lunedì 8 marzo 2010

Festa della padanina


Oggi 8 Marzo festa della donna. In piena mignottocrazia, dopo veline, velone e letterine arrivano anche le padanine: sono la novità introdotta nella campagna elettorale in Emilia Romagna dal candidato leghista Marco Mambelli. Le tre ragazze sono le testimonial di una campagna elettorale dal nome 'I love Mambo' e, si legge in un comunicato stampa, sono arrivate a Imola per rendere "frizzante l'aperitivo del candidato Mambelli". (Grazie a Cosimo)

Pole la donna permettisi di pareggialla coll'omo? No. Segue dibattito.

domenica 7 marzo 2010

Vieni avanti decretino


La “necessità e l’urgenza” di questo decreto è la tipica necessità e urgenza del governo Berlusconi: salvare se stesso e i suoi sodali. Per tutto il resto il paese puo' attendere. Mi pare scontato ricordare che un decreto in questa materia (elettorale) non si poteva fare, meno che mai a ridosso delle elezioni e con valore retroattivo, e da parte dei soggetti direttamente interessati agli effetti. E' semplicemente scandaloso, un abuso del forte sul debole. Mi pare poi evidente come la finzione dell'interopretazione di leggi gia' esistenti sia del tutto insostenibile, tanto che ci ha creduto solo il Presidente Napolitano. Presidente che in una lettera allucinante sul sito del Quirinale risponde ai cittadini imbufaliti per la sua firma sul decreto d'urgenza, sostenendo che "il problema da risolvere era, da qualche giorno, quello di garantire che si andasse dovunque alle elezioni regionali con la piena partecipazione dei diversi schieramenti politici. Non era sostenibile che potessero non parteciparvi nella più grande regione italiana il candidato presidente e la lista del maggior partito politico di governo, per gli errori nella presentazione della lista contestati dall'ufficio competente costituito presso la corte d'appello di Milano". E chi se ne importa di regole, leggi, vincoli, tutele. Chi e' piu' potente ha sempre ragione, non e' pensabile altrimenti. Poco importa che il maggior partito di governo non sia stato in grado di raccogliere entro i termini 3500 firme, dimostrando che in fondo tutto questo seguito non ce l'ha, signor Presidente. Quel decreto e quella firma sono uno schiaffo a chi onestamente ogni santo giorno lotta alle prese con inderogabili scadenze di lavoro e burocratiche: per la scadenza del prossimo concorso ci sara' un decreto interpretativo che mi consente di mandare la domanda con meta' dei documenti necesari e fuori tempo massimo? Si e' mandato al macero il diritto di competere ad armi pari per il governo del paese, il diritto dei cittadini ad essere rappresentati da chi li rappresenta e non da chi e' gia' la' o possiede tre televisioni e qualche gornale. Lo si e' fatto peraltro anche senza prendere una decisione definitiva, ma rimandando "l'interpretazione autentica e infallibile al TAR, che sara' costretto a gioudicare esponendosi all’accusa di partigianeria qualunque sia l'esito finale: irresponsabile. Tra l'altro, non vedo come il decretino possa sanare la posizione di Formigoni, che ha presentato firme false. Da quel che capisco, dovrebbe essere ammesso, salvo poi annullare le elezioni, una follia.
L'umorista del giorno e' Claudio Scajola: “Se ad essere stata esclusa fosse stata una lista non nostra? Avremmo fatto la stessa cosa. Noi siamo un partito di moderati, di cattolici, riformisti, laici. Siamo persone di buon senso. Fa parte della nostra storia”. Anche perche' e' gia' successo, e il sindaco del centrodestra di Monte Porzio Catone ha vinto senza avversari per una questione di timbri. Mi pare che della loro storia faccia parte solo l'interesse privato del Capo, le lotte per le poltrone sfociate in un pasticcio colossale, e' lo sdoganamento di Stato alla tendenza italica al tarallucci e vino, al condono, alla scappatoia, al "lo fanno tutti e quindi e' giusto". A quelli che sanno che presentare firme false o fuori tempo e' questione di sostanza, non di forma. E questo decretino e' semplicemente l'ennesimo, e forse il piu' grave, abuso di potere.
E adesso vedremo di basare la campagna elettorale su due soli punti ben chiari: stracciano le regole per se stessi, e sono degli incapaci ai quali non bisognerebbe affidare nemmeno la gestione di un condominio. Ma il problema ormai e' che la differenza fra il bene e il male in questo paese e' diventata indistinguibile fra gli interessi miei e quelli di tutti. Ma speriamo che funzioni. Sempre che il prossimo non sia un decreto interpretativo della vera volonta' degli elettori, nonostante il risultato delle urne.

giovedì 4 marzo 2010

Due pesi, nessuna misura


La Polverini, nel Lazio, e Formigoni, in Lombardia, stanno provando a silurarsi da soli. La prima per via di un panino farcito di divisioni all'interno del Pdl, il secondo per avere trattato con leggerezza il passaggio burocratico della presentazione delle liste (eppure è la quarta volta che si presenta come candidato presidente, e non potrebbe nemmeno). La prima dovrebbe essere riammessa (ma non la lista PDL che la sostiene a Roma), mentre per Formigoni pare che non ci sia niente da fare date le irregolarita' nelle firme, a meno di un decretino ad hoc che cambi le regole a partita finita. Perche' dopo aver discusso di igieniste e velone, amici di Bondi e fisioterapisti, geometri con posizioni in lista si sono resi conto di essere in un partito che non esiste, dove trovare anche 3500 firme e' un'impresa non da poco.
Scomposte le reazioni del governo, che parla di golpe, di forma anteposta alla sostanza, con protagonista assoluto il ministro della difesa (della difesa!) che dice che "Non accetteremo una sentenza che impedisce ai nostri elettori di votarci. Siamo pronti a tutto. Non rispondiamo delle nostre azioni". Un Benito La Russa pronto a far marciare su Roma i carri armati dell'esercito e a fare un gran polverone per sostenere la Polverini. Si sono fatti un «autogolpe» da soli, ma adesso sono pronti a rovesciare il tavolo delle regole e delle istutuzioni democratiche come i bambini beccati con le mani nella marmellata, senza ritegno e senza decoro. Mancanza di decoro confermata, ancora una volta, dagli indegni applausi a Di Girolamo alle sue dimissioni dal Senato.
Ma se da un lato il governo e' pronto a cambiare retroattivamente termini e regole per le elezioni democratiche (democratiche?), su altre cose e' ben deciso a non cedere di un millimetro. Anzi, a confondere le acque fin che puo' per tenere in scacco i suoi unici capri espiatori: gli stranieri. Paolo Rumiz su Repubblica spiega molto bene la follia delle regole sulla presunta sanatoria Maroni, trasformata in gran segreto in un trappolone: gli immigrati che hanno fatto domanda di sanatoria ma in passato non hanno rispettato un decreto di espulsione vanno rispediti a casa. O almeno forse vanno rispediti a casa. Per qualche questura (Trieste, Riimini e Perugia) sono criminali da allontanare, per altre (Milano, Venezia, Bologna) sono irrogolari da sanare con una sanatoria, che serve apposta. Con il risultato di annullare ogni effetto della presunta sanatoria, trasformatesi in una retata e nell'ennessima beffa. Due pesi, nessuna misura.

Manovre di aggiramento


Il Senato approva il disegno di legge collegato alla Finanziaria, che include la norma che allarga il ricorso all'arbitrato. Secondo l'opposizione e i sindacati, il testo potrebbe indebolire o vanificare l'art.18 dello Statuto dei Lavoratori. Dopo lo scoglio della mega-manifestazione del 2002, ci riprovano con l'aggiramento. Cosi' Gianni Cuperlo sul suo blog:

Insisto sul lavoro perché credo sia la cifra della crisi ma anche la chiave per cogliere le differenze di visione tra noi e gli altri. In questo senso le norme previste nel Ddl in discussione al Senato e che intervengono di fatto sull’articolo 18 (torniamo ancora lì) prevedendo la soluzione delle vertenze tra lavoratore e datore attraverso il ricorso a un arbitrato sono più esplicite di mille convegni. Come ha spiegato Tiziano Treu, l'articolo 31 del testo governativo prevede due possiblita' per ricorrere all'arbitrato. La prima e' attraverso contratti collettivi, ed e' la strada piu' sicura. In questo modo, infatti, le parti possono stabilire i limiti in cui l'arbitrato puo' essere esercitato. C'e' poi una seconda possibilita' consentita dalla norme volute dal governo e dalla maggioranza. E cioe' che il singolo lavoratore accetti un accordo secondo cui il proprio contratto di assunzione preveda il ricorso all'arbitrato per risolvere le controversie, incluso il ricorso all'arbitrato secondo equita'. Cosa quest'ultima che implica la possibilita' di scavalcare le norme inderogabili di legge e quindi diritti come appunto l'articolo 18 o come le retribuzioni o le ferie. Chiaro no? Quando l’aspirante lavoratore deve “trattare” la propria assunzione (e dunque quando è più debole sul piano contrattuale), sarà spinto a firmare l’impegnativa che rimette nelle mani del suo datore un potere ad oggi escluso da quel sistema di garanzie che si pretende di rimuovere. Tutto ciò è parte di una vera e propria contro-riforma del mercato del lavoro che il governo persegue da tempo e con una non invidiabile coerenza. Pensiamo alle deroghe e all’indebolimento delle sanzioni in materia di sicurezza, alla rimozione dei limiti per i contratti a termine e al reinserimento di quelli a chiamata, alla cancellazione della responsabilità in solido dell’appaltatore con il sub-appaltatore per arginare il lavoro nero….l’impressione è di avere a che fare con un piano a largo raggio le cui conseguenze, però, sono sotto gli occhi di tutti. Ora, è ben difficile pensare che un mercato del lavoro fortemente deregolato possa rappresentare una valvola di sicurezza per un sistema complessivamente indebolito, con interi settori produttivi piegati dalla congiuntura. Insomma, l’idea che in tempi di vacche magre si debbano ridurre i confini delle tutele e delle garanzie della categoria più debole e colpita non si spiega se non dentro una lettura più generale dove i principi di legalità e rispetto delle regole lasciano il passo al culto delle deroghe e delle scorciatoie normative da giustificare a posteriori tramite l’uso e l’abuso del condonismo. Ragione in più per considerare la campagna elettorale una buona chance di informazione e lotta politica. Certo, non si vota per mandare a casa il governo, ma se il segnale dovesse andare nella direzione giusta sarà più difficile anche per loro scardinare ogni due settimane quell’impianto di sicurezza sociale e di diritto del lavoro che avrebbe bisogno di rinforzi e non di demolizioni.

Quello che non dice Gianni e che il decreto itroduce anche la possibilità di assolvere l'ultimo anno di obbligo di istruzione (dai 15 anni di età) attraverso un apprendistato in azienda, dopo un'intesa tra Regioni, ministero del Lavoro e dell'Istruzione. Studiare meno prima per farsi mandare a casa piu' facilmente dopo.

mercoledì 3 marzo 2010

We are the world for Polverini



Un inno internazional corale per sollecitare la riammissione della Polverini alle elezioni regionali nel Lazio. Si può mettere a repentaglio la democrazia per un paio di panini? (grazie al Suro)

martedì 2 marzo 2010

Regole


Per chi ha dalla sua il televoto Minzoliniano le regole sono solo ostacoli inutili, a meno che non si tratti di quelle "ad personam" che invece piacciono parecchio. Per chi e' abituato a confondere il consenso con le regole, ogni intralcio e' un “colpo di Stato”. Lo dimostrano le tragicomiche vicende di Roma e del panino galeotto (anche se dietro questa vicenda si nasconde semplicemente una lotta di poltrone finita male), di Milano con le firme a matita e falsificate (diretta conseguenza del tentativo del ciellinissimo Formigoni di farsi rieleggere da fuorilegge per l'ennesima volta), e di Padova con gli zombi della liberta'. Pare proprio che ormai per il Pdl votino solo i morti... oppure no?

lunedì 1 marzo 2010

Il 1 Marzo di tutti noi


Fabrizio Gatti con questa lettera ha aderito alle manifestazioni di oggi nell'ambito del primo sciopero degli stranieri in Italia. L'appuntamento a Firenze e' per il presidio in piazza Ss. Annunziata dalle 16.00 in poi.

I miei compagni di classe alla scuola materna dicevano che non dovevo parlare con Elio. Eravamo bambini di quattro e cinque anni. Elio aveva un cognome lombardo, era discendente di una famiglia lombarda da generazioni. Ma aveva una colpa per la quale doveva essere escluso dai nostri giochi: Elio abitava con i terroni.
Elio viveva in un caseggiato malmesso affacciato su un cortile polveroso. E i suoi vicini di casa erano famiglie di calabresi, siciliani, campani che si ammassavano nei bilocali senza bagno, una porta e una sola finestra in cambio di un lavoro come manovali, addetti alle pulizie, i più fortunati come operai nell'industria. Era il 1970 e Milano e la sua provincia avevano tre categorie di abitanti. C'erano i lombardi, baluardo dell'operosità e dell'onestà. C'erano i terroni del Nord, veneti e friulani, bravi, eh, onesti pure loro, ma non mancavano le suore e i parroci che mettevano in guardia i teenager del posto, mai fidanzarsi con venete e friulane che, si sa, sono ragazze di facili costumi. Poi c'erano i terroni terroni: quegli incoscienti che fanno figli come conigli, non sanno nemmeno parlare l'italiano, non si lavano, anzi puzzano, Dio santo come si fa a vivere così, tengono le galline in cucina, piangono miseria, affitti la casa a uno di loro e te la ritrovi piena di gente, in Comune hanno sempre la precedenza nelle liste per le case popolari, per i libri a scuola, non hanno voglia di lavorare e lo Stato li premia, sono mafiosi, rubano, violentano le donne, guarda le loro mogli, si vestono di nero e le vecchie sono obbligate a portare il velo, ma come si fa, sono così diversi da noi, mica possiamo accoglierli tutti questi terroni, non siamo razzisti per carità, ma perché non li aiutano a casa loro? Quei discorsi, respirati dai bambini, avevano condannato Elio all'esclusione. Perfino lui che era lombardo. Ma oggi, quarant'anni dopo, quell'insulto, terrone, è praticamente scomparso. Chi fa più caso all'origine geografica di un cognome o di un nome? È bastata una generazione per cancellare gli effetti di questa segregazione. E grazie a quell'immigrazione interna dal 1970 l'Italia, la sua industria, la sua economia, la sua cultura, hanno potuto crescere. Adesso la sfida è la stessa: costruire una nuova unità, una nuova ricchezza del Paese. La sfida è mettere la generazione dei nostri figli nelle condizioni di considerare normale la differenza di pelle, di nome, di religione, al punto da non considerarla più una differenza. Ci vorrà tempo. Forse, come per il piccolo Elio e per tutti noi ex terroni, ci vorrà un'intera generazione. Ma le fondamenta perché questo avvenga dipendono da quello che noi facciamo oggi. La segregazione tra italiani e stranieri è ancora feroce, ma il sistema xenofobo che l'ha voluta si avvia alla decomposizione. Non ha futuro. Il sistema di potere che l'ha prodotto è già morto, sta marcendo nel cancro delle tangenti, nelle complicità con la mafia, nella parodia dell'onestà e della buona amministrazione che dal 1994 in poi ha diviso l'Italia e l'ha ridotta al cadavere che è. Il capolinea di tutto questo è il 2013, forse anche prima. Poi ci sarà il vuoto. E tutti noi, cittadini onesti, che non ci riconosciamo nel marciume della corruzione, abbiamo l'obbligo di riempirlo. Anche semplicemente con la nostra presenza, con le nostre piccole azioni quotidiane. Ecco perché le manifestazioni di lunedì primo marzo sono un'occasione importante per esserci, per pretendere un Paese diverso, per rendere possibile una nuova unità nazionale dove la libertà di esistere non dipende dal passaporto del luogo dove ciascuno di noi è nato ma dallo Stato, dalla città, dal quartiere dove ora vive. Esserci è un dovere di solidarietà nei confronti di Ion Cazacu, ingenere e muratore, padre di due bimbe, bruciato vivo dal suo datore di lavoro. È un dovere nei confronti dei braccianti presi a fucilate a Rosarno. Ma è anche l'unico, ultimo mezzo che ci resta per far sapere che in questa Italia in cui la criminalità organizzata siede in Parlamento tutti noi, cittadini onesti, oggi siamo stranieri.