupi una qualsiasi posizione di potere. Il resto è teatro.
Isolamento e boicottaggio chiede l'opposizione, assai critica verso le recenti aperture di Obama. Ma l'Iran è potente, fa affari con tutti - nel Paese che odia l'America la Coca Cola è onnipresente - e lo spettro dell'Iraq mette in guardia dalla tentazione di "esportare la democrazia". Forse anche per via della certezza di trovare pane per i propri denti da un punto d vista militare e di non poter ripetere la tragicomica avanzata verso Baghdad quando il Paese che teneva in scacco il mondo con le presunte armi di distruzione di massa crollò come un castello di sabbia.
Ma detto ciò, che fare? Qual è la via giusta, se c'è, per aiutare un cambiamento senza bagni di sangue isolando i mullah? Domanda da un milione di dollari che però per Mr. Obama potrebbe essere di stringente attualità.

Vero e' che, come dice segnalata da Giovanni Fontana, che queste elezioni in "democrazia vigilata" per quanto truccate hanno finalmente aperto il fronte della protesta contro il regime e portato in piazza le piu' ampie dimostrazioni degli ultimi anni.

giovedì 4 giugno 2009

Vent'anni


Vent’anni fa, il 4 Giugno del 1989, l’esercito cinese apriva il fuoco sulla folla di studenti riuniti in piazza Tiananmen in nome della democrazia, uccidendo centinaia di persone. Ogni anno, in occasione dell’anniversario della strage, la Cina rafforza le misure di sicurezza e soffoca ogni voce dissidente. E quest’anno le restrizioni sono state particolarmente dure. Oltre a bloccare migliaia di forum e di siti internet, le autorità hanno vietato l’accesso alla piazza alle troupe televisive e ai fotografi stranieri. Decine di dissidenti, residenti anche a centinaia di chilometri da Pechino, sono stati preventivamente arrestati o messi agli arresti domiciliari. Sono passati vent'anni, ma molto pare essere sempre uguale.

lunedì 22 dicembre 2008

Chico Mendes Vive!


20 anni fa Francisco Alves Mendes Filho, detto Chico, veniva ucciso davanti alla porta di casa dai fratelli Alves da Silva, precedenti proprietari del seringal Cachoeira. Il lungo processo che segui' per l'individuazione dei mandanti porto', nonostante le resistenze delle oligarchie e le loro connessioni politiche, alla condanna a 19 anni di reclusione come mandante per Darly Alves da Silva, proprietario terriero e allevatore locale, con il quale Chico si era scontrato più volte. La condanna fu poi annullata nel 1992 dalla corte d'appello, ma come lo sparo a Chico, dopo l'omicidio scoppiò in faccia al mondo il problema della deforestazione in Amazzonia. Così la storia di Chico Mendes comincia, a partire dall'alba della sua attività in difesa dei seringueiros, i "raccoglitori di gomma", gente che viveva nella foresta da oltre cent'anni, in una vita di sussistenza serena garantita dalla raccolta di lattice e di noci Brasiliane e altre attività pienamente sostenibili.
Alle prime avvisaglie di aggressione alla foresta, Chico, estrattore di caucciù fin dalla nascita, formò un'unione dei seringueiros portandoli a battersi contro la devastazione e per creare aree protette, "riserve estrattive" gestite da comunità locali. Dedicò praticamente tutta la sua vita alla difesa dei lavoratori e dei popoli della foresta. Partecipò alla fondazione del Sindacato dei Lavoratori Rurali di Brasiléia e Xapuri, oltre a collaborare con l'attuale presidente brasiliano Lula da Silva alla fondazione del Partito dei Lavoratori dell’Acre e del Consiglio Nazionale degli estrattori di caucciù.
Nella sua lotta riunì il lavoro sindacale, la difesa della foresta e la militanza partigiana. Il suo lavoro fu riconosciuto internazionalmente, essendo stato premiato varie volte, anche dall’ONU, che nel 1987 lo ha riconosciuto come uno dei maggiori difensori della natura.
Attraverso la sua lotta per l’inserimento di riserve estrattive, Chico univa la difesa della foresta con la riforma agraria rivendicata dagli estrattori di caucciù, andando contro i grandi interessi dei latifondisti e della UDR (Unione Democratica Ruralista). Chico Mendes, aveva appena compiuto 44 anni il 15 dicembre 1988, una settimana prima di essere assassinato.



lunedì 15 settembre 2008

Un rompiscatole

La prima volta che entrò in classe aveva uno scatolone vuoto sotto il braccio. Nella baraonda che sempre travolge le ore di religione lui, in silenzio, lo posò per terra. E mentre noi, azzittiti, lo guardavamo, lo pestò con un piede.
"Avete capito chi sono io?", domandò.
"Un rompiscatole", concluse sorridendo.

Don Pino Puglisi fu nominato nel 1990 parroco di Brancaccio, quartiere palermitano controllato dai fratelli Gravina per conto del boss Leoluca Bagarella. Don Pino, detto 3P, per tre anni fece quello che non si doveva fare: cercare di strappare alla mafia il suo futuro, i bambini e l'adolescenza. Far aprire gli occhi a chi aveva sempre vissuto nell'ambiente mafioso, ottenere il miglioramento delle condizioni di chi da quell'ambiente era schiacciato. Fu un continuo pungolo per le istituzioni, con una serie di manifestazioni, di contatti con lo Stato, di proteste civili. Tutto questo avviene alla luce del sole, lontano dall'altare, con gesti che per la loro visibilità non passano inosservati: sono scelte ben precise e compiute con la consapevolezza del loro effetto dirompente sugli equilibri mafiosi. "Non dobbiamo tacere", diceva don Pino ai parrocchiani più timorosi nei giorni delle minacce, degli attentati che preludevano all'agguato. E aggiungeva, citando San Paolo, "si Deus nobiscum, quis contra nos?" (se Dio è con noi, chi sarà contro di noi?).
Le nostre iniziative e quelle dei volontari devono essere un segno.
Non è qualcosa che può trasformare Brancaccio.
Questa è un'illusione che non possiamo permetterci.
E' soltanto un segno per fornire altri modelli, soprattutto ai giovani.
Lo facciamo per poter dire: dato che non c'è niente, noi vogliamo rimboccarci le maniche e costruire qualche cosa.
E se ognuno fa qualche cosa, allora si può fare molto...

Per la mafia 3P fece anche troppo. Fu assassinato il giorno del suo 56esimo compleanno, il 15 settembre 1994, in mezzo alla strada. Il killer che lo uccise ha dichiarato in un intervista che "La Chiesa di Puglisi era una Chiesa diversa". Abbiamo probabilmente bisogno di altri come lui perche' diventi la Chiesa normale.



Estratto de "L'uomo che sparava dritto", documentario realizzato durante le riprese del film "Alla luce del sole" sulla vita di Don Pino.

lunedì 11 agosto 2008

Speranza in Bolivia


Ce l'ha fatta. L'indio Evo Morales non solo e' stato riconfermato presidente della Bolivia, ma guadagna il 10% di consensi ottenendo un clamoroso 63% nel referendum confermativo, prima voluto e poi osteggiato dall'opposizione filo-latifondista. Nonostante i titoli dei giornali italiani titolino "una vittoria a meta'", oltre alla straordinaria affermazione personale anche un terzo dei prefetti oppositori hanno perso e siano stati revocati. Le dieci cariche più importanti del paese (presidente, vicepresidente e otto dei nove governatori) si erano infatti sottoposti Domenica ad un referendum popolare per confermare o meno il loro incarico. L'opposizione in mano all'oligarchia latifondista supportata dagli USA aveva inizialmente chiesto il referendum per impedire che la nuova Costituzione entrasse in vigore, sancendo con decisione la rotta della nuova Bolivia nella direzione della ridistrubizione e dell'equita' sociale. Certo del sostegno della sua gente, il Presidente ha pero' raccolto la sfida, gettando nel caos l'opposizione che per mesi si e' quindi opposta in ogni modo al referendum che aveva essa stessa chiesto. Per cui Domenica era in gioco non solo il mandato del presidente, ma anche il cambiamento in atto nella nuova Bolivia: un cambiamento non solo nelle parole, ma anche nei fatti, come la distrubuzione a beneficio dei ciottadini dei proventi della nazionalizzazione degli idrocarburi. In questa intervista a Gennaro Carotenuto, Morales illustra i successi ma anche le difficolta' del primo governo indio nella storia del paese. Che da 30 mesi governa con tutti i media del paese contro, con l’Ambasciata degli Stati Uniti che ha investito 124 milioni di dollari per destabilizzare il governo, e con un’opposizione eversiva e razzista che considera intollerabile che un indio governi il paese. Gli hanno impedito di fare campagna elettorale, minacciato costantemente di morte e perfino solo di entrare in alcune regioni del paese. Ma Evo ce l'ha fatta, anzi ha aumentato clamorosamente il suo consenso, tendendo poi addirittura una mano ai governatori ribelli dicendo subito dopo i risultati che l'autonomia si puo' fare, "se e' per il bene del popolo" e rispettera' la nuova Costituzione. Per tutta risposta uno dei governatori indipendentisti sconfitti si rifiuta di riconoscere il risultato e apre una crisi potenzialmente violenta per la propria rimozione, mentre uno dei confermati prepara un corpo di polizia autonomo imperniato su bande neofasciste e intima al governo di non fare alcun passo per far entrare in vigore la nuova Costituzione. Continua dunque, ma tra mille difficolta' e con un golpe strisciante supportato dagli USA, la sfida di restiture la Bolivia e le sue risorse al popolo boliviano, con un proprio modello di sviluppo diverso da quello capitalista. Continua in un paese dove si sta conducendo una battaglia senza quartiere all’analfabetismo, e dove, con l’aiuto dei medici cubani e l’appoggio del Venezuela, sono oggi garantite ai piu' poveri 15 milioni di prestazioni sanitarie gratuite l’anno (ad esempio, 250.000 persone hanno riacquistato la vista con operazioni a volte semplici e gratuite come quella di cataratta, mentre prima erano semplicemente condannate alla cecita' perche' non in grado di pagare). Un paese che e' pienamente parte di un processo emancipatore sempre piu' forte, quello dell’integrazione latinoamericana in cui per primo ha creduto il presidente venuezuelano Chavez, poi appoggiato oltre che da Morales anche dall'argentina Fernandez e dal brasiliano Lula, in cui l'autonomia economica e culturale, e lo sviluppo democratico ed ecosostenibile del continente sudamericano, sono alla base della riduzione radicale della drammatica esclusione sociale che in questi paesi e' il segno indistinguibile delle politiche post-coloniali e neoliberiste. Che hanno visto nel continente soltanto un immensa risorsa di materie prime e di forza lavoro destinata alla poverta', perche' nella visione dei sommersi e dei salvati per loro non c'e' spazio alla mensa del ricco occidente. E che invece stanno, con fatica, mostrando a chi voleva schiacciarli che un altro sviluppo e' possibile.

giovedì 15 maggio 2008

Il guerrigliero presidente


Alessandro Gilioli intervista Pushpa Kamal Dahal detto Prachanda, il fiero, l’ex capo della guerriglia maoista che ha appena vinto le elezioni in Nepal. Si definisce un uomo non dogmatico che ha cercato di capire i cambiamenti del mondo per creare un nuovo e inedito modello di socialismo per il XX secolo.

In Sudamerica e in Asia meridionale le forze socialiste sono in crescita, mentre in Europa perdono. Il motivo è molto semplice: nei paesi più ricchi le contraddizioni del capitalismo sono come congelate, o almeno rallentate nei loro effetti, mentre nei paesi in via di sviluppo la globalizzazione ha portato a un’esplosione di queste contraddizioni. Ma sarebbe sbagliato pensare che le rivoluzioni socialiste siano rimaste un’esclusiva dei paesi più poveri. Al contrario, quando i paesi del Terzo mondo si saranno sviluppati - magari scegliendo forme legate a modelli socialisti - una nuova ondata di contraddizioni economiche investirà anche i paesi più ricchi provocando sommovimenti sociali oggi non immaginabili

giovedì 24 aprile 2008

Oltre il ponte


Tempi duri per l'antifascismo in Italia. Dal sindaco che vieta di suonare Bella Ciao ad Alghero (peccato che in Germania non festeggino la fine della loro occupazione dell'Italia, poteva essere una buona occasione per visitare Alghero e cantare un po'), dal governo che vuole riscrivere i libri di storia, da sempre piu' parti si vuole dimenticare la lotta e al sacrificio di chi non ha smesso di sperare in un mondo e in un'Italia migliore, di chi ci ha riscattato dalla vergogna del fascismo e ci ha regalato la Costituzione. Domani e' la festa di tutti. Ha detto ieri Veltroni: "Il 25 Aprile è la festa di tutti gli italiani, per ricordare il giorno in cui è stata restituita la libertà di dire ciò che si pensa, la libertà di votare, la libertà di stare in un partito, di fare un sindacato e di essere ebrei senza finire in un campo di sterminio. Non ci deve essere nessun italiano che considera questo giorno altro che una festa di tutti gli italiani, la festa della Liberazione".
Per non dimenticare, non confondere e non inquinare la memoria della storia e la lezione per le generazioni a venire, aderisco all'appello dell'ANPI, vergognosamente attaccato da "Il Giornale" del futuro Presidente del Consiglio nel quadro delle manovre della destra per cancellare dall'anima nazionale la resistenza antifascista:

Difendiamo i valori di libertà e giustizia, solidarietà e pace che hanno animato la lotta di Liberazione e sui quali si fonda la Costituzione della RepubblicaQuando i primi partigiani scelsero la via della lotta e salirono sulle montagne per combattere il nazifascismo, rischiarono e spesso offrirono la loro vita per affermare i principi stessi sui quali costruire la convivenza civile: la libertà, l'uguaglianza, la giustizia, la democrazia.
Il prezzo pagato fu altissimo: decine di migliaia di partigiani uccisi, feroci rappresaglie contro la popolazione civile che sosteneva il movimento di Liberazione, oltre 40 mila tra cittadini e lavoratori deportati nei campi di concentramento, eccidi, come a Cefalonia, di soldati che rifiutarono di consegnarsi ai tedeschi, 600 mila internati in Germania, 87 mila militari caduti nella guerra di Liberazione.
Da quella lotta che vide combattere fianco a fianco uomini e donne, operai e intellettuali, contadini e liberi professionisti di diversa fede politica e religiosa, nacque la nostra Costituzione.
Una Costituzione ancora attuale e vitale, fra le più avanzate tra quelle esistenti, non a caso difesa dalla stragrande maggioranza dei cittadini italiani nel referendum del giugno 2006, quando si cercò di snaturarne la sostanza e i valori.
Ma a sessant'anni dal 1° gennaio 1948, da quando essa entrò in vigore, l'Italia sta correndo nuovi pericoli. Emergono sempre più i rischi per la tenuta del sistema democratico, come evidenti si manifestano le difficoltà per il suo indispensabile rinnovamento.
Permangono, d'altro canto, i tentativi di sminuire e infangare la storia della Resistenza, cercando di equiparare i "repubblichini", sostenitori dei nazisti, ai partigiani e ai combattenti degli eserciti alleati. Un modo per intaccare le ragioni fondanti della nostra Repubblica.
Per questi motivi, per difendere nuovamente le conquiste della democrazia, il 25 APRILE ANNIVERSARIO DELLA LIBERAZIONE assume il valore di una ricorrenza non formale.
Nel ricordo dei Caduti ci rivolgiamo ai giovani, ai democratici, agli antifascisti, per una mobilitazione straordinaria in tutto il Paese.
Il 25 aprile è oggi una data più viva che mai, in grado di unire tutti gli italiani attorno ai valori della democrazia.

Confederazione Italiana fra le Associazioni Combattentistiche e Partigiane
Fondazione Corpo Volontari della Libertà (CVL)
ANPI-FIAP-FIVL-ANPPIA-ANED-ANEI-ANFIM
PD-PRC-SDI-PdCI-Sd-Verdi-Italia dei Valori-MRE
CGIL-CISL-UIL-ARCI-ACLI-Centro Puecher
Comitato Permanente Antifascista contro il Terrorismo per la Difesa dell'Ordine Repubblicano


Perche' alla faccia di ogni revisionismo e faciloneria, come spiegava il commissario Kim al comandante Ferreira nel "Sentiero dei Nidi Di Ragno" di Italo Calvino, di qua e di la' non erano, non sono e non potranno mai essere tutti uguali, sono "la stessa cosa ma tutto il contrario. Perché qui si è nel giusto, là nello sbagliato. Qua si risolve qualcosa, là ci si ribadisce la catena".
La canzone che regala il titolo al post e' del 1959, testo nientepopodimenoche Italo Calvino e musica di Sergio Liberovici, recentemente riproposta dai MCR e Moni Ovadia nella versione arrangiata "alla irlandese" riproposta qua sotto.




E vorrei che quei nostri pensieri
quelle nostre speranze di allora
rivivessero in quel che tu speri
o ragazza color dell'aurora.



E Domenica per evitare a Roma di svegliarsi con un sindaco fascista, saro' nella capitale a supportare il voto per Rutelli sindaco. Guarda te che tocca fare.

venerdì 4 aprile 2008

Quaranta anni fa


Oggi ricorre il 40 anniversario dell'assassinio di Martin Luther King, uno dei padri della lotta non-violenta. Il suo messaggio, e la sua opera, per la parita', i diritti e l'equita' sociale furono un segno di un radicale cambiamento che interrogava l’insieme della societa' americana e mondiale, come ricorda oggi Veltroni su La Stampa. Ma ancora oggi c'e' bisogno di segni forti come il suo, di persone con non si limitano a sognare, ma che sanno essere lievito di cambiamento per tutte le disugaglianze, i razzismi e gli orrori che affliggono l'umanita'.
Augusto mi fa sapere che dopo una ricerca in terza media e' uno dei massimi esperti in materia. Gli ho quindi chiesto di tracciarne un breve ricordo, e lo ringrazio.

Il 4 aprile di 40 anni fa, il reverendo Martin Luther King, pastore della Chiesa Battista Ebenezer di Atlanta, venne assassinato sul terrazzo di un motel di Memphis, dove si trovava per partecipare ad una manifestazione in sostegno dei netturbini di colore. E' quasi incredibile che, nella nazione che a torto o ragione è identificata con gli ideali di libertà e democrazia, non più tardi di 40 anni fa una parte della popolazione (quella di colore) dovesse protestare per ottenere uguali condizioni di trattamento rispetto al resto della poplazione (i bianchi). E che sono passati solo poco più di cinquant'anni da quando la Corte Suprema degli Stati Uniti dichiarò incostituzionale la legge di segregazione in vigore sui mezzi pubblici dell'Alabama, e solo perchè "costretta" da una delle più lunghe manifestazioni di protesta conosciute. Il boicottaggio dei mezzi pubblici di Montgomery, a guidare il quale fu scelto l'allora ventiseienne pastore King, fu indetto in seguito all'arresto di una donna nera che si era rifiutata di cedere il proprio posto a sedere ad un bianco, come voleva il regolamento allora in vigore. Nonostante intimidazioni e violenze, l'intera comunità nera di Montgomery si astenne per oltre un anno (dal dicembre del 1955 al dicembre del 1956) dal prendere i bus pubblici, cosa che, oltre a catalizzare l'attenzione della nazione intera, produsse un danno economico non trascurabile alla compagnia stessa. Questa fu la prima azione non violenta guidata da MLK che un paio d'anni più tardi fondò la Southern Christian Leadership Conference per coordinare le varie azioni nel campo della difesa dei diritti civili.
E' impressionante pensare che tra i più tenaci avversari di King e delle sue iniziative ci fossero il capo della polizia di Birmingham, un paese a nord-ovest di Montgomery, Eugene "Bull" Connor, che faceva contrastare le azioni non violente con idranti e soprattutto aizzando i cani poliziotto contro i manifestanti (proprio le immagini di uno di questi scontri scatenarono reazioni indignate e contribuirono a rendere pubbliche e in qualche modo popolari le battaglie del reverendo King). Questo Connor era non solo membro del Ku Klux Klan, ma anche rappresentante dell'Alabama all'interno del Comitato Nazionale del Partito Democratico (il partito di Kennedy!), per il quale si era anche candidato alla poltrona di governatore dello Stato. E democratico era pure il governatore dell'Alabama, George C. Wallace, anche lui strenuo avversario di King e delle sue iniziative, famoso per aver cercato di impedire, anche fisicamente (bloccandone l'ingresso), l'immatricolazione di studenti di colore nelle Università del suo stato.
Sicuramente il momento più alto e conosciuto dell'azione di King è la marcia su Washington dell'agosto 1963 (pochi mesi prima dell'assassinio di JFK), in occasione della quale pronunciò il famoso discorso "I have a dream". Un anno dopo ricevette il Premio Nobel per la Pace.
Anche se oggi la situazione per le persone di colore (e comunque i "non-bianchi") negli USA non è certo idilliaca, sembra che siano passati anni-luce dall'uccisione di King (la cui dinamica peraltro non sembra ancora esser stata chiarita del tutto). A "soli" 40 anni da allora, un uomo di colore corre per la presidenza degli Stati Uniti, due persone di colore (tra cui una donna) hanno servito come Segretario di Stato, e sono di colore molti tra gli artisti più pagati e gettonati. C'è ancora molto da fare, ma anche un po' di speranza per il futuro.

martedì 18 marzo 2008

Versione ufficiale

[...] hanno svuotato e incendiato negozi, scuole, autobus e alberghi; hanno ucciso brutalmente molte persone e hanno persino tagliato orecchie alle persone, versando sulle masse innocenti benzina e ‘usando la pena di morte’. Le loro innumerevoli atrocità sono sconvolgenti, orribili e inumane, e fanno vibrare di rabbia. Le loro innumerevoli atrocità ci mettono in guardia e ci insegnano che si tratta di una lotta mortale contro il nemico [...]

Sembra la descrizione della repressione Cinese, invece e' la versione ufficiale di Zhang Qingli, segretario del Partito comunista cinese in Tibet, sulla rivolta.
Anche oggi 19 almeno morti, mentre sul sito del Centro Tibetano per i Diritti Umani e la Democrazia si susseguono i comunicati di manifestazioni, cadaveri, arresti di massa e repressioni. Fra queste la storia
di Barchog Lopoe, maestro 37enne nel monastero di Nyingma, a Lithang, che sabato scorso si è piazzato in mezzo alla strada per fermare una colonna di camion dell’esercito cinese che stavano attraversando la città, urlando “Tibet libero!” e “Lunga vita al Dalai Lama!”, ricordando da vicino lo studente che da solo fermo' la colonna di carri armati durante la repressione della rivolta di Piazza Tiananmen a Pechino nel 1989. Sebbene al monaco si siano subito unite decine di persone, il monaco è stato immediatamente arrestato dai militari, ma pare sia stato rilasciato la sera stessa su pressione di nuove proteste popolari. Intanto il mondo osserva imbarazzato.

domenica 24 febbraio 2008

Non voto-Pride


«Non vado a votare e ne sono orgoglioso». Lo ha detto Beppe Grillo a Napoli nel corso del "monnezza day": «Mi sento umiliato perchè non si può scegliere un partito, non si può esprimere una preferenza e non si può scegliere un programma perchè sono uguali: Veltroni e Berlusconi vogliono le stesse cose». Premesso che ancora la destra non ha presentato un programma, dalle idee confuse della Brambilla l'altra sera a Ballaro' mi sembra che le proposte siano tutto tranne che le stesse. La destra offre come ricetta universale detassare le imprese e gli autonomi per produrre "ricchezza" (per chi?), che dovrebbe poi magicamente risolvere a cascata anche i problemi dei dipendenti, quelli che davvero non arrivano a fine mese. Esattamente l'opposto della strada tracciata dai 12 punti, per non parlare di temi neppure trattati dal Pdl come ambientalismo, scuola, giustizia, spesa pubblica. Anche il confronto tra i programmi dei due schieramenti sul blog di Grillo non sta in piedi, infarcito di qualunquismo e illazioni. Solo qualche esempio, lasciando da parte le cose piu' assurde, come il conflitto di interessi che "Topo Gigio" non vuole risolvere, mentre vorrebbe un governo formato da Gianni Letta (!?): "Lo psiconano vuole tenersi tre televisioni e fare politica / Topo Gigio vuole che lo psiconano si tenga tre televisioni e continui a fare politica. Lo psiconano non vuole rispettare le sentenze europee e mandare Rete 4 sul satellite / Topo Gigio non vuole rispettare le sentenze europee e mandare Rete 4 sul satellite". Falso. La legge Gentiloni sul riordino radiotelevisivo era gia' pronta dallo scorso governo e verra' riproposta. Non solo, uno dei punti del programma e' il superamento del duopolo TV. " Lo psiconano vuol fare un governo di larghe intese dopo le elezioni / Topo Gigio vuol fare un governo di larghe intese dopo le elezioni": Falso. "Lo psiconano vuole fare le nuova legge elettorale con Topo Gigio / Topo Gigio vuol fare la nuova legge elettorale con lo psiconano". Falso al contrario, stavolta e' lo psiconano che non l'ha voluta fare. Ma come sempre e' piu' facile sputare sentenze che riconoscere le cose buone e dar loro spazio. E' piu' facile lamentarsi sempre che rimboccarsi le maniche. Peccato che non andando a votare si perda anche il diritto di lamentarsi, perche' ci si rifa' alla decisione della maggioranza, e a quel punto ci deve andare bene comunque. E si perde anche il diritto di reclamare le promesse fatte, perche' si e' firmata una cambiale in bianco. In Italia fino al 1880 aveva diritto di voto solo il 2% della popolazione. Fino al 1909 il 7%. Nel 1913 ebbe diritto di voto il 23%, il suffragio universale e' solo del '46. Eppure dopo una conquista di tale portata c'e' chi vuole stracciare la scheda elettorale, perche' tutto fa schifo. Scriveva Don Milani nel 1965, nella famosa lettera ai gudici: " [...] Posso solo dire che [i giovani] dovranno tenere in tale onore le leggi degli uomini da osservarle quando sono giuste (cioè quando sono la forza del debole). Quando invece vedranno che non sono giuste (cioè quando sanzionano il sopruso del forte) essi dovranno battersi perché siano cambiate. La leva ufficiale per cambiare la legge è il voto. La Costituzione gli affianca anche la leva dello sciopero [...]". E allora ben vengano le piazze gremite a reclamare sacrosanti diritti, ben vengano le liste civiche dei "grillini". Ben vengano le leve per sollevare lo status quo. Ma il qualunquismo dei sono tutti uguali e del non voto lasciamolo stare, per favore: se Grillo non si sente rappresentato da nessuno, si candidi. Se e' davvero piu' bravo degli altri un millesimo di quello che crede sarebbe una benedizione per l'Italia. Alla peggio un bagno di umilta' per lui.