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lunedì 8 marzo 2010

Festa della padanina


Oggi 8 Marzo festa della donna. In piena mignottocrazia, dopo veline, velone e letterine arrivano anche le padanine: sono la novità introdotta nella campagna elettorale in Emilia Romagna dal candidato leghista Marco Mambelli. Le tre ragazze sono le testimonial di una campagna elettorale dal nome 'I love Mambo' e, si legge in un comunicato stampa, sono arrivate a Imola per rendere "frizzante l'aperitivo del candidato Mambelli". (Grazie a Cosimo)

Pole la donna permettisi di pareggialla coll'omo? No. Segue dibattito.

domenica 3 agosto 2008

Serial Premier


Questa dell'agenda della Fenice (qua in tutto il suo splendore) e' davvero troppo. Va bene l'esibizionismo, ma a questo punto mi aspetto le foto su Chi alla spiaggia nudista. Mi affido per l'occasione alle parole di Travaglio, visto che il tutto merita in pieno il tono sempre caustico del nostro: "Lui fa di tutto per mostrarsi per quello che è. E quelli che gli stanno intorno fanno a gara a scambiarlo per un altro. Così l’altroieri, stufo dei continui equivoci che lo gabellano ora per uno statista, ora per un riformatore, ora per un cultore del dialogo sulla giustizia e sulla legge elettorale, ora per un marito modello e un padre esemplare, ha voluto smentirli tutti insieme mostrando ai fotografi l’agenda di una sua giornata-tipo a Palazzo Chigi (quella di mercoledì 30 luglio). Una sorta di auto-intercettazione in diretta: non potendo più esser processato grazie all’auto-immunità, ha pensato bene di auto-intercettarsi, divulgando il calendario della dura vita da premier (“Vedete come mi fanno lavorare!?”). “Berlusconi - diceva Montanelli - non delude mai: quanto ti aspetti che faccia una scempiaggine, la fa”. Ma sempre oltrepassando le peggiori aspettative. Non si riesce mai a pensarne abbastanza male: lui riesce sempre a trasformare il più accanito detrattore in un ingenuo minimalista." Salta infatti agli occhi la differenza sull'agenda tra gli impegni istituzionali e noiosissimi (scritti al computer), e quelli aggiunti a mano, in cui intervalla pregiudicati e consiglieri RAI da corrompere con tutte le pseudo modelle e brillanti attrici argomento delle recenti intercettazioni con Sacca'. Spicca poi una ignota Selvaggia alle 20.30, ma il nome e' gia' tutto un programma. Da ricovero poi la nota autografa a pie' pagina: "Il Presidente N°1. Al Presidente con più vittorie/più vittorioso nella storia del calcio. Milan A.C. Campione del Mondo. N°1 nella storia del calcio". Dura la vita del premier. O meglio, come suggerisce ciwati, del Serial Premier: uno che sta costruendo la sua fortuna non perdendo occasione per far vedere a tutti quanto e' gretto, in modo che ogni italiano possa riconoscersi nel suo duce birichino ma ricco e potente.
E intanto a sinistra continua la rincorsa: se non possiamo avere Mediaset, avremo la nostra TV: si prevede uno 0.0004% di share. Se non possiamo avere Bondi, ci accontentiamo dei sonetti di Sircana, il cacciatore di trans e adesso anche di rime ( Oh Clemente, Clemente / Tu che hai reso dolente / Il nostro Presidente / Che ti e' saltato in mente?). Se non possiamo avere la Carfagna, ci acconentiamo di Fassino in costume...

lunedì 31 dicembre 2007

Benazir e la speranza dalle donne


A pochi giorni dall'assassinio di Benazir Bhutto, riporto l'editoriale di Vittorio Zucconi apparso su Repubblica di 2 giorni fa. Perche', come diceva padre Vannucci, solo le donne possono "pacificare la terra, conciliare i fratelli nemici, cancellare Caino e far risorgere Abele".

Era stata una donna di colore, Condoleezza Rice, la figlia vittoriosa di una doppia minorità, di genere e di razza, ad architettare il ritorno di Benazir Bhutto in Pakistan per rendere presentabile l´orrido generale Musharraf. Ed è quindi una sconfitta spaventosa per tutte le donne, quell´assassinio, che ha riaffermato ancora una volta una delle più semplici verità universali: è nello status delle donne, nella loro importanza e nella loro autorità che si misurano con precisione infallibile il grado di maturità reale di una nazione e dunque la forza di una democrazia non soltanto rituale.
Proprio perché Benazir Bhutto non era una santa né una Giovanna d´Arco senza macchia, ma l´erede di una famiglia che è stata paragonata ai Kennedy per il potere, la ricchezza e la fama niente affatto cristallina, la sua uccisione libera il campo d´osservazione da ogni pretesa di eccezionalità, riducendolo alla sua essenza: chiunque l´abbia uccisa, al Qaeda, i servizi segreti pachistani, i clan rivali, ha visto, correttamente, in lei e soppresso molto più di una nemica politica o di un´insidia grave al potere della cricca Musharraf. Ci ha visto una donna, il detonatore "soft" che avrebbe potuto far saltare la struttura sociale che regge l´arcaica e malsana impalcatura civile di un Islam non riformato, incardinato su un´Arabia Saudita dove alle donne è ancora negato addirittura il semplice diritto di voto. Se fosse stata la setta di Osama bin Laden, il terrorista che si crede prima di ogni altra cosa il custode dell´Islam minacciato dalla secolarizzazione relativista e pagana che viene da Ovest, la morte di Benazir Bhutto sarebbe perfettamente spiegabile con l´incubo che la visione di quella signora, musulmana ma istruita dalle suore di Gesù e Maria a Karachi, laureata negli Usa a Radcliffe e Harvard e poi in Gran Bretagna a Oxford, rappresenta per i neo con islamici e per il loro progetto di riportare la Umma, la comunità dei fedeli, depurata da eresie e devianze, al dominio del mondo. Mentre l´Occidente guarda rabbrividendo all´uranio, al plutonio, ai gas letali e alle armi biologiche come agli strumenti della propria possibile Apocalisse, è la donna l´arma di distruzione di massa che i regimi integralisti guardano con orrore. Nessun esercito straniero potrebbe far saltare la mullocrazia iraniana o la ipocrita oligarchia della Casa di Saud in Arabia come una generazione di donne istruite, indipendenti, forti e, si sarebbe detto un tempo, "liberate". Persino nell´Afghanistan formalmente «democratizzato», i burqa gettati al vento per la gioia delle telecamere, sono trionfalmente tornati, perché i governi passano, ma i padri, i mariti, i fratelli, rimangono. L´immensa fatica e la penosa resistenza che le società europee e americane hanno opposto e ancora oppongono alla presenza non ornamentale e non forzosa delle donne in politica, compresi quegli Stati Uniti dove l´avversione alla "antipatica" Hillary Clinton nasconde l´allergia al pensiero di una femmina "Comandante in Capo", hanno cominciato a frantumarsi in nazioni importanti. Una "cancelliera tedesca" sulla poltrona che fu di Otto Bismarck come una "Madame Presidente" nello studio del generale De Gaulle non avrebbero fatto e non fanno più scandalo, come non fecero scandalo la Thatcher o la Meir. Ma è nella società dove il maschilismo universale si incastra con il presunto dogma religioso che il muro resta insuperabile. Il caso della Bhutto avrebbe potuto far rivivere, senza questo muro dottrinale, gli eventi nelle Filippine, nazione assai poco accusabile di "femminismo"nei primi anni ‘80, quando la Casa Bianca cercò di togliersi l´imbarazzo di un altro alleato impresentabile come Ferdinand Marcos, mandandogli con la propria benedizione Ninoy Aquino, leader del dissenso in esilio. Aquino fu prontamente assassinato dai sicari di Marcos, ma una donna, la vedova, Cory Aquino, seppe raccoglierne il mantello e promuovere la rivoluzione pacifica che spazzò via i Marcos. Non soltanto il suo essere donna non fu handicap. Al contrario, in una società dove il matriarcato soppresso e represso regge la vita di tutti, maschi e femmine seppero riconoscersi in lei e vederla come una promessa, anziché una minaccia alla struttura sociale, prima che al potere politico. Nell´universo musulmano nonostante il formidabile sviluppo di nazioni come l´Indonesia e la Malaysia, il tabù della donna resta implacabile, forse inchiodato, secondo molti studiosi, a quell´editto (5, 59: 709) del Profeta nel quale Mohammed commenta critico la elevazione di una donna sul trono dei Persiani: «Un popolo governato da una donna non potrà mai vincere». Naturalmente non è necessario convertirsi all´Islam, unirsi a pellegrinaggi alla Mecca o frequentare una madrassa pachistana per trovare la sostanza, se non la forma, di questo editto anti femminile, e basta guardarsi in casa per vederlo tenacemente applicato o aggirato con umilianti trovate pubblicitaria. Anche negli effimeri regni del «socialismo reale», dietro le donne simbolo, fuse nei bronzi alla compagna partigiana o nei tazebao per la gloriosa guardia rossa, il potere è sempre rimasto ben stretto nel pugno degli uomini, inclusa quella Cina dove le due donne più celebri del XX secolo, la crudele vedova di Mao e la rapace moglie di Ciang Kaishek brillano come esempi terrificanti nella memoria popolare. Si può tuttavia sperare legittimamente che nella Cina dell´ingordo sviluppo, nell´India del progresso più diffuso (dove già una donna Hindu fu primo ministro, la signora Ghandi), nel Giappone più formalmente democratico ma sempre implacabilmente maschio, il tabù della «donna sul trono» imposto all´Islam dal Profeta cada. Ma nella galassia musulmana, nonostante la fatica di qualche rara femminista riformista e di giuristi che dissentono dall´interpretazione di quell´editto, la condizione politica delle donne è l´espressione diretta della loro condizione sociale, non un´assurdità tenace come in nazione europee dove la dissonanza fra il ruolo delle donne nella vita economica e il loro ruolo nella vita politica è ormai stridente. La morte di Benazir Bhutto serve a ricordare che dietro tutte le costituzioni, le promesse, i discorsi, i regimi che cadono e quelli più graditi che vengono eretti per sostituirli, la misura autentica del progresso e della democratizzazione di quelle nazioni verrà dalle loro donne, non dai discorsi, dalle faide o dalle vendette dei loro uomini.

domenica 25 novembre 2007

Una giornata uggiosa


Giornata grigia qui a Garching, come sempre da qualche settimana. Una giornata che si consuma lentamente e pigramente, lavoricchiando a un articolo, leggendo Bobbio e ascoltando l'ultimo lavoro di Vecchioni. Che, per altro, funziona. Dopo la delusione di Rotary Club, il livello non e' alto come lo splendido Lanciatore di Coltelli, ma e' Vecchioni vero. Anche piuttosto incavolato: "Mandali a coltivare funghi in Val di Non o a scelta il riso di Canton, a fare gli orsi per turisti a Yellowstone, comunque fuori dai coglion". E scorrendo il libro di Bobbio leggo queste righe, e penso alla manifestazione di ieri a Roma:

[...] la rivoluzione silenziosa del nostro tempo, la prima rivoluzione non cruenta della storia, e' quella che conduce alla lenta ma inesorabile attenuazione, sino alla totale eliminazione, della discriminazione fra i sessi: la parificazione delle donne agli uomini, prima nella piu' piccola societa' familiare, poi nella piu' grande societa' civile attraverso l'eguaglianza in gran parte richiesta e in parte, seppure in piccola parte, gia' conquistata nei rapporti economici e politici, e' uno dei segni piu' certi e piu' incoraggianti della marcia della storia umana verso l'uguaglianza dei diseguali.
(N. Bobbio, Eguaglianza e Liberta', 1978)

Seppure perfettamente d'accordo con il Professore sulla conclusione, mi permetto di dissentire su due punti. Credo, che come dimostrano i cartelli e le denunce della manifestazione di ieri, in massima parte l'eguaglianza nella societa' civile precede la parita' nell'ambito familiare, dove ancora troppi sono non solo le prevaricazioni, ma anche i soprusi e le violenze. E soprattutto credo che non la parificazione del ruolo tra uomini e donne sia da ricercare, come sempre di piu' si cerca di fare, ma la parita' nella dignita' e nelle possibilita'. Sogno infatti una societa' non di quote rosa, ma dove i ruoli di responsabilita' siano sempre condivisi da un uomo e una donna, cosi' come avviene, con grande successo secondo me, in un'associazione cui ho fatto parte per tanti tanti anni. Le differenze di visione, di sensibilita', di modalita', sono tante e tali da rendere assolutamente complementari i due approcci.
Certo pero' che una manifestazione violenta contro al violenza ha sempre poco senso. Senza contare che sui giornali e in TV si parla solo dei fischi e degli spintoni, azzerando al visibilita' delle sacrosante motivazioni.