mercoledì 16 aprile 2008

Si puo' fare, di piu'


Ricevo da Nicolo', e volentieri pubblico, una dettagliata analisi dei risultati elettorali che trovo coincidere sostanzialmente con la mia, che pero' ho scritto molto di piu' di pancia. Qui ragioniamo un po' di piu'.

Dopo qualche ora di meditazione e analisi dei risultati elettorali, condivido alcune riflessioni sul significato del voto di domenica e lunedì.

1. Per la quinta volta in 15 anni, circa 10 milioni di italiani hanno chiesto a Silvio Berlusconi di guidare il paese. Credo sia giunto il momento di finirla con il ritornello autocommiserevole ed indignato “ma che popolo di stupidi che siamo” che sento ripetere da molti in queste ore. La scelta di affidarsi al leader del PdL non è niente di più e niente di meno che lo specchio fedele dell’Italia di oggi. In questo senso, è semplicemente irrazionale e tafazzista consolarsi dicendo che gli Italiani non capiscono nulla e sono lobotomizzati dalla televisione. Invece, chiediamoci perché da 15 anni Berlusconi sia l’unico esponente politico che riesce a intercettare desideri e consensi degli Italiani. Ecco qualche spunto in tal senso:

  • La logica di proporre la delega in bianco all’uomo carismatico e vincente è più attraente del chiedere a una popolazione vessata da decenni di disequazione tra trasse e servizi di credere ancora ad uno Stato da costruire insieme, rinunciando ciascuno a qualcosa a vantaggio della collettività.

  • Le coalizioni guidate dal Cav. sono in genere caratterizzate da un pensiero debole: se il PD è stato definito da più parti (anche con una certa protervia intellettuale) partito “post-ideologico”, Forza Italia/PdL sono partiti “anti-ideologici”, e proprio per questo piacciono alle casalinghe siciliane e agli imprenditori lombardi. Quel poco di ideologico che c’era nel centro-destra è stato espulso (Casini) o fagocitato (AN).

  • Gli Italiani sono sostanzialmente e irrimediabilmente NON di sinistra. Il che non significa essere di destra, perché la realtà è che chi vota e fa vincere SB spesso non ha neppure idea di cosa significhi essere di destra. Semplicemente sono capaci di definirsi politicamente solo per negazione, e sparita la DC e con essa il naso tappato di Montanelli il loro voto è andato univocamente nella direzione non di sinistra.

2. Confrontando i risultati del 2006 con quelli di oggi (sono passati solo due anni, un tempo decisamente breve) si possono poi fare alcune considerazioni:
  • Berlusconi e Fini non hanno aumentato il loro consenso in modo particolare. Hanno spostato qualcosa in qualche regione del sud, ma quello che ha fatto stravincere la coalizione è stato il raddoppio di consensi della Leganord: a questo proposito, so di ragazzi di 18/20 anni di Firenze che hanno scelto questo partito per il loro primo voto politico proprio perché esso rappresenta l’unica voce chiara e forte a favore del manganellismo e dell’allofobia.

  • Lo stesso discorso apparentemente vale per il PD, che bene o male conferma il dato dell”Ulivo” del 2006. Qui la novità importante è la scomparsa politica dell’area post-comunista. Sono “scomparsi” 2,5 milioni di elettori. Non credo affatto all’astensionismo di sinistra per mancanza di adeguata rappresentanza politica, credo invece che l’elettorato di sinistra abbia giudicato imbarazzante il comportamento dei propri leader nella scorsa legislatura ed abbia scelto un partito con vocazione di governo. Questo significa, se la matematica non è un opinione, che il PD ha completamente fallito al centro. I cattolici non hanno votato PD, preferendo il confortante simbolo crociato o l’altrettanto confortante (vedi sopra) delega in bianco.

3. Mi chiedo in queste ore se noi del PD potevamo fare di più. La risposta è sì. Ero e resto convinto che quella di Veltroni rappresentasse la proposta politica più appetibile e condivisibile, per forma e contenuti, di questa campagna elettorale, e se “solo” un italiano su 3 l’ha capito la colpa è di chi non è stato capace di veicolarla. Alla fine, bastava leggere i programmi per capire la serietà, la lungimiranza e la modernità del progetto politico del PD e per convincersi a dargli almeno una possibilità.
È mancata la capacità, anche per una oggettiva questione di tempo, di radicarsi tra la gente, di affrancarsi dall’immagine di “minestra riscaldata” che ci portiamo dietro e su cui il “principale esponente” ha giustamente calcato la mano. Per esperienza personale di questi mesi vissuti da “militante” posso dire che chi si è avvicinato al neonato PD, ai suoi circoli, ai suoi alle volte faticosi meccanismi di partecipazione diretta, anche solo per vivere da osservatore una riunione in cui non capiva quasi nulla, nella quasi totalità dei casi si è convinto della bontà del progetto non per la stima verso WV, Bindi o D’Alema ma per l’aria che ha respirato in prima persona. È il contrario della delega in bianco, e funziona solo se la gente è chiamata a partecipare davvero.
Mi chiedo quanto, nelle regioni in cui il PD ha fallito (ma in cui allo stesso aveva un compito ben più ostico di quello che avessimo noi in Toscana), questo meccanismo abbia ingranato davvero, o quanto invece il PD sia stato sentito dalle persone come un partito “romano”, lontano dai problemi locali, come l’ennesimo modo di riempire le liste magari con uno stile un po’ più accattivante di quello proposto da Romano Prodi due anni fa.

4. Infine, una breve riflessione sulla nuova conformazione parlamentare. Le urne ci lasciano due Camere terremotate, in cui sono scomparsi decine di gruppi parlamentari a favore di un bipolarismo fortemente tendente al bipartitismo secondo me più subìto che voluto dagli Italiani. A livello di efficienza parlamentare questo dato può indubbiamente avere aspetti positivi, come molti hanno già avuto modo di rilevare. Quel che sorprende e interroga è vedere sbiadita nel panorama parlamentare odierno la contrapposizione storica destra-sinistra, categorie che quasi non hanno più significato – per come lo abbiamo fino a qui inteso – non solo a livello ideologico ma neppure a livello politico. La geografia parlamentare che si sta delineando sembra piuttosto essere radiale, con formazioni moderate al “centro del cerchio” (PD, PDL, UDC) e formazioni più estremiste nei toni e nei contenuti al “bordo del cerchio” (Lega, IDV).
Sono stati spazzati via 100 (cento) parlamentari di sinistra a favore di uomini di DiPietro e di Bossi, che senza entrare nel dettaglio propongono un’idea completamente diversa dell’agire politico, a prescindere dalle singole posizioni.
In Senato avremo due partiti “maggioritari”, da 35-40%, un partito che sopravvive come ultimo baluardo delle concezioni politiche della prima repubblica e due “movimenti” nati come risposta estemporanea ad un problema sorto nel paese in modo circoscritto nello spazio (Lega per l’insoddisfazione del nord) o nel tempo (IDV per lo sdegno post manipulite).
Credo che sia corretto che una formazione politica che raggiunge a stento il 3 percento non debba essere rappresentata in Parlamento, ma sono anche convinto che esista nel concreto un’Italia di sinistra “radicale” dalla grande vitalità, costruttiva e creativa, che da oggi faticherà a individuare un proprio referente politico nelle istituzioni nazionali. Senza evocare i fantasmi della sinistra extraparlamentare degli anni 70, è un problema di cui dovremo farci carico negli anni che verranno.

2 commenti:

bruno carioli ha detto...

Un post stimolante, che condivido in gran parte.

cosimo ha detto...

troppo bello


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