giovedì 18 giugno 2009

In difesa della foresta


Da due mesi i nativi della foresta Peruviana sono impegnati in una battaglia importantissima con il governo di Alan García, uno degli ultimi in America latina che al consenso degli elettori continua ad anteporre quello di Washington e degli interessi delle multinazionali dello sfruttamento. Poco dopo il ventennale dell'assassinio di Chico Mendes, gli indigeni infatti difendono con i denti la loro foresta, che il governo ha venduto nel Trattato di Libero Commercio con gli Stati Uniti alle multinazionali minerarie e del legname. Da quasi due mesi 1.300 comunità native della selva amazzonica peruviana sono infatti tornate in stato di mobilitazione permanente contro nove decreti legge varati dal governo di Lima, nella quasi indifferenza dei media internazionali. Le proteste sono partite all’inizio di aprile di quest’anno, dopo che le organizzazioni indigene hanno lanciato un «levantamiento» contro i decreti del presidente che autorizzavano le esplorazioni petrolifere e per il gas naturale in Amazzonia. Secondo gli indigeni i decreti sono illegali, perché violano la Convenzione 169 dell’Organizzazione internazionale del lavoro, ratificata dal Perù, che prevede che i popoli indigeni siano consultati prima dell’approvazione di qualsiasi progetto sul loro territorio. Mentre il governo accusa gli indigeni di voler mettere "il Perù in ginocchio e bloccare il suo cammino verso lo sviluppo", i nativi incassano la solidarieta' dei paesi vicini e dei cittadini peruviani, e continuano la loro lotta per la preservazione di uno degli ecosistemi piu' importanti del pianeta.
Blocchi stradali e fluviali sono state le forme di protesta organizzate dalle comunita' native. Ma la repressione del governo e' stata durissima: il 5 giugno la polizia ha attaccato un blocco stradale nella regione di Bagua Grande, picchiando e sparando sulla folla: almeno 60 i morti e centinaia ancora dispersi. Solo da pochi giorni sono apparsi sull'Indipendent alcune delle foto che documentano la strage, "la Tienammen amazzonica" come la definisce il giornale inglese. Molte delle foto scattate da due cooperatori belgi, non sono state pubblicate perche' troppo crude.
Le foto escono proprio quando il governo del presidente Alan Garcia in difficolta' per le dimissioni di alcuni suoi esponenti in polemica con le violenze si e' visto costretto a revocare due dei decreti che favorivano lo sfruttamento delle foreste, il 1090 e il 1064. Uno dei principali capi indio, Daysi Zapata, vicepresidente della confederazione degli indiani d’Amazzonia, ha quindi chiesto ai suoi sostenitori di togliere i blocchi a strade e fiumi. Intanto il leader delle proteste Alberto Pizango, presidente della Confederazione, e’ arrivato in Nicaragua dove aveva chiesto asilo politico. La settimana scorsa Pizango era stato accusato di "sedizione, cospirazione e ribellione". Cosi' commenta gli eventi Gennaro Carotenuto su Latinoamerica:

Quello che si combatte in Perù è un conflitto che mette in gioco molteplici aspetti. Vediamo una volta di più la controffensiva di popolazioni native che qualcuno considerava residuali e assimilabili (se non sterminabili) e che invece in questi anni risultano sempre più coscienti di sé e dei propri diritti e pertanto combattive, dai mapuche cileni ai garifuna dell’Honduras. Questa lotta coincide dunque con quella di chi pensa che tutto il pianeta, la vita, la natura, la biodiversità, non sia assoggettabile ai Trattati di Libero Commercio come quello firmato dal governo di Lima che ha semplicemente rinunciato alla propria sovranità sulla regione sottoponendola agli interessi economici e finanche alle leggi di un paese terzo, in questo caso gli Stati Uniti. Il governo di Alan García spara sulla folla sostenendo pubblicamente che non ci sia altra via allo sviluppo che questa, disboscare, desertificare, distruggere, privare i popoli del loro territorio. Paesi vicini al Perù, l’Ecuador e la Bolivia in primo luogo, stanno dimostrando che il governo peruviano ha torto, che ci sono altre vie allo sviluppo oltre quella del pensiero unico e che senza rispetto per la vita dei popoli lo sviluppo stesso non ha alcun senso.

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