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lunedì 8 settembre 2008

Otto settembre


L'otto settembre del 1943 l'Italia si arrendeva. Il Re fuggito, nessuna disposizione dai comandi, l'esercito sbandato, l'occupazione tedesca. A Roma, a Porta San Paolo, gli antifascisti difendono la città dall'arrivo dei tedeschi. Inizia la Resistenza e la guerra di Liberazione, il riscatto del paese dall'incubo nazifascista. Oggi, sessantacinque anni dopo, il Capo dello Stato e i ministri in carica ricordano quella giornata storica, in cui i partigiani iniziarono la Liberazione e posero la pietra miliare su cui nacque la nostra Costituzione. Ma oggi gli eredi di quei fascisti che si schierarono quel giorno dalla parte sbagliata sono al governo, e vogliono scrivere la loro verita'. "Farei un torto alla mia coscienza - ha detto La Russa, parlando davanti al presidente della Repubblica Giorgio Napolitano – se non ricordassi che altri militari in divisa, come quelli della Nembo dell'esercito della Rsi, soggettivamente, dal loro punto di vista, combatterono credendo nella difesa della patria, opponendosi nei mesi successivi allo sbarco degli anglo-americani e meritando quindi il rispetto, pur nella differenza di posizioni, di tutti coloro che guardano con obiettività alla storia d'Italia". L'obiettivita' di chi considera tutti uguali, di chi confonde il bianco con il nero. Di chi non vede che furono la stessa cosa, ma tutto il contrario:

Ferriera mugola nella barba: - Quindi, lo spirito dei nostri... e quello della brigata nera... la stessa cosa?... - La stessa cosa, intendi cosa voglio dire, la stessa cosa... - Kim s'è fermato e indica con un dito come se tenesse il segno leggendo; - la stessa cosa ma tutto il contrario. Perché qui si è nel giusto, là nello sbagliato. Qua si risolve qualcosa, là ci si ribadisce la catena. Quel peso di male che grava sugli uomini del Dritto, quel peso che grava su tutti noi, su me, su te, quel furore antico che è in tutti noi, e che si sfoga in spari, in nemici uccisi, è lo stesso che fa sparare i fascisti, che li porta a uccidere con la stessa speranza di purificazione, di riscatto. Ma allora c'è la storia. C'è che noi, nella storia, siamo dalla parte del riscatto, loro dall'altra. Da noi, niente va perduto, nessun gesto, nessuno sparo, pur uguale al loro, m'intendi? uguale al loro, va perduto, tutto servirà se non a liberare noi a liberare i nostri figli, a costruire un'umanità senza più rabbia, serena, in cui si possa non essere cattivi. L'altra è la parte dei gesti perduti; degli inutili furori, perduti e inutili anche se vincessero, perché non fanno storia, non servono a liberare ma a ripetere e perpetuare quel furore e quell'odio, finché dopo altri venti o cento o mille anni si tornerebbe così, noi e loro, a combattere con lo stesso odio anonimo negli occhi e pur sempre, forse senza saperlo, noi per redimercene, loro per restarne schiavi. Questo è il significato della lotta, il significato vero, totale, al di là dei vari significati ufficiali. Una spinta di riscatto umano, elementare, anonimo, da tutte le nostre umiliazioni: per l'operaio dal suo sfruttamento, per il contadino dalla sua ignoranza, per il piccolo borghese dalle sue inibizioni, per il paria dalla sua corruzione. Io credo che il nostro lavoro politico sia questo, utilizzare anche la nostra miseria umana, utilizzarla contro se stessa, per la nostra redenzione, così come i fascisti utilizzano la miseria per perpetuare la miseria, e l'uomo contro l'uomo.


E se il sindaco (fascista) di Roma spiega candidamente che il fascismo non fu il male assoluto, ma lo furono solo le leggi razziali, tutti a indignarsi giustamente per l'orrido revisionismo di chi si sente in potere di dire e fare quello che vuole. Ma nessuno che faccia notare ad Alemanno, al suo partito e agli alleati che oggi, come allora, male assoluto sono tutte le leggi razziali, classiste e inutilmente repressive. Comprese quelle che continuano a varare a getto continuo. E l'emergenza continua.

giovedì 24 aprile 2008

Oltre il ponte


Tempi duri per l'antifascismo in Italia. Dal sindaco che vieta di suonare Bella Ciao ad Alghero (peccato che in Germania non festeggino la fine della loro occupazione dell'Italia, poteva essere una buona occasione per visitare Alghero e cantare un po'), dal governo che vuole riscrivere i libri di storia, da sempre piu' parti si vuole dimenticare la lotta e al sacrificio di chi non ha smesso di sperare in un mondo e in un'Italia migliore, di chi ci ha riscattato dalla vergogna del fascismo e ci ha regalato la Costituzione. Domani e' la festa di tutti. Ha detto ieri Veltroni: "Il 25 Aprile è la festa di tutti gli italiani, per ricordare il giorno in cui è stata restituita la libertà di dire ciò che si pensa, la libertà di votare, la libertà di stare in un partito, di fare un sindacato e di essere ebrei senza finire in un campo di sterminio. Non ci deve essere nessun italiano che considera questo giorno altro che una festa di tutti gli italiani, la festa della Liberazione".
Per non dimenticare, non confondere e non inquinare la memoria della storia e la lezione per le generazioni a venire, aderisco all'appello dell'ANPI, vergognosamente attaccato da "Il Giornale" del futuro Presidente del Consiglio nel quadro delle manovre della destra per cancellare dall'anima nazionale la resistenza antifascista:

Difendiamo i valori di libertà e giustizia, solidarietà e pace che hanno animato la lotta di Liberazione e sui quali si fonda la Costituzione della RepubblicaQuando i primi partigiani scelsero la via della lotta e salirono sulle montagne per combattere il nazifascismo, rischiarono e spesso offrirono la loro vita per affermare i principi stessi sui quali costruire la convivenza civile: la libertà, l'uguaglianza, la giustizia, la democrazia.
Il prezzo pagato fu altissimo: decine di migliaia di partigiani uccisi, feroci rappresaglie contro la popolazione civile che sosteneva il movimento di Liberazione, oltre 40 mila tra cittadini e lavoratori deportati nei campi di concentramento, eccidi, come a Cefalonia, di soldati che rifiutarono di consegnarsi ai tedeschi, 600 mila internati in Germania, 87 mila militari caduti nella guerra di Liberazione.
Da quella lotta che vide combattere fianco a fianco uomini e donne, operai e intellettuali, contadini e liberi professionisti di diversa fede politica e religiosa, nacque la nostra Costituzione.
Una Costituzione ancora attuale e vitale, fra le più avanzate tra quelle esistenti, non a caso difesa dalla stragrande maggioranza dei cittadini italiani nel referendum del giugno 2006, quando si cercò di snaturarne la sostanza e i valori.
Ma a sessant'anni dal 1° gennaio 1948, da quando essa entrò in vigore, l'Italia sta correndo nuovi pericoli. Emergono sempre più i rischi per la tenuta del sistema democratico, come evidenti si manifestano le difficoltà per il suo indispensabile rinnovamento.
Permangono, d'altro canto, i tentativi di sminuire e infangare la storia della Resistenza, cercando di equiparare i "repubblichini", sostenitori dei nazisti, ai partigiani e ai combattenti degli eserciti alleati. Un modo per intaccare le ragioni fondanti della nostra Repubblica.
Per questi motivi, per difendere nuovamente le conquiste della democrazia, il 25 APRILE ANNIVERSARIO DELLA LIBERAZIONE assume il valore di una ricorrenza non formale.
Nel ricordo dei Caduti ci rivolgiamo ai giovani, ai democratici, agli antifascisti, per una mobilitazione straordinaria in tutto il Paese.
Il 25 aprile è oggi una data più viva che mai, in grado di unire tutti gli italiani attorno ai valori della democrazia.

Confederazione Italiana fra le Associazioni Combattentistiche e Partigiane
Fondazione Corpo Volontari della Libertà (CVL)
ANPI-FIAP-FIVL-ANPPIA-ANED-ANEI-ANFIM
PD-PRC-SDI-PdCI-Sd-Verdi-Italia dei Valori-MRE
CGIL-CISL-UIL-ARCI-ACLI-Centro Puecher
Comitato Permanente Antifascista contro il Terrorismo per la Difesa dell'Ordine Repubblicano


Perche' alla faccia di ogni revisionismo e faciloneria, come spiegava il commissario Kim al comandante Ferreira nel "Sentiero dei Nidi Di Ragno" di Italo Calvino, di qua e di la' non erano, non sono e non potranno mai essere tutti uguali, sono "la stessa cosa ma tutto il contrario. Perché qui si è nel giusto, là nello sbagliato. Qua si risolve qualcosa, là ci si ribadisce la catena".
La canzone che regala il titolo al post e' del 1959, testo nientepopodimenoche Italo Calvino e musica di Sergio Liberovici, recentemente riproposta dai MCR e Moni Ovadia nella versione arrangiata "alla irlandese" riproposta qua sotto.




E vorrei che quei nostri pensieri
quelle nostre speranze di allora
rivivessero in quel che tu speri
o ragazza color dell'aurora.



E Domenica per evitare a Roma di svegliarsi con un sindaco fascista, saro' nella capitale a supportare il voto per Rutelli sindaco. Guarda te che tocca fare.

lunedì 7 aprile 2008

Il ponte


Marco Polo descrive un ponte, pietra per pietra. «Ma quale è la pietra che sostiene il ponte?» chiede Kublai Kan. «Il ponte non è sostenuto da questa o quella pietra» risponde Marco «ma dalla linea dell’arco che esse formano». Kublai Kan rimane silenzioso, riflettendo. Poi soggiunge: «Perché mi parli delle pietre? E’ solo dell’arco che m’importa». Polo risponde: «Senza pietre non c’è arco».
Italo Calvino, Le città invisibili

Perche' votare, e votare PD? In questi giorni sto parlando con molti amici. Per confrontarmi con il loro punto di vista, e gia' che ci sono per cercare di convincere i famosi 5 indecisi che ci ha raccomandato Uolter. Per ora sono a 4 e mezzo, ma mi ha colpito il gran numero di persone che nauseata dagli esiti della scorsa legislatura, dai toni e dai temi della campagna elettorale che la destra ha imposto e proposto, dall'inerzia del paese nei confronti di un cambiamento vero e profondo, ha deciso di non esercitare il proprio diritto di voto, a dire la loro sulla gestione del bene di tutti. Io credo che questa sia la rovina maggiore e l'eredita' peggiore di questi anni di Berlusconismo e di governi deboli e incapaci di reggere saldamente il timone. Credo non ci sia niente di peggiore che sostituire in una persona la volonta' di contribuire con il proprio voto alla costruzione del bene comune, con una consapevolezza di inutilita' e di disillusione. Eppure sento, sempre piu' forte, spirare un'aria nuova. E per contribuire nel mio piccolo a far si' che possa gonfiare al piu' presto le vele italiane, ho deciso di scrivere, da qua al 12 Aprile, una serie di post con qualche buona ragione per andare a votare, e votare PD.

Si comincia dal ponte. Perche' il ponte (non quello di Messina...) e' una delle urgenze maggiori per la societa' italiana. Una societa' che ha bisogno di lavorare per unire e non per dividere. Che ha bisogno come non mai di mettere in comunicazione e in confronto fra loro le diverse anime che la compongono, anime che finora si sono solamente arroccate, ognuno dietro la sua trincea, a difesa dei loro privilegi di casta o corporazione. Che sono state capaci soltanto di urlarsi addosso e di cospargersi vicendevolmente di pomodori, di insulti, di raggirarsi a vicenda. Spinte da una destra che in questi anni non ha fatto altro che soffiare sul fuoco del particolarismo e dell'egoismo, sull'idea che insieme si puo' solo affondare, si salvi chi puo'. Con il risultato che mentre chi puo' cerca la propria scialuppa, l'acqua nella stiva si alza sempre piu' velocemente. Citava qualche tempo fa in un bel post Kkarl una chiarissima frase di Adriano Sofri a Giuliano Ferrara, che sta portando avanti una campagna esemplare di questo modo di intendere la politica a cui accennavo: "… tuttavia, anche se avessi ragione, hai torto. Perché hai eccitato e guadagnato applausi di una parte e rabbia di un’altra. Le parti sono rimaste quelle di prima: solo più distanti e più impazienti". Come piu' distanti e impazienti, chiuse e in difesa, sono da decenni le posizioni diverse in Italia su ogni tema: sociale, economico, etico, e addirittura tecnico in tempi di mondiali o di finali di coppa. In questa situazione, terribile e prossima al tracollo, e' nato, finalmente, un partito nuovo. Un partito ponte, fatto di coerenza e di mediazione. Fatto di incontro fra
le grandi tradizioni riformiste e progressiste del nostro paese, quella cattolica e quella socialista, che si sono finalmente incontrate e accasate in uno spazio condiviso. Ognuno con le proprie radici e i propri bagagli, ma con la voglia di aprirli e condividerli con chi su molti punti ha una visione comune, mentre su altri ha un'angolazione diversa. Per raggiungere un progetto di sintesi culturale, politica e fattiva che risponda alle esigenze di una società plurale, e da troppo tempo contrapposta. Un partito ponte tra un passato fatto di campanili e trincee e un futuro di dialogo e di crescita; un partito ponte da corporazioni di particolarismi a una societa' feconda. Capace di pensare e progettare, basta leggersi il programma, un paese piu' omogeneo e piu' giusto, dove favoritismi, corruzione e privilegi lascino il posto a una vera redistribuzione delle risorse e della ricchezza, al primato del merito e delle pari opportunita' per tutti. Un partito che e' stato assediato fin dal suo nascere dal tentativo, non riuscito, di lacerare le sue anime cosi' faticosamente, e fecondamente, riunite con un dibattito sulla laicita' posto su un piano unicamente e aspramente conflittuale, soffiando su venti di filopapismo e anticlericalismo sollevati ad arte da una parte e dall'altra dal Family Day in poi. Eppure il PD ha resistito e sta resistendo, convinto che la negoziabilita' dei valori, come ha detto Rosy Bindi, sia la garanzia della loro fecondita' nella storia. Convinto che laicita' non significa negare l'altro e le sue convinzioni, ma trovare un fecondo dialogo fra anime diverse, comprendendo le realta' e i problemi da ogni punto di vista, senza pregiudizi e verita' assolute dietro cui mascherarsi per ignorare i problemi e la complessita' della realta'. Convinto che candidare operai e imprenditori, cattolici e atei, non sia una contraddizione ma una ricchezza. Perche' l'arco e' fatto di pietre.
A dimostrazione di quanto sia molto piu' difficile costruire ponti che distruggerli, l'immagine quassu' del ponte di Mostar, preso a cannonate proprio perche' simbolo dell'alleanza tra due mondi che si volevano ad ogni costo separare. Tutta la guerra nell ex-Jugoslavia e' stata in generale la dimostrazione del risultato di una politica che mira a dividere, di come sia troppo piu' facile abbattere e mettere le persone l'una contro l'altra che gettare ponti e confronti. Diceva invece Danilo Dolci in una splendida poesia che "Rivoluzione è incontrarsi con sapiente pazienza". Ecco, appunto. Una rivoluzione vera si puo' fare. Si deve fare. Anche per questo Domenica andro' a votare, e votero' PD. (1-continua)

domenica 6 gennaio 2008

Puzza di marcio


La Befana si aggira sperduta per le strade della Campania fra cumuli di spazzatura e roghi. Tra politici che promettono e che si scaricano responsabilita', e imprenditori che contano le mazzette di banconote intascate stoccando i rifiuti tossici di mezza Europa. Come ricorda Saviano ieri su Repubblica, se Camorra, politici e imprenditori hanno lucrato da decenni sul business della "monnezza", le responsabilita' dell'attuale emergenza sono da cercare pero' nell'illusione miope di chiudere senza iniziative di alcun tipo il ciclo dei rifiuti. Nell'attesa incosciente che le discariche fossero piene senza alternative, senza bruciatori, senza reciclaggio. Che il destino di Napoli (e di tutte le nostre citta') non sia legato al Vesuvio, ma ai cumuli di immondizia tali e quali quelli di Leonia, raccontateci da Calvino nelle sue "Citta' Invisibili"?

La città di Leonia rifà se stessa tutti i giorni: ogni mattina la popolazione si risveglia tra lenzuola fresche, si lava con saponette appena sgusciate dall’involucro, indossa vestaglie nuove fiammanti, estrae dal più perfezionato frigorifero barattoli di latta ancora intonsi, ascoltando le ultime filastrocche dell’ultimo modello d’apparecchio.
Sui marciapiedi, avviluppati in tersi sacchi di plastica, i resti della Leonia d’ieri aspettano il carro dello spazzaturaio. Non solo tubi di dentifricio schiacciato, lampadine fulminate, giornali, contenitori, materiali d’imballaggio, ma anche scaldabagni, enciclopedie, pianoforti, servizi di porcellana: più che dalle cose che ogni giorno vengono fabbricate vendute comprate, l’opulenza di Leonia si misura dalle cose che ogni giorno vengono buttate via per far posto alle nuove. Tanto che ci si chiede se la vera passione di Leonia sia davvero come dicono il godere delle cose nuove e diverse, o non piuttosto l’espellere, l’allontanare da sè, il mondarsi d’una ricorrente impurità. Certo è che gli spazzaturai sono accolti come angeli, e il loro compito di rimuovere i resti dell’esistenza di ieri è circondato d’un rispetto silenzioso, come un rito che ispira devozione, o solo perchè una volta buttata via la roba nessuno vuole più averci da pensare.
Dove portino ogni giorni il loro carico gli spazzaturai nessuno se lo chiede. fuori dalla città, certo; ma ogni anno la città s’espande, e gli immondezzai devono arretrare più lontano; l’imponenza del gettito aumenta e le cataste s’innalzano, si stratificano, si dispiegano su un perimetro più vasto. Aggiungi che più l’arte di Leonia eccelle nel fabbricare nuovi materiali, più la spazzatura migliora la sua sostanza, resiste al tempo, alle intemperie, a fermentazioni e combustioni. E’ una fortezza di rimasugli indistruttibili che circonda Leonia, la sovrasta da ogni lato come un acrocoro di montagne.
Il risultato è questo: che più Leonia espelle roba più ne accumula; le squame del suo passato si saldano in una corazza che non si può togliere; rinnovandosi ogni giorno la città conserva tutta se stessa nella sola forma definitiva: quella delle spazzature di ieri che s’ammucchiano sulle spazzature dell’altro ieri e di tutti i suoi giorni e anni e lustri.
Il pattume di Leonia a poco a poco invaderebbe il mondo, se sullo sterminato immondezzaio non stesse premendo, al di là dell’estremo crinale, immondezzai d’altre città, che anch’esse respingono lontano da sè montagne di rifiuti. Forse il mondo intero, oltre i confini di Leonia, è ricoperto da crateri di spazzatura, ognuno con al centro una metropoli in eruzione ininterrotta. I confini tra le città estranee e nemiche sono bastioni infetti in cui i detriti dell’una e dell’altra si puntellano a vicenda, si sovrastano, si mescolano.
Più ne cresce l’altezza, più incombe il pericolo delle frane: basta che un barattolo, un vecchio pneumatico, un fiasco spagliato rotoli dalla parte di Leonia e una valanga di scarpe spaiate, calendari d’anni trascorsi, fiori secchi sommergerà la città nel proprio passato che invano tentava di respingere, mescolato con quello delle città limitrofe, finalmente monde: un cataclisma spianerà la sordida catena montuosa, cancellerà ogni traccia della metropoli sempre vestita a nuovo. Già dalle città vicine sono pronti coi rulli compressori per spianare il suolo, estendersi nel nuovo territorio, ingrandire se stesse, allontanare i nuovi immondezzai.

mercoledì 7 novembre 2007

Aria di vetro


Giornata di freddo e vento pungente qua a Monaco. Sara' per questo che da stamani, mentre pedalavo tra gocce di pioggia oblique come lamette, mi si e' piantata in testa questa poesia. Parla in realta' di una giornata tersa, e per questo quasi sospesa tra il caldo, il sole e il silenzio. Ma mi piace pensare che mai aria e' piu' di vetro come quella che taglia la mattina tedesca, affrontata a cavallo della bici. Forse e' per questo che a nulla e' servito voltarmi all'improvviso almeno una decina di volte. O forse perche' da dietro si precipita il futuro, e non il nulla e il vuoto. Mi appunto pero' il testo, per ogni evenienza, dopo essermi riletto il commento di Italo Calvino.

Forse un mattino andando in un'aria di vetro,
arida, rivolgendomi, vedrò compirsi il miracolo:
il nulla alle mie spalle, il vuoto dietro
di me, con un terrore di ubriaco.

Poi come s'uno schermo, s'accamperanno di gitto
alberi case colli per l'inganno consueto.
Ma sarà troppo tardi; ed io me n'andrò zitto
tra gli uomini che non si voltano, col mio segreto.
E. Montale, da Ossi di Seppia

venerdì 1 giugno 2007

Cos'e' fare politica

Un brano bellissimo di Italo Calvino, il finale di uno dei libri piu' belli di sempre, "Le Citta' Invisibili". Un libro tenue e complesso sulla comunicazione, sulla ricerca, sull'identita' e, appunto, sulla politica. Polo e il Gran Kan sono il sottile filo che unisce e giustifica la narrazione delle citta' visitate e immaginate dall'esploratore Veneziano al grande imperatore.

L'atlante del Gran Kan contiene anche le carte delle terre promesse visitate nel pensiero ma non ancora scoperte o fondate: la Nuova Atlantide, Utopia, la Città del Sole. Oceana, Tamoé, Armonia, New-Lanark, Icaria.
Chiese a Marco Kublai: - Tu che esplori intorno e vedi i segni, saprai dirmi verso quale di questi futuri ci spingono i venti propizi.
- Per questi porti non saprei tracciare la rotta sulla carta né fissare la data dell'approdo. Alle volte mi basta uno scorcio che s'apre nel bel mezzo d'un paesaggio incongruo, un affiorare di luci nella nebbia, il dialogo di due passanti che s'incontrano nel viavai, per pensare che partendo di lì metterò assieme pezzo per pezzo la città perfetta, fatta di frammenti mescolati col resto, d'istanti separati da intervalli, di segnali che uno manda e non sa chi li raccoglie. Se ti dico che la città cui tende il mio viaggio è discontinua nello spazio e nel tempo, ora più rada ora più densa, tu non devi credere che si possa smettere di cercarla. Forse mentre noi parliamo sta affiorando sparsa entro i confini del tuo impero; puoi rintracciarla, ma a quel modo che t'ho detto.

Già il Gran Kan stava sfogliando nel suo atlante le carte delle città che minacciano negli incubi e nelle maledizioni: Enoch, Babilonia, Yahoo, Butua, Brave New World. Dice: - Tutto è inutile, se l'ultimo approdo non può essere che la città infernale, ed è là in fondo che, in una spirale sempre più stretta, ci risucchia la corrente.
E Polo: - L'inferno dei viventi, non è qualcosa che sarà; se ce n'è uno, è quello che è già qui, l'inferno che abitiamo tutti i giorni, che formiamo stando insieme. Due modi ci sono per non soffrirne. Il primo riesce facile a molti: accettare l'inferno e diventarne parte fino al punto di non vederlo più. Il secondo è rischioso ed esige attenzione e apprendimento continui: cercare e saper riconoscere chi e che cosa, in mezzo all'inferno, non è inferno, e farlo durare, e dargli spazio.

mercoledì 25 aprile 2007

25 Aprile


Oggi e' un giorno speciale. E' il giorno in cui la nostra Costituzione nasce dalle rovine della guerra, grazie alla lotta e al sacrificio di chi non ha smesso di sperare in un mondo e in un'Italia migliore.


Da "Il sentiero dei nidi di ragno", Italo Calvino

Ora il commissario Kim e il comandante Ferriera camminano soli per la montagna buia, diretti a un altro accampamento.
- Ti sei convinto che è uno sbaglio,
Kim? — dice Ferriera.
Kim scuote il capo: - Non è uno sbaglio, - dice.
- Ma sì, - fa il comandante. - È stata un'idea sbagliata la tua, di fare un distaccamento tutto di uomini poco fidati, con un comandante meno fidato ancora. Vedi quello che rendono. Se li dividevamo un po' qua un po' là in mezzo ai buoni era più facile che rigassero dritti.
Kim continua a mordersi i baffi: - Per me, - dice, - questo è il distaccamento di cui sono più contento.

Ci manca poco che Ferriera perda la sua calma: alza gli occhi freddi e si gratta la fronte: - Ma
Kim, quando la capirai che questa è una brigata d'assalto, non un laboratorio d'esperimenti? Capisco che avrai le tue soddisfazioni scientifiche a controllare le reazioni di questi uomini, tutti in ordine come li hai voluti mettere, proletariato da una parte, contadini dall'altra, poi sottoproletari come li chiami tu... Il lavoro politico che dovresti fare, mi sembra, sarebbe di metterli tutti mischiati e dare coscienza di classe a chi non l'ha e raggiungere questa benedetta unità... Senza contare il rendimento militare, poi... Kim ha difficoltà a esprimersi, scuote il capo: - Storie, - dice, - storie. Gli uomini combattono tutti, c'è lo stesso furore in loro, cioè non lo stesso, ognuno ha il suo furore, ma ora combattono tutti insieme, tutti ugualmente, uniti. Poi c'è il Dritto, c'è Pelle... Tu non capisci quanto loro costi... Ebbene anche loro, lo stesso furore... Basta un nulla per salvarli o per perderli... Questo è il lavoro politico... Dare loro un senso... Quando discute con gli uomini, quando analizza la situazione, Kim è terribilmente chiaro, dialettico. Ma a parlargli cosi, a quattrocchi, per fargli esporre le sue idee, c'è da farsi venire le vertigini. Ferriera vede le cose più semplici: - Ben, diamoglielo questo senso, quadriamoli un po' come dico io. Kim si soffia nei baffi: - Questo non è un esercito, vedi, da dir loro: questo è il dovere. Non puoi parlar di dovere qui, non puoi parlare di ideali: patria, libertà, comunismo. Non ne vogliono sentir parlare di ideali, gli ideali son buoni tutti ad averli, anche dall'altra parte ne hanno di ideali. Vedi cosa succede quando quel cuoco estremista comincia le sue prediche? Gli gridano contro, lo prendono a botte. Non hanno bisogno di ideali, di miti, di evviva da gridare. Qui si combatte e si muore cosi, senza gridare evviva. - E perché allora? - Ferriera sa perché combatte, tutto è perfettamente chiaro in lui. - Vedi, - dice Kim, - a quest'ora i distaccamenti cominciano a salire verso le postazioni, in silenzio. Domani ci saranno dei morti, dei feriti. Loro lo sanno. Cosa li spinge a questa vita, cosa li spinge a combattere, dimmi? Vedi, ci sono i contadini, gli abitanti di queste montagne, per loro è già più facile. I tedeschi bruciano i paesi, portano via le mucche. È la prima guerra umana la loro, la difesa della patria, i contadini hanno una patria. Cosi li vedi con noialtri, vecchi e giovani, con i loro fucilacci e le cacciatore di fustagno, paesi interi che prendono le armi; noi difendiamo la loro patria, loro sono con noi. E la patria diventa un ideale sul serio per loro, li trascende, diventa la stessa cosa della lotta: loro sacrificano anche le case, anche le mucche pur di continuare a combattere. Per altri contadini invece la patria rimane una cosa egoistica: casa, mucche, raccolto. E per conservare tutto diventano spie, fascisti; interi paesi nostri nemici... Poi, gli operai. Gli operai hanno una loro storia di salari, di scioperi, di lavoro e lotta a gomito a gomito. Sono una classe, gli operai. Sanno che c'è del meglio nella vita e che si deve lottare per questo meglio. Hanno una patria anche loro, una patria ancora da conquistare, e combattono qui per conquistarla. Ci sono gli stabilimenti giù nelle città, che saranno loro; vedono già le scritte rosse sui capannoni e bandiere alzate sulle ciminiere. Ma non ci sono sentimentalismi, in loro. Capiscono la realtà e il modo di cambiarla. Poi c'è qualche intellettuale o studente, ma pochi, qua e là, con delle idee in testa, vaghe e spesso storte. Hanno una patria fatta di parole, o tutt'al più di qualche libro. Ma combattendo troveranno che le parole non hanno più nessun significato, e scopriranno nuove cose nella lotta degli uomini e combatteranno cosi senza farsi domande, finché non cercheranno delle nuove parole e ritroveranno le antiche, ma cambiate, con significati ma a un altro, con un gioco di trasposizioni da slogare il cervello, in cui ogni cosa o persona diventa un'ombra cinese, un mito insospettato. Poi chi c'è ancora? Dei prigionieri stranieri, scappati dai campi di concentramento e venuti con noi; quelli combattono per una patria vera e propria, una patria lontana che vogliono raggiungere e che è patria appunto perché è lontana. Ma capisci che questa è tutta una lotta di simboli; che uno per uccidere un tedesco deve pensare non a quel tedesco? Ferriera arriccia la burba bionda; non vede nulla di tutto questo, lui. - Non è così - dice. - Non è cosi, — continua Kim, - lo so anch'io. Non è cosi. Perché c'è qualcos'altro, comune a tutti, un furore. Il distaccamento del Dritto: ladruncoli, carabinieri, militi, borsaneristi, girovaghi. Gente che s'accomoda nelle piaghe della società, e s'arrangia in mezzo alle storture, che non ha niente da difendere è niente da cambiare. Oppure tarati fisicamente, o fissati, o fanatici. Un'idea rivoluzionaria in loro non può nascere, legati come sono alla ruota che li macina. Oppure nascerà storta, figlia della rabbia, dell'umiliazione, come negli sproloqui del cuoco estremista. Perché combattono, allora? Noia hanno nessuna patria, né vera né inventata. Eppure tu sai che c'è coraggio, che c'è furore anche in loto. È l'offesa della loro vita, il buio della loro strada, il sudicio della loro casa, le parole oscene imparate fin da bambini, la fatica di dover essere cattivi. E basta un nulla, un passo falso, un impennamento dell'anima e ci si trova dall'altra parte, come Pelle, dalla brigata nera, a sparare con lo stesso furore, con lo stesso odio, contro gli uni o contro gli altri, fa lo stesso.

Ferriera mugola nella barba: - Quindi, lo spirito dei nostri... e quello della brigata nera... la stessa cosa?... - La stessa cosa, intendi cosa voglio dire, la stessa cosa... - Kim s'è fermato e indica con un dito come se tenesse il segno leggendo; - la stessa cosa ma tutto il contrario. Perché qui si è nel giusto, là nello sbagliato. Qua si risolve qualcosa, là ci si ribadisce la catena. Quel peso di male che grava sugli uomini del Dritto, quel peso che grava su tutti noi, su me, su te, quel furore antico che è in tutti noi, e che si sfoga in spari, in nemici uccisi, è lo stesso che fa sparare i fascisti, che li porta a uccidere con la stessa speranza di purificazione, di riscatto. Ma allora c'è la storia. C'è che noi, nella storia, siamo dalla parte del riscatto, loro dall'altra. Da noi, niente va perduto, nessun gesto, nessuno sparo, pur uguale al loro, m'intendi? uguale al loro, va perduto, tutto servirà se non a liberare noi a liberare i nostri figli, a costruire un'umanità senza più rabbia, serena, in cui si possa non essere cattivi. L'altra è la parte dei gesti perduti; degli inutili furori, perduti e inutili anche se vincessero, perché non fanno storia, non servono a liberare ma a ripetere e perpetuare quel furore e quell'odio, finché dopo altri venti o cento o mille anni si tornerebbe così, noi e loro, a combattere con lo stesso odio anonimo negli occhi e pur sempre, forse senza saperlo, noi per redimercene, loro per restarne schiavi. Questo è il significato della lotta, il significato vero, totale, al di là dei vari significati ufficiali. Una spinta di riscatto umano, elementare, anonimo, da tutte le nostre umiliazioni: per l'operaio dal suo sfruttamento, per il contadino dalla sua ignoranza, per il piccolo borghese dalle sue inibizioni, per il paria dalla sua corruzione. Io credo che il nostro lavoro politico sia questo, utilizzare anche la nostra miseria umana, utilizzarla contro se stessa, per la nostra redenzione, così come i fascisti utilizzano la miseria per perpetuare la miseria, e l'uomo contro l'uomo.

Di Ferriera, nel buio, si vedono l'azzurro degli occhi e il biondo della barba: scuote il capo. Lui non conosce il furore: è preciso come un meccanico e pratico come un montanaro, la lotta è una macchina esatta per lui, una macchina di cui si sa il funzionamento e lo scopo. - Pare impossibile, - dice, - pare impossibile che con tante balle in testa tu sappia fare il commissario come si deve e parlare agli uomini con tanta chiarezza. A Kim non dispiace che Ferriera non capisca: agli uomini come Ferriera si deve parlare con termini esatti, « a, bi, ci » « deve dire, le cose sono sicure o sono « balle », non ci sono zone ambigue ed oscure per loro. Ma Kim non pensa questo perché si creda superiore a Ferriera: Il suo punto d'arrivo è poter ragionate come Ferriera, non aver altra realtà all'infuori di quella di Ferriera, tutto il resto non serve. - Ben. Ti saluto -. Sono giunti a un bivio. Ora Ferriera andrà dal Gamba e Kim da Baleno. Devono ispezionare tutti i distaccamenti quella notte, prima della battaglia e bisogna che si separino. Tutto il retto non serve. Kim cammina solo per i sentieri, con appesa alla spalla quell'arma smilza che sembra una stampella rotta: lo sten. Tutto il resto non serve. I tronchi nel buio hanno strane forme umane. L'uomo porte dentro in sé le sue paure bambine per tutta la vita. « Forse, - pensa Kim, - se non fossi commissario di brigata avrei paura. Arrivare a non aver più paura, questa è la meta ultima dell'uomo ». Kim è logico, quando analizza con i commissari la situazione dei distaccamenti, ma quando ragiona andando da solo per i sentieri, le cose ritornano misteriose e magiche, la vita degli uomini piena di miracoli. Abbiamo ancora la testa piena di miracoli e di magie, pensa Kim. Ogni tanto gli sembra di camminare in un mondo di simboli, come il piccolo Kim in mezzo all'India, nel libro di Kipling tante volte riletto da ragazzo.

«
Kim... Kim... Chi è Kim?... » Perché lui cammina quella notte per la montagna, prepara una battaglia, ha ragione di vite e di morti, dopo la sua melanconica infanzia di bambino ricco, dopo la sua scialba adolescenza di ragazzo timido? A volte gli sembra d'essere in preda a furibondi squilibri, d'agire in preda all'isteria. No, i suoi pensieri sono logici, può analizzare ogni cosa con perfetta chiarezza. Ma non è un uomo sereno. Sereni erano i suoi padri, i grandi padri borghesi che creavano la ricchezza. Sereni sono i proletari che sanno quel che vogliono, i contadini che ora vegliano di sentinella ai loro paesi, sereni sono i sovietici che hanno deciso tutto e ora fanno la guerra con accanimento e metodo, non perché sia bello, ma perché bisogna. I bolscevichi! L'Unione Sovietica forse è già un paese sereno. Forse non c'è più miseria umana, laggiù. Sarà mai sereno, lui, Kim? Forse un giorno si arriverà ad essere tutti sereni, e non capiremo più tante cose perché capiremo tutto. Ma qui gli uomini hanno occhi torbidi e facce ispide, ancora, e Kim è affezionato a questi uomini, al riscatto che si muove in loro. Quel bambino del distaccamento del Dritto, come si chiama? Pin? Con quello struggimento di rabbia nel viso lentigginoso, anche quando ride... Dicono sia fratello di una prostituta. Perché combatte? Non sa che combatte per non essere più fratello di una prostituta. E quei quattro cognati « terroni » combattono per non essere più dei «terroni», poveri emigrati, guardati come estranei. E quel carabiniere combatte per non sentirsi più carabiniere, sbirro alle costole dei suoi simili. Poi Cugino, il gigantesco, buono e spietato Cugino... dicono che vuole vendicarsi d'una donna che l'ha tra-dito... Tutti abbiamo una ferita segreta per riscattare la quale combattiamo. Anche Ferriera? Forse anche Ferriera: la rabbia a non poter fare andare il mondo come vuoi lui Lupo Rosso, no: per Lupo Rosso tutto quel che vuole è possibile. Bisogna fargli volere delle cose giuste: questo è lavoro politico, lavoro da commissario. E imparare che è giusto quello che lui vuole: anche questo è lavoro politico, lavoro da commissario. Un giorno forse io non capirò più queste cose, pensa Kim, tutto sarà sereno in me e capirò gli uomini in tutt'altro modo, più giusto, forse. Perché: forse? Bene, io allora non dirò più forse, non ci saranno più forse in me. E farò fucilare il Dritto. Adesso sono troppo legato a loro, a tutte le loro storture. Anche al Dritto: io so che il Dritto deve soffrire terribilmente, per quel suo puntiglio di fare la carogna a tutti i costi. Non c'è nulla più doloroso al mondo di essere cattivi. Un giorno da bambino mi rinchiusi in camera per due giorni senza mangiare. Soffrii terribilmente ma non aprii e dovettero venire a prendermi con una scala dalla finestra. Avevo una voglia enorme d'essere compatito. Il Dritto fa lo stesso. Ma sa che lo fucileremo. Vuole esser fucilato. È una voglia che prende alle volte, agli uomini. E Pelle, cosa farà a quest'ora, Pelle? Kim cammina per un bosco di larici e pensa a Pelle laggiù nella città, con la testa da morto sul berretto, che gira di pattuglia per il coprifuoco. Sarà solo, Pelle, con il suo odio anonimo, sbagliato, solo col suo tradimento che gli rode dentro e lo fa essere ancora più cattivo per giustificarsi. Sparerà raffiche ai gatti, nel coprifuoco, con rabbia, e i borghesi sussulteranno nei letti, svegliandosi agli spari. Kim pensa alla colonna di tedeschi e fascisti che forse stanno già avanzando su per la vallata, verso l'alba che porterà la morte a dilagare su di loro, dalle creste delle montagne. È la colonna dei gesti perduti: ora un soldato svegliandosi a uno scossone del camion pensa: ti amo, Kate. Tra sei, sette ore morirà, lo uccideremo; anche se non avesse pensato: ti amo, Kate, sarebbe stato lo stesso, tutto quello che lui fa e pensa è perduto, cancellato dalla storia. Io invece cammino per un bosco di larici e ogni mio passo è storia; io penso: ti amo, Adriana, e questo è storia, ha grandi conseguenze, io agirò domani in battaglia come un uomo che ha pensato stanotte: « ti amo, Adriana ». Forse non farò cose importanti, ma la storia è fatta di piccoli gesti anonimi, forse domani morirò, magari prima di quel tedesco, ma tutte le cose che farò prima di morire e la mia morte stessa saranno pezzetti di storia, e tutti i pensieri che sto facendo adesso influiscono sulla mia storia di domani, sulla storia di domani del genere umano. Certo io potrei adesso invece di fantasticare come facevo da bambino, studiare mentalmente i particolari dell'attacco, la disposizione delle armi e delle squadre. Ma mi piace troppo continuare a pensare a quegli uomini, a studiarli, a fare delle scoperte su di loro. Cosa faranno «dopo», per esempio? Riconosceranno nell'Italia del dopoguerra qualcosa fatta da loro? Capiranno il sistema che si dovrà usare allora per continuare la nostra lotta, la lunga lotta sempre diversa del riscatto umano? Lupo Rosso lo capirà, io dico: chissà come farà a metterlo in pratica, lui cosi avventuroso e ingegnoso, senza più possibilità di colpi di mano ed evasioni? Dovrebbero essere tutti come Lupo Rosso. Dovremmo essere tutti come Lupo Rosso. Ci sarà invece chi continuerà col suo furore anonimo, ritornato individualista, e perciò sterile: cadrà nella delinquenza, la grande macchina dai furori perduti, dimenticherà che la storia gli ha camminato al fianco, un giorno, ha respirato attraverso i suoi denti serrati. Gli ex fascisti diranno: i partigiani! Ve lo dicevo io! Io l'ho capito subito! E non avranno capito niente, né prima, né dopo. Kim un giorno sarà sereno. Tutto è ormai chiaro in lui: il Dritto, Pin, i cognati calabresi. Sa come comportarsi con l'uno e con l'altro, senza paura né pietà. Alle volte camminando nella notte le nebbie degli animi gli si condensano intorno, come le nebbie dell'aria, ma lui è un uomo che analizza, « a, bi, ci », dirà ai commissari di distaccamento, è un « bolscevico », un uomo che domina le situazioni. Ti amo, Adriana. La valle è piena di nebbie e Kim cammina su per una costiera sassosa come sulle rive di un lago. I larici escono dalle nuvole come pali per attraccare barche. Kim... Kim... chi è Kim? Il commissario di brigata si sente come l'eroe del romanzo letto nella fanciullezza: Kim, il ragazzo mezzo inglese mezzo indiano che viaggia attraverso l'India col vecchio Lama Rosso, per trovare il fiume della purificazione. Due ore fa parlava con quel barabba del Dritto, con il fratellino della prostituta, ora arriva al distaccamento di Baleno, il migliore della Brigata. C'è la squadra dei russi, con Baleno, ex prigionieri scappati dai lavori di fortificazione del confine. - Chi va là! È la sentinella: un russo. Kim dice il suo nome.
- Portare novità, commissario?
È
Aleksjéi, figlio d'un mugik, studente in ingegneria.
- Domani c'è battaglia,
Aleksjéi.
- Battaglia? Cento fascisti
kaput?
- Non so quanti
kaput, Aleksjéi. Non so bene neanche quanti vivi.
- Sali e tabacchi, commissario.
Sali e tabacchi è la frase italiana che ha fatto più impressione su
Aleksjéi, la ripete sempre come un intercalare, un augurio.
- Sali e tabacchi,
Aleksjéi.

Domani sarà una grande battaglia.
Kim è sereno. « A, bi, ci », dirà. Continua a pensare: ti amo, Adriana. Questo, nient'altro che questo, è la storia.