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martedì 31 luglio 2012

L'eutanasia della Ricerca

Tra tagli, controtagli, valutazioni non valutate, precariato e innegabili successi scientifici, oggi in commissione Bilancio i senatori Adriana Poli-Bortone (Io Sud, professore universitario (!!??!!) e vicesindaco di Lecce) e Salvo Fleres (Io Sud, Giornalista) hanno proposto la soluzione finale per la Ricerca in Italia: la soppressione di tutti gli Enti Pubblici di Ricerca, e l'inquadramento dei dipendenti nei ministeri, immagino a fare fotocopie. Geniale.  L'emendamento (riportato sotto) e' stato inspiegabilmente bocciato...

G/3396/9/5
FLERES, POLI BORTONE
RESPINTO
Il Senato,
            in sede d'esame del disegno di legge di conversione del decreto-Iegge 6 luglio 2012, n. 95, recante disposizioni urgenti per la revisione della spesa pubblica con invarianza dei servizi ai cittadini,
        impegna il Governo:
            a valutare la possibilità che:
                tutti gli istituti di ricerca, interamente finanziati con risorse pubbliche, esclusi quelli in materia sanitaria e ambientale, siano soppressi;
                le funzioni svolte dagli istituti di ricerca siano trasferite, rispettivamente con uno o più decreti di natura non regolamentare del Ministro dell'economia e delle finanze di concerto con il Ministro per la pubblica amministrazione e l'innovazione o mediante un decreto regionale;
                con gli stessi decreti vengano stabilite le date di effettivo esercizio delle funzioni trasferite e individuate le risorse umane, strumentali e fmanziarie riallocate;
                i dipendenti a tempo determinato vengano inquadrati, nei ruoli del Ministero o della regione sulla base di apposita tabella di corrispondenza approvata con uno dei decreti di cui al presente comma;
                le amministrazioni provvedono conseguentemente a rideterminare le proprie dotazioni organiche;
                i dipendenti trasferiti mantengano il trattamento economico fondamentale e accessorio, limitatamente alle voci fisse e continuative, corrisposto al momento dell'inquadramento. Nel caso in cui tale trattamento risulti più elevato rispetto a quello previsto per il personale del Ministero o della regione, è attribuito per la differenza un'assegno ad personam riassorbibile, con i successivi miglioramenti economici a qualsiasi titolo conseguiti;
                per i restanti rapporti di lavoro le amministrazioni di destinazione subentrino nella titolarità dei rispettivi rapporti.

martedì 23 agosto 2011

La ricerca perduta


Alla fine anche gli ultimi nodi sono venuti al pettine. In un solo anno, tra il 2008 e il 2009, la produzione scientifica dell’Italia è crollata del 22,5% passando da 52.496 articoli pubblicati si riviste internazionali con peer review ad appena 40.670. Ponendo fine a una crescita, ininterrotta e senza pari in Europa, che durava da trent’anni. Che aveva consentito alla scienza italiana di mascherare, attraverso la produttività dei singoli (altro che fannulloni) le fragilissime basi del sistema e di assorbire, persino, l’«effetto Cina». È questa, in estrema sintesi, la novità contenuta nell’articolo «Is Italian science declining?» (La scienza italiana è in declino?) che Cinzia Daraio, docente di Economiae organizzazione aziendale all’università di Bologna, e l’olandese Henk Moed del centro di studi scientifici e tecnologici dell’università di Leida, hanno pubblicato sulla rivista, con peer review, «Research Policy», che si occupa, appunto di politica della ricerca. I due ricercatori hanno preso in esame una serie di indicatori bibliometrici dal 1980 al 2009.E hanno constatato come, in questi 30 anni, il sistema di ricerca italiano abbia avuto un incremento quantitativo e qualitativo di produzione senza precedenti. Tra il 2000 e il 2008, in particolare, il numero di articoli scientifici firmati da ricercatori italiani è passato da 32.751 a 52.496:un aumentodel60%ottenuto malgrado il numero di ricercatori sia rimasto sostanzialmente costante e malgrado le risorse siano rimaste sostanzialmente costanti. Quest’incremento ha fatto sì che l’Italia conservasse la sua quota mondiale di produzione scientifica malgrado l’«effetto Cina»: ovvero la perentoria entrata in scena degli scienziati cinesi che ha fatto abbassare la quota di tutti gli altri Paesi. In pratica gli scienziati italiani hanno pubblicato, nel 2008, quasi quanto gli scienziati francesi, pur essendo la metà in termini numerici e pur disponendo di meno della metà delle risorse rispetto ai colleghi d’oltralpe. Ma gli italiani hanno vinto il confronto anche con tutti i loro colleghi europei e del mondo. Secondo i calcoli di Cinzia Daraio ed Henk Moed, infatti, in questi trent’anni i ricercatori italiani hanno aumentato come nessun altro la produttività individuale (il numero di articoli scritti in media da un singolo ricercatore) e si sono imposti come, in assoluto, i più produttivi al mondo. Vincendo la gara anche con gli stakanovisti tradizionali, svizzeri e olandesi in testa. Anche la qualità dei loro lavori è migliorata. Il numero di citazioni per articolo, infatti, ha mantenuto un trend di costante ascesa e, a partire dall’anno 2000, ha superato la media mondiale. Anche se resta inferiore a quella dei ricercatori dei Paesi europei più avanzati. In definitiva, possiamo dire che i ricercatori italiani - che qualcuno si ostina a chiamare fannulloni - sono pochi, ma hanno lavorato per trent’anni come nessuno al mondo, ottenendo il primato assoluto in termini di produttività e una buona sufficienza in termini di qualità. Grazie a questo superlavoro individuale hanno mascherato le debolezze strutturali del sistema ricerca. Che da trent’anni ottiene meno risorse e meno attenzione di quanto non succeda in tutti gli altri Paesi, a economia matura o a economia emergente. Il gigante è cresciuto, ma i suoi piedi sono diventati sempre più piccoli e sempre più argillosi. Ma dopo trent’anni di questo paradosso il sistema non ha retto più. Le risorse e l’attenzione dei governi - in particolare dei governi diretti da Berlusconi - sono ancora diminuite e il gigante è crollato. Non poteva essere diversamente. Con questa anomalia il sistema italiano della ricerca - per utilizzare una metafora cara al professor Pier Giuseppe Pelicci, lo scopritore dei geni dell’invecchiamento - è piombato come nel Medioevo, con qualche castello che ospita la nobiltà, e intorno il deserto della quantità e della qualità. I castelli hanno retto per quanto hanno potuto, molto meglio di quanto si potesse sperare, alla sfida della modernità. Ma alla lunga sono stati costretti ad arrendersi. Ai nuovi barbari, la gran parte interni al Paese. Il sistema ricerca in Italia non regge più. Può reggere l’Italia senza un sistema di ricerca?

Qui il pdf dell'articolo originale

giovedì 21 aprile 2011

Il ministro senza vergogna e senza portafoglio

Copio e incollo dal blog di Marco Cattaneo l'incredibile presa per il culo dei progetti bandiera che avrebbero "l’obiettivo di allineare la spesa italiana per la Ricerca alla media europea".... vorei poter pagare il mutuo con la stessa tecnica del ministro, ovvero senza mettere un centesimo. Come al solito dietro il presunto riallineamento ai parametri europei si nasconde l'ennisimo taglio al finanziamento ordinario alla ricerca.

Martedì, a Ballarò, il ministro Mariastella Gelmini ha vantato – di passaggio – l’approvazione del Piano Nazionale della Ricerca “che prevede un miliardo e quattrocento milioni di euro da spendere nei prossimi tre anni”.
Il PNR 2011-2013, in effetti, era stato presentato il giorno prima, con due tavole rotonde dalla composizione almeno in parte imbarazzante. 


invito 19 Aprile PNR_Pagina_2

Al di là della presenza dei presidenti dei maggiori enti pubblici di ricerca (che dovrebbe essere un’ovvietà, ma non c’è da scommetterci), brillano per competenza l’introduzione di Maurizio Gasparri e la moderazione delle tavole rotonde, affidata a Bruno Vespa, capace di passare con la consueta eleganza dall’epigenomica alla comunicazione con l’Aldilà (per chi si fosse perso il tema della puntata di Porta a Porta di ieri).
So che era presente qualche collega della stampa, ma noi non siamo stati invitati. E, data la parata di premi Nobel, c’è quasi da vantarsene.
Allora, per curiosità, siamo andati a vedercelo il Programma Nazionale della Ricerca sbandierato dal Ministro come un’azione che avrebbe “l’obiettivo di allineare la spesa italiana per la Ricerca alla media europea, mediante la realizzazione delle Azioni previste e dei Progetti Bandiera identificati con il contributo della comunità scientifica ed imprenditoriale” (lo si legge a pagina 76; il PDF potete scaricarlo qui).
E qui ci è venuto un primo sospetto. I 14 Progetti Bandiera (da pagina 82 in poi) assommano a 1772 milioni di euro (1,77 miliardi, a beneficio del ministro) in tre anni o più, e , come la signora Gelmini ha sottolineato davanti alle telecamere, si parla di 1,4 miliardi da spendere in tre anni. Questa cifra è pari, complessivamente, all’1 per mille del PIL 2010, che diviso per tre anni fa 0,33 per mille all’anno. E come farebbe, di grazia, ad “allineare la spesa italiana per la ricerca alla media europea”?
Ma questo è niente. Se si vanno a leggere i dettagli del finanziamento dei singoli Progetti Bandiera, si fanno scoperte istruttive. La quasi totalità dei fondi, infatti, proviene dal FOE, il Fondo ordinario per il finanziamento degli enti e istituzioni di ricerca, oppure dallo stanziamento ordinario dell’ASI, l’Agenzia spaziale italiana. Insomma, se mai si faranno i Progetti Bandiera, non ci sarà un centesimo in più, per la ricerca, saranno semplicemente privilegiati a danno di tutti gli altri progetti di ricerca, cui verranno sottratti i fondi provenienti dal fondo ordinario.
Di fatto, il PNR si configura così come una plateale ingerenza nelle scelte degli enti di ricerca, in barba all’autonomia sancita per legge e caldamente suggerita dal buon senso a chi con fatica è riuscito a terminare il suo curriculum di studi.
Non crederete che sia finita qui, vero? A pagina 74 del notevole documento (notevole se non altro per il bassissimo rapporto contenuti/numero di pagine) prodotto dal ministro e sottoscritto dal Comitato Interministeriale per la Programmazione Economica, c’è una tabellina illuminante. Che spiega a che fondi il ministro e le Sorelle Bandiera, pardon i Progetti, dovrebbero attingere.
806 milioni di euro, si vede, saranno sottratti al Fondo ordinario. Complessivamente il 15 per cento del totale. E se considerate che nel fondo sono compresi i salari dei ricercatori e degli altri dipendenti… Avete scommesso? Risposta esatta, non avanzano che le briciole. Ovvero, l’approvazione dei Progetti Bandiera cancella di fatto tutti gli altri progetti di ricerca degli enti pubblici italiani.
268 milioni verranno dai Progetti di Ricerca di Interesse Nazionale, retrocessi a tavolino in serie B.
Poi ci sono un sacco di altri fondi, ma sono sulla carta e lì resteranno, potete scommetterci. Per esempio i quasi 3 miliardi dei PON. I PON sono fondi europei, e non si possono usare per quello che ci pare. Mentre nei FAR, guarda che caso, ci sono fondi per le aree depresse. Il resto sono spiccioli…

Insomma, dietro l’altisonante Programma Nazionale della Ricerca 2011-2013 non c’è un centesimo, se non quelli spesi per stamparlo e presentarlo.
Come dimostrano i Progetti di Interesse, illustrati da pagina 89 in poi, che brillano per chiarezza espositiva e per trasparenza economica: la copertura finanziaria è, secondo i casi, “da definire” o “da individuare”.

Poi, nel Programma Nazionale della Ricerca (le maiuscole non sono mie), oltre a mancare i quattrini, è assente ingiustificata anche la trasparenza. Il ministero, alla pagina web dove si può scaricare il file PDF, sostiene che il PNR sia “l’esito di una ampia consultazione che ha coinvolto la comunità scientifica e accademica, le forze economiche, la rappresentanza della Conferenza Stato Regioni e dell’Osservatorio sulle politiche regionali per la ricerca e l’innovazione, nonché tutte le Amministrazioni dello Stato competenti per materia”.
Ma non dice chi. Chi, come, dove, su quali basi. Quando si approvano progetti di ricerca di portata multimilionaria, come i nostri Progetti Bandiera, nel resto del mondo si istituiscono commissioni che studiano il progetto, la fattibilità, i tempi, e pure i costi, perché il denaro pubblico non vada sprecato. Perché può darsi che io preveda di spendere 10 per un progetto per cui potrei spendere 8. O magari invece 12, e allora bisogna essere pronti a trovare anche gli altri due euro. Per questo qualcun altro è incaricato della revisione e della valutazione.
Qui, invece, va diversamente. Non mi risulta che siano stati consultati né l’Anvur né il Civr, ossia i due organismi che dovrebbero valutare la ricerca. E non sono stati consultati per una ragione semplicissima. Perché non esistono: la prima non si è ancora insediata, mentre il secondo è stato sciolto, in attesa che si insedi la prima.
Una nota penosa: l’ultima valutazione della ricerca italiana risale al triennio 2001-2003.

Tutto questo sarebbe sufficiente a far vergognare un qualsiasi ministro europeo della ricerca. Tranne il nostro.

P.S. Il PNR è stato presentato e approvato nel silenzio indifferente o colpevole dei mezzi di informazione. Eppure si sta parlando del futuro del paese. O forse sono io che mi illudo.

martedì 10 agosto 2010

Poveracci


Basta cliccare sull'immagine per ingradirla (e leggere qualcosa). Di Stefano Disegni.

lunedì 19 luglio 2010

La Ricerca a Del Piero


Da una parte Gelmini e Tremonti affamano la ricerca e l'università pubblica italiana, che, tra gli applausi di schiere di sciocchi laudatores, i quali peraltro sicuramente in futuro non si prenderanno alcuna responsabilità del disastro, saranno ridotte al grado zero della qualità e del merito. Dall'altra Berlusconi va in festosa visita all'universita telematica privata del Cepu. Sono ambedue scene tratte dal suicidio di una nazione moderna. Ma devo riconoscere che c'è del metodo in questa follia

Cosi' Fabio Mussi, ex ministro dell'Universita' e Ricerca del governo Prodi, commenta l'entusiasmo del Premier per il diplomificio privato di dubbia qualita' dove fino a poco tempo fa la tesi di laurea si poteva direttamente comprare. Da notare che durante la "festosa visita" il premier non ha perso l'occasione per insultare Rosy Bindi (come suo solito) e per sottolineare non il merito ma l'aspetto fisico di alcune giovani laureate. Peccato pero' che come sempre si parlera' solo di questa polemica, e non del perfetto riassunto delle politiche governative sull'istruzione che questa visita rappresenta...

lunedì 12 luglio 2010

Adotta un astronomo italiano!


On May 27th 2010, the Italian astronomical community learned with concern that the National Institute for Astrophysics (INAF) was going to be suppressed, and that its employees were going to be transferred to the National Research Council (CNR). It was not clear if this applied to all employees (i.e. also to researchers hired on short-term contracts), and how this was going to happen in practice. In this letter, we give a brief historical overview of INAF and present a short chronicle of the few eventful days that followed. Starting from this example, we then comment on the current situation and prospects of astronomical research in Italy.

Qui l'articolo completo a firma di molti astronomi italiani sul popolare archivio di articoli astro-ph. In figura la frazione dei primi 100 articoli di astrofisica piu' citati dal 1930 al 2010 di cui il primo autore lavora in un istituto italiano. E' notevole come la fondazione degli istituti ex-CNR che ora sono parte di INAF, la riforma degli osservatori e la partecipazione a ESO abbiano influenzato la produzione scientifica italiana in questo campo.

Questo invece il sito "adotta un astronomo italiano", che raccoglie i curricula degli aderenti:
"This is what we do, this is who we are. One day (sooner than later?) you might well find all these CVs among the application material you will receive.
In the meantime, aware that our astronomical competences risk to be lost, we propose ourselves for a series of lectures/seminars at your Institutes so as to plant a seed of knowledge that was born and grew up in this country. If you wish to give us your support by inviting us to your Institute, please send an e-mail to the address: adoptanitalianastronomer@gmail.com, and help us to circulate this letter within the astronomical community. We plan to make all seminars and lectures that will be given in the framework of this initiative publicly available."

giovedì 10 giugno 2010

Priorita'


Anche la Germania ha varato una manovra lacrime e sangue per far fronte alla crisi, 80 miliardi in 4 anni, al cui confronto i 24 di Tremonti sono noccioline. Anche in germania penalizzati i dipendenti pubblici, i disoccupati, perfino le madri sole. Ma la differenza con l'Italia e' notevole: prima di tutto si tagliano le spese militari, mentre noi continuiamo a spendere 23-25 miliardi all’anno (ottavo paese al mondo) in armi inutili e inutilizzabili, senza chiederci se davvero servono a qualcosa a parte foraggiare interessi di lobby. Vari esperti dicono che si spende male e si spreca molto: abbiamo tanto per dire 185.000 persone in armi ma al massimo ne possiamo impegnare all’estero solo 20-25.000, e investiamo in armameti, come i famosi F35, pensatio per tipi di conflitti da guerra fredda che non esistono piu'.
Ma la differenza maggiore e' che la Germania non solo non ha tagliato un euro per istruzione e ricerca, ma ha anzi destinato a questo comparto dodici miliardi in più. Angela Merkel (alla guida di una coalizione di centro-destra CDU-CSU, FDP) sa bene che l’innovazione è l’unica speranza per la Germania e per l’Europa: “Questo programma vuole al tempo stesso risanare le finanze pubbliche e preparare la nostra economia al futuro. Ecco perché – ha precisato Merkel – abbiamo deciso di riservare entro il 2013 fino a 12 miliardi di euro in nuovi investimenti nella ricerca, nello sviluppo e nell’istruzione”. Mentre in Italia si tagliano i pochi fondi alla ricerca gia' piu' bassi che nel resto del mondo evoluto, si cancellano enti a casaccio e si massacra la scuola pubblica, la Germania riesce a tagliare oltre 90 miliardi in quattro anni per potersi permettere di aumentare gli investimenti in istruzione e ricerca di altri 12 miliardi di Euro. “La Germania, quale principale economia d’Europa, ha il dovere di dare il buon esempio” ha concluso il cancelliere. Un buon esempio che in Italia ci guardiamo bene dal seguire: e’ tutta la differenza tra chi, pur da destra, ha una visione di futuro e chi invece non ha la cultura per governare un grande paese come l’Italia.

sabato 5 giugno 2010

La fine della scuola e dell'Italia


Nessun paese in difficoltà rispetto al futuro taglierebbe i fondi di scuola e ricerca: l'Italia sì. Ma è una cosa che agli italiani interessa solo se hanno figli al tempo pieno. Da Il Post:

L’Italia convive da tempo con alcuni grandi mostri civili: alcuni, come la mafia, li combatte con esigue forze e ampie rinunce; altri, come la rovina della sua scuola, addirittura li incentiva con volenterose forze e altrettanto ampie rinunce.

Nessun paese in difficoltà rispetto al proprio futuro, che si tratti della propria sopravvivenza economica ma anche civile e culturale, taglierebbe sul fronte della scuola. Sarebbe come essere preoccupati di perdere un appuntamento domattina presto e buttare via la sveglia. Ma l’Italia lo fa, sistematicamente, da anni: butta la via sveglia. E la mattina dopo dorme, salvo lamentarsene poi. E l’attuale maggioranza di governo si sta premurando di distruggere a martellate ogni orologio di casa, e prendere dei sonniferi. Con la connivenza di mezzo paese.

Perché gli italiani che si preoccupano della scuola sono solo una minoranza di quelli che hanno dei figli a scuola, a loro volta minoranza. Poche cose dimostrano l’egoismo di questo paese e l’incapacità degli italiani di guardare oltre se stessi e oltre il pomeriggio di domani quanto l’atteggiamento sulla scuola. Tutti allenatori della nazionale quando si tratta di dare lezioni agli insegnanti su come trattare nostro figlio, tutti preoccupati di altro quando la funzione della scuola viene smantellata: scandalizzati dalle tasse, dai politici ladri, dal bavaglio e da qualunque cosa fuorchè dalla distruzione della sveglia. Dormiremo tutta la mattina, e anche di più, e chissenefrega.

La semplificazione che vede nell’atteggiamento dell’attuale governo sulla scuola un deliberato progetto di sottrazione di fondi all’educazione e crescita degli italiani attraverso la scuola pubblica per ingrassare i sistemi clientelari e i modelli culturali delle scuole private – lo “svuotamento della scuola pubblica” – può sembrare dietrologa e ideologica e a volte è usata superficialmente per spiegare questioni diverse tra loro. Ma ciò a cui si riferisce esiste, di fatto, nelle intenzioni e nei risultati. Ammesso che il finanziamento delle scuole private di uno stato che ha un servizio scolastico potenzialmente eccellente possa avere delle giustificazioni in tempi di vacche grasse – non le ha, secondo noi, e quei tempi non sono mai esistiti – come possono quelle indulgenti giustificazioni diventare più pesanti della riduzione di qualità del servizio scolastico pubblico? Come si possono giustificare i soldi dati alle scuole private – che godono di standard meno elevati e accolgono studenti privilegiati – nel momento in cui la mancanza di soldi peggiora la qualità dell’offerta scolastica principale?

Il criterio che muove il governo in questi giorni di ulteriori tagli – la nostra è una scuola che chiede ai genitori di comprare la carta igienica, ricordiamocelo sempre – è uno solo, semplice: servono soldi, togliamoli da lì, che non c’è nessun potere privato a lamentarsene, anzi. Protestano gli insegnanti, ma ormai sono rassegnati (e di sinistra), e borbottano i genitori ma gli passa: hanno altro da fare.

Perché ci sono tre modi di relazionarsi con il peggioramento del progetto educativo italiano, che non ha a che fare con chi lavora nelle scuole ma con le scelte di governo e ministero e col consenso dei partiti – anche quelli di opposizione, a volte indifferenti altre addirittura conniventi – che conoscono la tolleranza degli italiani su questi temi. E quando anche il lavoro nelle scuole peggiora è solo e ovviamente perché le condizioni e i modi della formazione sono stati a loro volta svuotati da scelte governative. Ci sono tre modi, dicevamo, e tre generi di italiani. Quelli che della scuola se ne fregano, non li riguarda e il loro orticello contiene altro. Quelli per cui la scuola deve tenergli i figli nel tempo che non hanno e dar loro l’alibi che c’è qualcuno che li educa al posto loro. Quelli che si preoccupano delle condizioni della scuola solo quando i loro figli ne risentono palesemente. Quelli che pensano che una scuola mal gestita e senza investimenti sia la tomba delle ambizioni di miglioramento di un paese, altro che lodo Alfano. Un gruppo e mezzo su quattro, e i più esigui, difficilmente potranno fare il lavoro per tutti.


Qui anche una bella lettera di un'insegnante di una periferia di Palermo al ministro Tremonti.

domenica 17 gennaio 2010

Il confronto

I due video differiscono per 7 piccoli particolari:



(via Marcello Saponaro)

martedì 24 febbraio 2009

Valutazioni e interventi pubblici puntuali


Ciò non toglie che, anche e a maggior ragione nella fase critica che stiamo vivendo, con l'Europa, in un mondo scosso da eventi traumatici e da gravi incertezze per il futuro, tutte le forze responsabili del paese debbano proporsi di salvaguardare, potenziare, valorizzare le risorse di capitale umano e di sapere di cui disponiamo, evitando quella dispersione di talenti e di risultati, di cui qui si è detto: talenti e risultati troppo spesso sottovalutati e non tradotti in più alta qualità dell'occupazione e dello sviluppo.
E' perciò molto importante non abbandonarsi proprio in questo campo a "facili e superficiali generalizzazioni" - come lei ha detto, professor Bistoni - negative e liquidatorie, da cui possono scaturire decisioni che mettano a rischio lo sviluppo della ricerca e delle Università. Ho nello stesso tempo apprezzato l'apertura che lei ha mostrato verso ogni seria analisi critica e verso l'esigenza di un profondo ripensamento. Mi auguro che in questo senso si manifesti la più larga sensibilità e disponibilità di docenti, di ricercatori, di studenti e che si possa così rapidamente giungere a valutazioni e interventi pubblici puntuali nei confronti del sistema universitario. Mi auguro che stiano maturando le condizioni anche per riesaminare decisioni di bilancio ancorate alla logica di tagli indiscriminati. Spetta in modo particolare a voi tutti che operate nell'Università farvi portatori di proposte realistiche e di idee innovative. Ho fiducia che non farete mancare il vostro contributo.

Cosi' il Presidente della Repubblica concludeva ieri il suo discorso alla cerimonia conclusiva del 700 anniversario di fondazione dell'Universita' di Perugia, auspicando un passaggio dai tagli indiscriminati che hanno caratterizzato la linea di intervento di questo governo a un sistema di interventi mirati e di valutazioni puntuali delle eccellenze e delle qualita'. Mentre Mariastellasenzacielo blatera infastidita che loro tagliano solo gli sprechi (non si sa bene con quale coraggio data la mannaia che si e' abbattuta sull'Universita' italiana), l’analogo spagnolo del CNR ha valutato con un team di esperti internazionali i piani strategici quinquennali di ogni istituto per l'assegnazione dei fondi. Il Presidente chiede, giustamente, a chi e' nel mondo dell'Universita' e della Ricerca di farsi portatore di idee realistiche e innovative, e nel nostro piccolo qua ci abbiamo provato. Ma il problema e' che ormai non servono neppure idee innovative, basterebbe guardare quello che accade nel resto d'Europa e del Mondo.

giovedì 8 gennaio 2009

Fiducia e slogan


La Camera approva la fiducia posta come ormai consuetudine anche sul decreto "Gelmini" sull'Universita'. Dello specifico del decreto si parlava gia' qua in gran dettaglio, come pure dell'inconsistenza dell'opposizione che si e' concentrata solo su aspetti marginali tralasciando le cose gravi.

Devo dire che piu' in generale sono abbastanza stufo del modo caciarone di fare "politica" di casa nostra. In queste vacanze passate tra Roma e Firenze mi hanno, come sempre, colpito due cose: i manifesti in strada, soprattutto a Roma, fatti di slogan assolutamente inutili o di cui ci si dovrebbe solo vergognare (e di cui parlano gia' molti altri in rete), e i telegiornali, fatti solo di commenti insulsi di politici a delle notizie, anche dall'estero, che non vengono neppure date e rimangono misteriose. Tutto si riduce a un battibecco di frase fatte e slogan vuoti in cui l'unica cosa importante e' criticare l'altro, spesso su aspetti inconsistenti o del tutto privi di interesse. E dal poco che ho visto prima di tornarmene in Germania, anche su Gaza le televisioni e le radio tricolori non e' che stessero facendo grandi sforzi per farci capire un minimo piu' in profondita' che cosa stia succedendo. Nel dubbio, tra le altre buone letture che si possono fare e le molte letture ideologiche di una specie o dell'altra, mi sto leggendo attentamente Distanti Saluti, specialmente qua e qua.

giovedì 18 dicembre 2008

Lettera aperta al Ministro Ombra



Insieme ai compagni del Circolo Sez. PD Monaco di Baviera abbiamo scritto una lettera aperta al Ministro Ombra dell'Universita' e Ricerca e ai vertici del partito a Roma, a seguito del recente dibattito suilla riforma dell'Universita' e dell'atteggiamento tenuto dal PD. Visto che il ministro vero non ci ascolta, proviamo con quello ombra.

Nell'ambito delle attività del gruppo Università, Ricerca e Tempo Libero del Circolo PD Sezione di Monaco di Baviera abbiamo discusso con altri ricercatori italiani che lavorano a Monaco e dintorni i contenuti di recenti iniziative legislative che interessano l'università, in particolare il disegno di legge Gelmini-Tremonti su "valorizzazione del merito e qualità del sistema universitario e della ricerca". Tale disegno di legge contiene molte misure a nostro parere molto deleterie, mischiate però a provvedimenti che potrebbero essere in linea di principio positivi. Con questo breve documento vorremmo quindi attirare l'attenzione sulle misure che, secondo noi, andrebbero contrastate con decisione informando l'opinione pubblica della loro reale portata, e individuare invece gli aspetti potenzialmente positivi che possono essere migliorati. Abbiamo infatti letto sui giornali sconcertanti dichiarazioni di esponenti del PD al riguardo, che ci sembra non abbiano assolutamente colto né quanto di sbagliato né quanto di buono sia presente nella bozza in discussione.

Nonostante l'intento più volte propagandato sia quello di contrastare il cosiddetto "potere dei baroni", molti dei provvedimenti previsti dal disegno di legge vanno in realtà nella direzione opposta. Ad esempio il nuovo sistema di scelta delle commissioni dei concorsi restringe l'elettorato sia attivo che passivo ai soli professori ordinari e straordinari (Art.1, commi 4 e 5). Questo vuol dire che le commissioni dei concorsi a qualsiasi livello (professore di prima fascia, di seconda fascia, ricercatore) saranno composte esclusivamente da professori ordinari, con l'unica eventuale eccezione della possibilità dell'università che emette il bando di nominare un professore associato nelle commissioni dei concorsi da ricercatore. Questo è un peggioramento rispetto alla situazione attuale, in cui le commissioni per concorsi di seconda fascia e per ricercatori sono miste (3 ordinari + 2 associati per il concorso di seconda fascia, 1 ordinario, 1 associato e un ricercatore per quelle da ricercatore) e l'elettorato attivo è garantito a tutti (ognuno nell'ambito della propria categoria). È evidente che in questo modo si aumenta il potere decisionale dei professori ordinari a scapito delle altre figure. Ancora più incomprensibile è il comma 8bis dell'Articolo 1, che prevede che "i professori che non usufruiscono del periodo di trattenimento in servizio di cui all'articolo 16, comma 1, del decreto legislativo 30 dicembre 1992, n. 503, conservano l'elettorato attivo e passivo ai fini della costituzione delle commissioni di valutazione comparativa per posti di professore e ricercatore universitario" fino al primo novembre successivo al compimento del settantaduesimo anno di età. Si consente quindi ai professori più vecchi che dovrebbero già essere in pensione, non solo di continuare l'attività accademica, ma anche di mantenere intatta la possibilità di decidere commissioni e assegnazioni di contratti e risorse, in chiara controtendenza rispetto a ciò che accade in altri paesi Europei e a quella politica di svecchiamento e ricambio tanto auspicata a parole da governo e opposizione.

La modifica al comma 3 dell'articolo 1, introdotta in Senato, risulta poi particolarmente peggiorativa rispetto al testo originale. A seguito di questa modifica, infatti, una quota non inferiore del 60 percento della somma disponibile per il reclutamento di nuovo personale viene destinata "all'assunzione di ricercatori a tempo indeterminato, nonché di contrattisti ai sensi dell'articolo 1, comma 14, della legge 4 Novembre 2005, n. 230". (la formulazione originaria prevedeva solo ricercatori a tempo indeterminato). L'emendamento del Senato, che introduce la possibilità di utilizzare quelle risorse anche per contratti a termine, alimenta da un lato l'odiosa precarietà che ben conosciamo, risultando dall'altro, terreno ancora più fertile per ricatti e baronie che a parole si vorrebbe combattere. È infatti molto più ricattabile un contrattista di un ricercatore stabile.

Un'altra cosa deprecabile di questo disegno di legge è che le spese previste per la sua attuazione vengono recuperate mediante tagli alle dotazioni di altri ministeri (e fin qui nulla di grave), però i tagli previsti al ministero dell'ambiente sono quasi esclusivamente limitati alla voce "Sviluppo sostenibile e tutela del territorio e dell'ambiente" (quando sappiamo che invece moltri altri paesi riconoscono proprio in questo settore grandi potenzialità di sviluppo, anche della ricerca, e di crescita economica).

Vi sono nel decreto legge poi una serie di misure tendenzialmente inutili o superflue, quali l'articolo 1, comma 1 sulla possibilità di indire bandi di concorso solo in presenza di una garanzia di copertura finanziaria (in realtà questa norma già esiste, semplicemente non viene rispettata né fatta rispettare), o l'articolo 3bis sulla creazione di una anagrafe telematica del personale universitario (l'anagrafe dei docenti esiste già, è gestita dal CINECA, e ogni singolo docente ha la responsabilità di tenerla aggiornata con le informazioni sulla propria attività scientifica). Non si capisce la necessità di dedicare un articolo della legge per la creazione di una cosa che già esiste.

Potenzialmente positivo invece il fatto che gli scatti stipendiali e la partecipazione alle commissioni siano subordinate alla attività scientifica del docente (articolo 3ter). Bisogna però che i criteri di valutazione (che ancora non sono stati definiti) siano abbastanza stringenti, ad esempio considerare solo pubblicazioni scientifiche in riviste internazionali peer-reviewed con Impact Factor, oppure curatele di libri o riviste sempre a livello internazionale, escludendo lavori a mero livello nazionale o addirittura locale (annali e pubblicazioni interne). A questo proposito risultano abbastanza sconcertanti le dichiarazioni del ministro ombra dei Beni culturali, secondo cui in questo modo si premierebbero "...i docenti che pubblicano in fantasmatiche case editrici il risultato delle loro ricerche..." invece di "...dare consistente valore alla didattica. Gli studenti pagano l'onerosa retta per essere istruiti e non per il curriculum di presunta scientificità dei professori. (...) nel quasi cento per cento dei casi si tratta di pubblicazioni inutili, pretestuose e improvvisate a mero scopo carrieristico.". Invece di tali affermazioni perlomeno avventate sarebbe il caso di sfidare l'esecutivo sulla serietà dei criteri da utilizzare (le pubblicazioni su riviste internazionali sono un parametro normalmente utilizzato in tutto il mondo per valutare la bontà dell'attività scientifica), tenendo anche presente come un'attività didattica efficace e aggiornata non possa prescindere da un'attività di ricerca di eccellenza.

Anche le norme per il cosiddetto rientro dei cervelli (articolo 1bis) paiono più che sensate, anche se non è molto chiaro in cosa differiscono dalle norme attuali. Anche in questo caso risulta poco comprensibile la posizione del deputato PD Paolo Corsini che, in commissione esteri, ha contribuito a far bocciare questo articolo perchè "le disposizioni del provvedimento sembrano incoraggiare tecniche di aggiramento delle procedure concorsuali italiane, assai più rigorose di quelle previste all'estero, che consistono proprio nell'assunzione di ruoli di docenza in altri paesi, con l'effetto di incoraggiare ulteriormente il fenomeno della fuga di cervelli." Invece di tali esternazioni, difficilmente difendibili nella forma e nella sostanza, sarebbe più utile fare proposte per rendere più efficaci e meno burocratiche le procedure di rientro dei cervelli e di richiamo di studiosi stranieri. La cosiddetta "fuga dei cervelli", infatti, é di per sé un dato assolutamente incoraggiante, che dimostra la dinamicità e la competitività a livello internazionale dei ricercatori formatisi nelle Università italiane, e rappresenta piuttosto una risorsa per l'acquisizione di nuove competenze e contatti nei centri di eccellenza mondiali. Il problema é piuttosto l'assenza di un flusso inverso di ricercatori italiani e stranieri verso il nostro paese, a causa della scarsa competitività e appetibilità del nostro sistema di ricerca. A tal proposito, la norma introdotta nel DDL anticrisi (art. 17) che prevede di ridurre le aliquote delle imposte agli studiosi che arrivano in Italia, é sicuramente positiva, ma del tutto insufficiente in quanto sarebbero altre le condizioni da garantire a tali studiosi, in linea con quanto viene offerto negli altri paesi: la possibilità di crearsi un gruppo di ricerca autonomo, la certezza di avere accesso ai fondi necessari e costanti nel tempo se i risultati conseguiti risultano importanti e significativi, stipendi confrontabili con quelli percepiti nel resto d'Europa.

Ci auguriamo quindi che il PD possa finalmente fare chiare scelte di campo nel dibattito sulla gestione delle risorse da dedicare alla ricerca, avanzando proposte serie e profonde, criticando con decisione quelle proposte che vanno in direzione opposta. Proprio davanti al profilarsi di una crisi economica profonda in tutti i paesi industrializzati, é infatti giunto il momento di mostrare con chiarezza quale futuro la nostra classe dirigente immagina per il nostro paese.


Il Gruppo Università, Ricerca e Tempo Libero del Circolo PD "Sezione di Monaco di Baviera"

giovedì 11 dicembre 2008

Accidenti al meglio


Era in discussione ieri in Commissione Esteri della Camera il DL 180/08: "Disposizioni urgenti per il diritto allo studio, la valorizzazione del merito e la qualita' del sistema universitario". La stampa ha dato grande risalto al fatto che la Commissione ha respinto la proposta di parere favorevole del relatore della maggioranza. Fierissimo il Deputato Paolo Corsini del risultato ottenuto: "Grazie al voto contrario di Pd, delegazione Radicale e Italia dei valori abbiamo contestato la formulazione su uno dei punti più importanti del provvedimento: cioè il rientro dei cervelli dall'estero perché pur condividendo ovviamente il fine la norma otterrebbe esattamente l'obiettivo opposto, cioè l'allontanamento delle eccellenze dai nostri atenei". Evviva. Infatti se si va a vedere il dibattito in Commissione, come mi segnala Dado, Corsini invece di contestare le cose meno buone del decreto, si limita a additare la norma che facilita l'ingresso di cervelli dall'estero. Spiega infatti: "le disposizioni del provvedimento sembrano incoraggiare tecniche di aggiramento delle procedure concorsuali italiane, ASSAI PIU' RIGOROSE DI QUELLE PREVISTE ALL'ESTERO, che consistono proprio nell'assunzione di docenza in altri Paesi, con l'effetto di incoraggiare ulteriormente il fenomeno della fuga di cervelli". Rimango basito di fronte a tanta idiozia. Secondo Corsini una norma che favorisce l'ingresso nelle universita' italiane dei migliori docenti e ricercatori (una delle carenze piu' gravi del nostro sistema) avrebbe l'effetto opposto: tutti gli cervelli italiani scarsi andrebbero all'estero dove risaputamente assumono in barba ad ogni criterio meritocratico perche' hanno soldi da buttare, e starebbero la' almeno tre anni solo con la speranza di essere selezionati dal ministero e da una Universita' per il programma di rientro (che non si capisce ancora bene se e come sara' finanziato). Senza parole: ma dove li trovano? Insiste poi dicendo che il nuovo sistema di formazione delle commissione, tramite parziale sorteggio, secondo lui andrebbe a ledere "la professionalita' accademiche dei professori" piu' che le mafie e i favoritismi incrociati. Non spicca per acume anche Leoluca Orlando (Idv), che si trova in piena sintonia con il collega del PD.
Per fortuna almeno la destra qualche cosa buona nel DL ce lo mette, come vincolare almeno parte degli aumenti salariali dei professori a pubblicazioni su riviste internazionali. Peccato che anche su questo il PD trova da ridire: "Basta con la demagogia. Non è vero che questo governo fa la lotta ai baroni", dichiara Vincenzo Cerami, ministro ombra dei Beni culturali, che incalza: "La ministra Gelmini, piuttosto che premiare i docenti che pubblicano in fantasmatiche case editrici il risultato delle loro ricerche, dovrebbe dare consistente valore alla didattica, che ad oggi non costituisce alcun punteggio nell'ambito della carriera universitaria. Gli studenti pagano l'onerosa retta per essere istruiti e non per il curriculum di presunta scientificità dei professori. Ella deve sapere che nel quasi cento per cento dei casi si tratta di pubblicazioni inutili, pretestuose e improvvisate a mero scopo carrieristico. Temiamo che questo governo voglia dare l'impressione di cambiare molto senza, in realtà, cambiare niente". Andiamo bene davvero: le pubblicazioni internazionali non contano nulla, e per una formazione di eccellenza non serve la ricerca e l'aggiornamento continuo dei professori. Ma tanto si discute del nulla: il DL sara' stracciato dal governo appena convertito in legge come quello sulla scuola.

mercoledì 3 dicembre 2008

Cervelli on air


Ieri sera mi sono divertito un sacco. Insieme a Nico e Benedetta, due colleghi astronomi italiani "in fuga" a Monaco, siamo stati invitati a Radio Lora, l'unica radio libera di Monaco. Siamo stati intervistati per una mezzoretta sull'iniziativa del 14 Novembre in supporto della protesta in Italia per i tagli a Universita' e Ricerca, sulla lettera che abbiamo inviato al Ministro Gelmini (e che si puo' ancora sottoscrivere), e sulle nostre iniziative future in Baviera su questo tema. La trasmissione, "L'ora italiana", e' per fortuna tutta in italiano: un appuntamento mensile per tutti i nostri compatrioti a Monaco, pare discretamente seguito.
Armati di cuffie e microfoni che ci facevano sembrare davvero professionisti, abbiamo cercato di rispondere nel modo piu' chiaro possibile alle domande di Sonia e Dario, molto simpatici e disponibili a dare un po' di voce alla nostra iniziativa. Dopo l'articolo sul giornale, un film e una manciata di passaggi in radio comincio a prenderci gusto! Qui l'audio della trasmissione...

lunedì 24 novembre 2008

Turn-over


Mentre si discute di turn-over per la sostituzione del personale di Universita' e Enti di ricerca, Suro mi fa notare che a Firenze i professori piu' attempati si ribellano alle nuove disposizioni. Fino ad oggi infatti i docenti che raggiungevano l'età pensionabile di 70 anni potevano chiedere il prolungamento del contratto di due anni, mentre con le modifiche del governo questi prolungamenti diventano a esclusivo carico dell'Ateneo. L'Universita' fiorentina e' da tempo in bolletta, ed e' dunque costretta a tagliare: verranno confermati solo quelli che il Senato Accademico giudicherà «eccellenti». Vista la composizione di quest'organo, non prettamente formato da giovani di belle speranze, non dubito che saranno numerosi. I 228 prof che dovranno lasciare la cattedra nei prossimi tre anni pero' se la prendono tantissimo: vorrebbero restare al loro posto nonostante le chiome canute e gli acciacchi, alla faccia del vecchio adagio "largo ai giovani". "Siamo discriminati in base all'eta'" dicono. Chissa' allora cosa dovrebbero dire i tanti giovani costretti all'emigrazione o a contratti a singhiozzo, spesso poi per far ricerca o didattica al posto dei vecchi luminari pensionabili, e che non trovano posto grazie all'ingorgo di ben piu' remunerati professoroni che pensantemente incidono sui bilanci. Firenze tra l'altro e' una delle Università italiane con l´età media più alta: gli ordinari hanno in media 60 anni, gli associati 53,9, i ricercatori 47,6. Certo pero' che un simile, fulgido esempio di attaccamento al lavoro e spirito disinteressato di servizio meriterebbe almeno una certa riconoscenza....

mercoledì 19 novembre 2008

Il colmo della beffa


Lucia e' un'amica etologa, che studia delle bestioline che vivono sulle spiagge. Da diversi anni si barcamena con assegni di ricerca all'Universita' di Firenze, e collabora con Universita' in Spagna, Uruguay, Polonia, Francia, Germania. Nell’ambito di progetti europei di cui il Dipartimento di Biologia Evoluzionistica di Firenze è stato coordinatore, ha collaborato con Università e Istituti di Egitto, Marocco, Tunisia. Il colmo dei colmi e' che adesso lavora a Firenze con dei fondi che vengono direttamente da un'Universita' marocchina, perche' in Italia i soldi per la sua ricerca sono finiti. "Per adesso", mi scrive, "non ho intenzione di trasferirmi in un altro paese, ma questa è una scelta che vedo sempre più come un lusso, e non so per quanto potrò ancora permettermelo. L’ecologia, oggetto del mio studio, ha tempi lunghi che spesso non si accordano con le durate brevi dei contratti". In realta' anche con molto altro. Ecco la sua storia e quella dei fondi che vengono dal Marocco. Siamo ormai nel quarto mondo.

L’ultimo progetto a cui ho partecipato, e che mi ha permesso di svolgere due anni come assegnista di ricerca presso l’Università di Firenze, si chiama WADI ed è stato finanziato dall’Unione Europea nell’ambito del VI Programma quadro. Si concluderà in Dicembre 2008 e, da contratto con la UE, le somme previste nel progetto e non spese vanno restituite al finanziatore. Una quota (pari al 20%) del budget totale di ogni partner del progetto rimane, come overhead, spendibile per la disseminazione degli output del progetto (infatti spesso il materiale di disseminazione, come ad esempio le pubblicazioni, arriva con ritardo rispetto al periodo in cui si fa lo studio). La gestione di questo denaro spetta al coordinatore (rettore delle università, o dean degli istituti di ricerca) delle istituzioni partner che può decidere se affidarlo all’amministrazione del partner coordinatore (in questo caso, l’Università di Firenze). Ciò che è successo quindi è stato che le università marocchine Mohammed V di Rabat e Abdelmalek Esaadi di Tétouan hanno affidato all’Università di Firenze l’amministrazione del denaro restante. Questo ha fornito la liquidità necessaria per il rinnovo di due assegni di ricerca, uno dei quali è il mio (nota tecnica: per ragioni amministrative, la liquidità deve essere presente in Dicembre per permettere lo stanziamento dei rinnovi degli assegni di ricerca in Marzo…anche se l’Università di Firenze avesse altri fondi stanziati, o i propri overhead previsti, ma non liquidità, niente rinnovo degli assegni). In questo quadro, le cose che emergono a mio parere sono: 1) trattandosi di un progetto finanziato dall’Unione Europea, le baronie locali e gli scambi di favori non arrivano ad influire. Inoltre la gestione dei fondi europei è sottoposta a controllo molto rigido, per cui l’Università non ha modo di arricchirsi (è stato prelevato solo l’1.5% come contributo alla biblioteca). Trattandosi di un progetto, ha comunque un termine, e quindi non è questa la soluzione alla mia condizione di precariato…fare un progetto mi porta esperienza e consolida le mie capacità progettuali, ma il fatto che queste vengano utilizzate a beneficio dell’Università italiana mi sembra che sia messo seriamente in discussione dal nostro Governo. 2) le università e i professori marocchini con cui ho collaborato hanno dimostrato un’apertura mentale e una visione a lungo termine che sembra mancare del tutto nel decreto di riforma della scuola e dell’università attualmente proposto in Italia: hanno mobilizzato fondi perché vadano in un progetto di ricerca comune e hanno collaborato a livello internazionale nonostante la carenza di infrastrutture. Per concludere, l’Università Abdelmalek Esaadi ha pubblicato un libro di educazione ambientale destinato alle scuole elementari marocchine, che sarà distribuito, appunto, utilizzando gli overhead. Questo significa, per un ricercatore e per la sua istituzione, dedicare energie e tempo e denaro ad attività che non vanno ad aumentare il prestigio accademico ma investono a lungo termine nell’educazione delle nuove generazioni. Esattamente il contrario di quanto previsto dal nostro decreto.
So che questa esperienza è abbastanza al di fuori del contesto, purtroppo frequente, del ricercatore costretto ad emigrare (se non altro, non ancora), ma a mio parere fornisce dei buoni spunti di riflessione sulla capacità di investire nello sviluppo futuro.

venerdì 14 novembre 2008

Fratelli d'Italia

Direttamente da Cervelli Monaco, la cronaca del presidio di stamani nell'ambito delle proteste in Italia e nel mondo contro i tagli all'Universita' e Ricerca. Tagli cosi' ingenti, che nella penuria attuale ci sono anche assegnisti italiani rimasti in Italia che sono pagati con fondi Marocchini: il colmo dei colmi. Qui le ragioni con BeffaTotale in audio ieri a Radio Onda d'Urto. Visto il successo delle iniziative, trovato impiego di ripiego per la Gelmini...


Dopo la sveglia all'alba per intervenire a Radio3, il manipolo di facinorosi italiani decisi a sfidare l'umido bavarese e le rigide regole della polizia si ritrovano finalmente davanti al Consolato Italiano. A dire il vero, al forno-bar poco lontano, dove la voglia di caffe' fa incrociare per caso gran parte dei manifestanti. Alle 10.40 siamo sotto il Consolato, armati di cartelli, bandiere tricolori, tamburini e volantini. Arrivano anche due poliziotti con tanto di minaccioso cellulare a verificare e spiegarci le regole del gioco, ovviamente rigidissime: vietato correre, vietato fare rumore, obbligatorio tradurre i cartelli dall'Italiano per verificare l'assenza di scritte offensive, obbligatorio lasciare spazio sul marciapiede per far passare i pedoni. Srotoliamo i nostri cartelli mentre Nico spiega in diretta su Popolare Network le nostre ragioni e sensazioni. Alla fine siamo 40 (12 per la questura), un risultato niente male data la preparazione in tutta fretta, e forti anche delle piu' di 320 firme apposte alla nostra lettera per il Ministro.
Una rappresentanza di 5 persone da mandare a parlamentare viene eletta a furor di popolo: Andrea, Marcella, Giovanni, Nico e Benedetta vengono accolti dal Console Generale e dal suo Vice. Il Console si dimostra interessato alla situazione e al punto di vista dei ricercatori Italiani a Monaco, sottolineando le eccellenze e i premi vinti da ricercatori nostrani che lavorano in Baviera: uno di questi premi e' proprio Benedetta, scatenando un siparietto da "Consolamba che sorpresa". La delegazione lascia l'edificio non prima di aver ricevuto dal Console sia l'assicurazione che la lettera verra' prontamente inviata al Ministro, sia l'invito a organizzare una riunione con tutta la comunita' dei ricercatori italiani per discutere piu' in profondita' le questioni sollevate. Mentre i tricolori sventolano per l'ultima volta, mentre qualche tedesco curioso si ferma a leggere il nostro unico cartello in lingua barbara fermando addirittura il furgone per arrivare fino in fondo, le due guardie nostri angeli custodi ci salutano lamentandosi un po' che siamo stati troppo vicini al bordo della strada. Anche questo e' Baviera! Qua tutta la fotocronaca completa!

Lo slogan


Parlar chiaro

La traduzione per gli indigeni

Benedetta consegna la lettera al Console Generale

giovedì 13 novembre 2008

Lettera aperta al Ministro dell'Istruzione, Universita' e Ricerca


In occasione dello sciopero dell'Universita' e della Ricerca in Italia di Venerdi' 14, anche i ricercatori italiani a Monaco di Baviera aderiscono alle proteste contro i tagli con un presidio presso il Consolato Generale di Monaco alle ore 10.45:

  • per manifestare la loro solidarieta' alle mobilitazioni di amici e colleghi in Patria
  • per offrire il loro punto di vista su una questione fondamentale finalmente di grande interesse pubblico e politico in Italia.
Di seguito il testo della lettera che consegneremo al Console Generale d'Italia a Monaco. Chiediamo a tutti, ricercatori e non, all'estero e non,di aderire firmando qua. Crediamo infatti sia condivisibile da buona parte dei ricercatori Italiani
attualmente all'estero, da chi all'estero e' stato in passato, e da tutti coloro, anche e soprattutto in Italia, che riescono a rendersi conto che senza risorse la ricerca non avanza, ma senza ricerca un paese non progredisce.

Gentile Ministro,

in occasione dello sciopero generale dell' Università e della Ricerca di Venerdì 14 Novembre, in qualità di ricercatori italiani all'estero abbiamo deciso di manifestare la nostra solidarietà alla mobilitazione dei nostri amici e colleghi in Italia, e di offrire il nostro punto di vista su una questione finalmente di grande interesse pubblico e politico nel nostro paese: il futuro dell'Università' e della Ricerca.

Vogliamo innanzi tutto esprimere grande preoccupazione per gli ingenti tagli recentemente approvati al finanziamento ordinario di Università ed Enti Pubblici di Ricerca, che vanno nella direzione opposta a quella intrapresa dall'Italia con la ratifica degli accordi di Lisbona (investimento del 3% del PIL entro il 2010). Il risultato non è, infatti, l'eliminazione degli evidenti e fastidiosi sprechi, ma la messa in dubbio dell'intero sistema dell'Università' pubblica, insieme al lavoro avviato in molte strutture d'avanguardia e alla partecipazione a progetti internazionali dei nostri tanti brillanti colleghi in patria. Il decreto approvato pochi giorni fa dal Consiglio dei Ministri, pur rimuovendo sulla carta il blocco del turn-over negli Enti di Ricerca e lanciando alcuni segnali positivi sulla volontà del governo di un cambiamento finalmente mirato alla meritocrazia, non affronta radicalmente i problemi lasciando sostanzialmente invariati i tagli alle risorse. Una riforma profonda e condivisa da tutte le forze politiche e parti sociali sarebbe invece a nostro giudizio necessaria, senza vedere stravolte le regole del gioco ogni volta che si cambia Governo o maggioranza politica.

Il sistema della formazione in Italia non mostra solo evidenti problemi, ma anche indubbie potenzialità su cui investire. La cosiddetta “fuga dei cervelli”, ad esempio, è di per sé un dato assolutamente incoraggiante, che dimostra la dinamicità e la competitività a livello internazionale dei ricercatori formatisi nelle Università italiane, e rappresenta piuttosto una risorsa per l'acquisizione di nuove competenze e contatti nei centri di eccellenza mondiali. Il problema e' piuttosto l'assenza di un flusso inverso di ricercatori italiani e stranieri verso il nostro paese, a causa della scarsa competitività e appetibilità del nostro sistema ricerca: stipendi bassissimi rispetto al resto d’Europa, cronica difficoltà nel garantire fondi per i progetti di eccellenza, impossibilità di programmare a lungo termine. Questo non può che portare a un progressivo impoverimento del livello generale della ricerca e dell'insegnamento. Così facendo, non solo si restringono le prospettive di crescita culturale e scientifica delle generazioni future, ma si taglia fuori l'Italia dal circuito mondiale di produzione del sapere, in un lento e inesorabile processo di “provincializzazione” del paese.

Pur con storie personali molto diverse, la scelta di lavorare all’estero per molti di noi è guidata soprattutto dalla volontà di ampliare le nostre conoscenze e arricchire le nostre competenze. Sarebbe auspicabile che questo investimento fosse visto in Italia come una risorsa, un motivo di orgoglio, e uno stimolo ad affrontare con più coraggio e determinazione la competizione internazionale. Al tempo stesso, i ricercatori italiani all’estero, indipendentemente dalle personali scelte di carriera, vorrebbero poter guardare alle Università e agli Enti di Ricerca che li hanno formati in patria come a chiari punti di riferimento nel panorama globale dei luoghi della conoscenza.

Una riforma profonda finalmente incentrata su una modifica seria in senso meritocratico del reclutamento e del finanziamento, l'approvazione di regole condivise e di una pianificazione a lungo termine sia delle assunzioni sia delle aree e dei progetti di investimento, l'adeguamento dell'investimento e dei salari agli standard europei, renderebbe il sistema finalmente efficiente e attrattivo non solo per gli italiani all'estero, ma anche per i migliori ricercatori stranieri.

Tutto ciò però implica chiare scelte di campo nella gestione delle risorse da dedicare alla ricerca. Proprio davanti al profilarsi di una crisi economica profonda in tutti i paesi industrializzati, è giunto il momento di dimostrare quale futuro la nostra classe dirigente immagina per il nostro paese. Le nostre firme, così come le voci dei nostri colleghi in agitazione in Italia e ovunque nel mondo, servono a ricordare che senza risorse la ricerca non avanza, ma senza ricerca un paese regredisce.

Nel ringraziarvi per l'attenzione,

I ricercatori italiani a Monaco di Baviera

Firma qua anche tu!

venerdì 31 ottobre 2008

Fuga di cervelli

mercoledì 29 ottobre 2008

Brunetta e gli astronomi fannulloni


Continua la campagna di semplificazione e di insinuazione (per risolvere il problema dei fannulloni bastano i tornelli! Basta tagliere lo stipendio se un poveraccio e' in malattia!) del ministro Brunetta, che come spesso sentiamo chiama anche la statistica a corroborare i suoi dati. Peccato che qualche volta si rischi di scherzare col fuoco: sul Carlino di qualche giorno fa si forniscono con grande enfasi i dati dell'assenteismo per malattia nella pubblica amministrazione Emiliana, confrontando settembre 2007 e settembre 2008: calo del 44%, del 50% all'Osservatorio Astronomico (purtroppo la tabella non e' pubblicata nell'articolo on-line). L'immediata conclusione e' che gli Astronomi sono tutti fannulloni. Peccato pero' che con la statistica usata male si possa dimostrare qualunque cosa, come ben sanno proprio gli astronomi. Via Marcella, ecco la lettera del Direttore dell'Osservatorio inviata in replica al Carlino:

OGGETTO: Tabella “Assenteismo” pubblicata il 18 ottobre 2008 e articolo “Il ministro a Bologna” a firma “n.c.” del 26 ottobre 2008.

Mi rendo conto perfettamente che un giornalista e, più in generale, la Redazione di un giornale non debba avere una conoscenza professionale approfondita delle “scienze statistiche”; questo tuttavia non giustifica un uso quantomeno fuorviante dei dati, così come viene fatto dal Ministro Brunetta e riportato in modo (forse volutamente?) incompleto nella tabella pubblicata il 18 ottobre e citata nell’articolo a firma “n.c.” il giorno 26 ottobre 2008. Come sono i fatti? Nel caso dell’Osservatorio Astronomico, che dirigo, con 57 dipendenti a tempo indeterminato (e circa 20 precari!!), si ha che nel mese di settembre 2008 si è avuto 1 giorno di assenza per malattia, mentre nel mese di settembre 2007, preso a raffronto, si erano avuti 2 giorni. Da questo discende per il Ministro e per la tabella che riporta solo un dato percentuale, che c’è stato un calo del -50%!! Una signora che mi ha telefonato ha interpretato addirittura che prima, cioè nel 2007, ben 28 dipendenti erano assenti!!
Credo che solo una persona “ignorante” (nel senso buono e letterale del termine e senza offesa per nessuno) possa non capire che si tratta di una fluttuazione statistica irrilevante se calcolata su un solo mese e su un rapporto 1:2. E che il dato così presentato è assolutamente “strumentale”. Infatti, è facile vedere che quando il numero dei dipendenti è piccolo, si hanno fluttuazioni incredibili e prive di senso. Con lo stesso criterio andrebbero infatti stigmatizzati ad esempio i comportamenti nei Comuni di San Felice sul Panaro (+312,5%) e Cavezzo (+416,7%), in cui, quindi, il Decreto Ministeriale avrebbe avuto effetto opposto. Sempre prendendo i dati dalle Tabelle inviate al Ministro Brunetta si vede poi che per l’Osservatorio Astronomico di Bologna la “media di giornate di assenze per malattia sul totale dei dipendenti nel mese di settembre 2007” era pari a 0,033. In altre parole, praticamente nulla!!

In conclusione:

1. All’Osservatorio Astronomico di Bologna NON esisteva e non esiste alcuna forma di assenteismo (0,033 giornate di assenza medie per malattia per dipendente per mese!!).
2. Il dato riportato del -50% è basato sul passaggio CASUALE nel totale per tutti i dipendenti da 2 giornate ad 1, quindi di nessuna rilevanza statistica data la dimensione del campione (57 dipendenti su 30 giorni) e figlio di una mera fluttuazione dovuta ai “piccoli numeri”. Come dimostrano i casi delle amministrazioni con un numero totale di dipendenti confrontabile, in cui si hanno diminuzioni o crescite del tutto “abnormi e casuali”.

Poiché ho ricevuto telefonate e messaggi che “stigmatizzano” il comportamento tenuto finora dal personale dell’Osservatorio Astronomico, lamentando uno scarso controllo e “glorificando” invece il Ministro Brunetta, chiedo UFFICIALMENTE e FORMALMENTE che queste mie considerazioni vengano riportate con altrettanta visibilità a tutela del buon nome dell’Ente e di tutto il suo personale che svolge il proprio dovere con assoluta dedizione, ben oltre le mansioni richieste, anche per attuare i compiti delle 9 unità di personale non più in organico (dal 31/12/2005) per pensionamenti, decessi e trasferimenti, mai sostituite a causa del blocco del turnover che dura da anni.
Cordiali saluti,

IL DIRETTORE
Prof. Flavio Fusi Pecci


E poi attenti ad accusare i fisici: ecco quello che un astronomo stressato, tartassato da Brunetta e dalla Gelmini e perennemente precario appeso a un filo potrebbe tentare per arrotondare il magro stipendio